Essere Henry: la vera storia di Fonzie tra dislessia, fallimenti e rinascita
Spettacolo
Essere Henry, il Fonzie e oltre… è l'autobiografia di Henry Winkler, per la prima volta in Italia con Il Castello nella collana Chinaski. L'attore che ha incarnato Fonzie in Happy Days si racconta senza filtri: dall'infanzia con genitori ebrei scampati al nazismo, alla dislessia scoperta a trentaquattro anni, dal ruolo iconico che lo ha reso immortale al lunghissimo inverno che ne seguì, fino alla rinascita con Barry e al primo Emmy a settantasei anni. Non solo Hollywood: è una mappa di vita profonda e autentica
Essere Henry si apre con una scena che ha già tutto: il sudore, la paura, e quel momento in cui qualcuno diventa qualcun altro. È l'ottobre del 1973. Un giovane attore ebreo di New York, basso, con il mono ciglio e i capelli lunghi che gli arrivano alle spalle, entra tremante in un ufficio dei Paramount Studios di Los Angeles. Le macchie di sudore sotto le ascelle, ci dice, erano non solo visibili ma erano «un grido d’aiuto». Eppure, nel momento in cui apre bocca per leggere le sei battute di un personaggio di nome Arthur Fonzarelli, accade qualcosa di magico: dalla sua gola esce una voce mai sentita prima, più profonda, ruvida, autorevole. Il ragazzo che gli fa da spalla, senza nemmeno accorgersene, si abbassa sulla sedia e ammutolisce. Scena finita. Copione lanciato per aria. Uscita dalla stanza come un duro. Missione compiuta.
Il resto, come si dice, è storia. Storia della televisione mondiale, per la precisione.
Ma la vera storia — quella che Henry Winkler ci racconta in queste pagine dense, commoventi e spesso esilaranti — comincia molto prima di quel soleggiato martedì mattina sui Paramount Studios, e continua molto dopo. Comincia in un appartamento dell’Upper West Side di Manhattan, al numero 210 della West 78th Street, appartamento 10A, dove Harry e Ilse Winkler — berlinesi ebrei scampati al nazismo con una storia degna di un romanzo di Philip Roth — crescono un figlio che non sa leggere, che porta a casa pagelle piene di D e di F, e a cui affibbiarono il soprannome colorito di dummer Hund: cane stupido.
Il genitore che non vorresti avere (e quello che sceglieresti di diventare)
Ci sono autobiografie che nascono dalla nostalgia, scritte con la dolce indulgenza di chi guarda al passato come a un film già finito bene. Essere Henry non è questo tipo di libro. È, piuttosto, una resa dei conti — condotta con garbo, con ironia, con quella gentilezza che sembra essere la firma esistenziale di Winkler — ma resa dei conti autentica, con i fantasmi dell’infanzia, con un padre autoritario che pretendeva si alzasse in piedi al suo ingresso in una stanza, con una madre piccola e spesso triste, e con una famiglia che interpretava ogni pagella insufficiente come un attacco personale alla propria reputazione borghese.
Harry Winkler conosceva undici lingue. Aveva contrabbandato i gioielli di sua madre fuori dalla Germania nazista nascondendoli nel cioccolato fuso. Era, a modo suo, un uomo straordinario. Ma non riusciva a vedere il figlio per quello che era: un bambino diversamente cablato, con un cervello che semplicemente non funzionava secondo le mappe dell’ortografia e dell’aritmetica. Lo chiamava dummer Hund, e quella etichetta — incisa non sulla carta ma sul sistema nervoso di un bambino — accompagnerà Henry Winkler per decenni, come un sottofondo a bassa frequenza che continuava a ronzare anche nei momenti di maggior successo.
La dislessia, quella condizione rimasta non diagnosticata per trentaquattro anni della sua vita, è il filo rosso che attraversa tutto il libro. Non come giustificazione, né come alibi: Winkler non cerca pietà, non costruisce la sua narrazione intorno alla vittimizzazione. La dislessia emerge, invece, come chiave interpretativa di un’intera esistenza: i libri letti solo in copertina, le relazioni universitarie scritte a partire dai soli titoli dei capitoli (una prese una B-meno da uno studio su Durkheim condotto così), il copione di Happy Days imparato a memoria con sessanta riletture perché non c’era altro modo, il monologo shakespeariano dimenticato all’audizione per Yale e improvvisato sul momento — miracolo dei miracoli — con successo.
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Da Yale a Hollywood, passando per un giubbotto di pelle
Il percorso formativo di Winkler è già, di per sé, una storia di tenacia quasi inverosimile. Ammesso alla Yale School of Drama — una delle istituzioni teatrali più selettive al mondo — riesce a sopravvivere ai quattro anni accademici nonostante un professore leggendario come Bobby Lewis lo faccia quasi piangere durante un esercizio, e nonostante la grande Stella Adler lo cacci dall’esercizio del giardino immaginario con un secco «Non vedi nulla!». Winkler vedeva campanule e tulipani. Stella Adler no. E lui, incapace di star zitto davanti all’ingiustizia — qualità che gli costerà cara più volte nella vita, ma che è anche il fondamento del suo carisma — continuava a perorare la sua causa.
Da Yale al repertory theatre, dagli spot pubblicitari per le cerniere Talon alle piccole parti nel cinema indipendente, dai western di East Hampton a I signori di Flatbush — dove incontra un certo Sylvester Stallone prima che Rocky cambiasse tutto — il percorso di Winkler verso il successo non è la scalata rapida di chi ha trovato la porta giusta al primo tentativo. È, piuttosto, una lunga e ostinata camminata attraverso provini falliti, licenziamenti umilianti, periodi di inattività, e quella forma sottile di resilienza che consiste nel ricominciare a fare domanda dopo ogni no ricevuto.
E poi arriva Fonzie. E con Fonzie arriva tutto: la fama, i fan club, le copertine di Time e Newsweek nella stessa settimana, il giubbotto di pelle ora conservato allo Smithsonian Museum, il «Ayyy!» che attraversa le generazioni — nella versione italiana di Happy Days è l’unica cosa non doppiata, ci ricorda Winkler con evidente soddisfazione.
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Il peso di un'icona: quando il successo diventa prigione
Ma Essere Henry non è la storia di come si diventa Fonzie. È la storia di come si sopravvive all’essere stati Fonzie.
La rete televisiva ABC, nel pieno dell’esplosione della popolarità del personaggio, arrivò a contattare Winkler segretamente per proporgli uno spin-off dedicato a Fonzie, o addirittura il ribattezzamento dell’intera serie in Fonzie’s Happy Days. Lui rifiutò. Non per mancanza di ambizione, ma per lealtà nei confronti di un cast e di una storia che sentiva sua quanto di chiunque altro. È un gesto piccolo nella cronologia delle grandi decisioni hollywoodiane, ma rivela molto di un uomo che ha sempre preferito fare la cosa giusta alla cosa conveniente.
Eppure, nei decenni successivi alla fine di Happy Days, quella scelta di fedeltà al personaggio si trasformò in un paradosso: il pubblico non riusciva a vedere Henry oltre Fonzie. I casting director lo consideravano troppo associato all’icona per essere credibile altrove. Arrivarono le guest star in serie di successo — Arrested Development, Parks and Recreation, Royal Pains — ma non il grande ruolo che cercava. Arrivarono i lunghi periodi di inattività, la frustrazione sorda, la sensazione di essere intrappolato dentro la propria stessa leggenda.
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Aneddoti, mostri sacri e la vera Hollywood
Per chi ama il dietro le quinte del cinema e della televisione americana, Essere Henry è una miniera. Gli aneddoti si susseguono con la naturalezza di chi li racconta per la prima volta.
Sapevate che è stato produttore di MacGyver e che per il lancio del teaser impose l’utilizzo di quaranta cavalli? Che ha sostituito Richard Gere in un film dopo che l’attore aveva avuto contrasti con Sylvester Stallone? Che ha assistito di persona alla cacciata di Meryl Streep da un provino per un film in cui recitava anche Harrison Ford, il quale poi gli confidò di aver girato quasi interamente in green screen un non meglio identificato film di fantascienza — che poi si rivelò essere Guerre stellari?
C’è un timido Robin Williams ai provini per Happy Days, e Winkler ricorda con tenerezza quel ragazzo ancora sconosciuto che avrebbe poi cambiato la storia della commedia mondiale. C’è Ron Howard — il Richie Cunningham della serie, poi regista di Beautiful Mind e Apollo 13 — che la rete ABC aveva fatto infuriare talmente tanto durante le riprese da spingerlo quasi per dispetto verso la regia cinematografica. C’è Burt Reynolds che, sul set del film Un piedipiatti e mezzo diretto da Winkler, gli lancia addosso una bottiglietta d’acqua. C’è Tom Hanks, di cui ricorda una piccola parte in Happy Days interpretata anni prima della gloria. C’è una partita di basket organizzata da Adam Sandler dove si palesano anche Brad Pitt e Jim Carrey.
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Barry: Henry Winkler, Fonzie di Happy Days, è Gene Cousineau. FOTO
Hank Zipzer e il dono della dislessia trasformata in letteratura
Nel 2003, mentre Hollywood faticava a vederlo oltre Fonzie, Winkler intraprese un’altra strada: la letteratura per ragazzi. Nacque così la serie Hank Zipzer il superdisastro, ventotto libri che raccontano le avventure di un ragazzino di nove anni con dislessia che affronta e supera le difficoltà scolastiche.
La dislessia, quella condizione per cui i suoi genitori lo chiamavano dummer Hund, è diventata la radice di ventotto libri che hanno aiutato migliaia di bambini a sentirsi meno soli con le proprie difficoltà. Non è redenzione nel senso cinematografico del termine. È qualcosa di più sottile e più reale: è la trasformazione di una ferita in una porta.
Barry e il secondo atto: quando arriva il tuo primo Emmy a settantasei anni
La storia di Barry — la serie HBO creata da Bill Hader in cui Winkler interpreta Gene Cousineau, un insegnante di recitazione con un ego ipertrofico e una moralità elastica — è, nel racconto del libro, il secondo grande capitolo della sua carriera. Arrivata nel 2018, quando Winkler aveva settantadue anni, la serie gli ha offerto un ruolo che finalmente mostrava al pubblico quello che i colleghi sapevano da decenni: che dietro il giubbotto di pelle c’era un attore di razza, capace di sfumature, di commedia nera, di pathos.
Il primo Emmy in prima serata, conquistato nel 2018, è il coronamento di una storia che avrebbe potuto fermarsi molto prima, che avrebbe avuto tutto il diritto di fermarsi, e che invece ha continuato — testardamente, pazientemente, con quella forma di ottimismo strutturale che sembra essere la vera eredità dei genitori sopravvissuti alla Germania nazista.
«Non puoi prendere un pesce finché la tua esca non è nell’acqua», ripete Winkler, e questa frase — pronunciata spesso nei suoi interventi pubblici — suona come il manifesto di una filosofia di vita più che come un’astuzia di buon senso
La voce di Stacey, l'amore come ancora
Alcuni capitoli del libro sono scritti in prima persona dalla moglie Stacey, con cui Winkler è sposato da quasi mezzo secolo. È una scelta narrativa intelligente e affettuosa: lo sguardo esterno di chi ha visto tutto, che ha vissuto l’esplosione della fama e i lunghi inverni dell’inattività, che conosce l’uomo oltre il personaggio. La voce di Stacey aggiunge profondità senza sentimentalismo, chiaroscuro senza ombra eccessiva.
È lei che restituisce, forse meglio di chiunque altro, il ritratto di un uomo che «ha attraversato il successo senza perdere la propria gentilezza».
Un libro che si legge come un romanzo, si vive come un incontro
Essere Henry è un libro pubblicato in America nel 2023 da Celadon Books, scritto con James Kaplan, e arrivato in Italia il 1° aprile 2026 per Il Castello, nella collana Chinaski diretta da Federico Traversa. La traduzione è di Daria Cadalt, e la lettura scorre fluida, colloquiale, con quella velocità che è già nella voce originale di Winkler: un uomo abituato a raccontare, a intrattenere, a tenere l’attenzione di chi lo ascolta.
Come scrive il Washington Post, è «un’auto-analisi tenera e profonda delle sfide, dei dolori e delle nevrosi di Winkler». Il New York Times lo definisce «intelligente e divertente». L’Associated Press parla di «una storia capace di ispirare e motivare». Tutte descrizioni corrette, nessuna del tutto esaustiva.
Perché la verità è che Essere Henry è, più di tutto, una storia di continuità. Di qualcuno che ha deciso, molto presto — forse in quella piccola stanza senza finestre dell’appartamento 10A, mentre i genitori urlavano in tedesco e lui chiudeva la porta e alzava il volume dell’opera — che sarebbe stato un tipo diverso di cervo. Una frase che un’insegnante di teatro gli disse durante le prime stagioni della carriera, e che è diventata il suo mantra: ognuno di noi è il proprio essere nel proprio corpo.
Un tipo diverso di cervo.
Ecco cos’è Henry Winkler: un tipo diverso di cervo. E questo libro è la mappa del territorio che ha attraversato.
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"Essere Henry, il Fonzie e oltre…" di Henry Winkler, con James Kaplan. Traduzione di Daria Cadalt. Il Castello, collana Chinaski. Disponibile dal 1° aprile 2026. Prezzo di copertina: € 24,00.
Se questo libro fosse un cocktail
Se Essere Henry fosse un cocktail sarebbe un Whisky Sour. Perché ha l'acidità di una vita che non ha fatto sconti — i genitori che ti chiamano dummer Hund, i decenni a inseguire un ruolo che non fosse Fonzie, il lunghissimo inverno prima che Barry riaprisse tutto. Ha la forza di chi non si è mai fermato, nemmeno quando avrebbe avuto ogni diritto di farlo. E poi c'è quella schiuma in superficie, leggera, quasi impalpabile: è l'umorismo con cui Winkler racconta anche le cose che farebbero piangere chiunque altro. Si agita forte, si serve freddo, e lascia in bocca qualcosa che non sai bene definire — ma ci ripensi.