Sindrome del bambino scosso, una violenza invisibile che si può prevenire

Salute e Benessere
Raffaella Cesaroni

Raffaella Cesaroni

Dalla prevenzione della Sindrome del Bambino Scosso al valore della cultura nei percorsi di cura. Health accende i riflettori su un trauma cerebrale potenzialmente letale attraverso il primo rapporto italiano di Terre des Hommes e racconta l'iniziativa nata dalla collaborazione tra Gemelli Isola e CoopCulture a sostegno dei pazienti oncologici

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Un gesto spesso sottovalutato che può provocare un grave trauma cerebrale, fino al coma o alla morte. È il fenomeno della Sindrome del Bambino Scosso, al centro del primo rapporto italiano realizzato da Terre des Hommes. È una forma di violenza gravissima, spesso silenziosa, che può cambiare per sempre la vita di un neonato. Accade quando un adulto, sopraffatto dal pianto inconsolabile del bambino, lo scuote anche solo per pochi secondi. Un gesto apparentemente banale che può provocare lesioni cerebrali irreversibili e che, nei casi più gravi, può portare al coma o alla morte. “Parliamo di una condizione ancora largamente sconosciuta nel nostro Paese - spiega Federica Giannotta, Responsabile Advocacy e Programmi Italia di Terre des Hommes - Eppure è una delle forme di trauma cranico abusivo più gravi nei bambini sotto i due anni. La sua pericolosità non sta nella durata del gesto, ma nella vulnerabilità del corpo del neonato”. I neonati, infatti, non sono adulti in miniatura. “La testa è proporzionalmente più grande e pesante, i muscoli del collo non sono ancora sviluppati e il cervello è più ricco di acqua” - chiarisce Sonia Bianchini, Dirigente medico pediatra dell’ASST Santi Paolo e Carlo – Ospedale San Carlo Borromeo di Milano. “Quando un bambino viene scosso, il cervello subisce movimenti violenti di accelerazione e decelerazione che possono causare emorragie, edema cerebrale e danni neurologici permanenti” – aggiunge Bianchini.

L'indagine di Terre des Hommes

Proprio per colmare il vuoto di conoscenza su questo fenomeno, Terre des Hommes ha realizzato la prima indagine nazionale sui casi di Sindrome del Bambino Scosso in Italia, analizzando i dati raccolti tra il 2018 e il 2022 in sette ospedali italiani. I numeri, spiega Giannotta, “non descrivono un’emergenza di massa, ma una gravità estrema: 47 casi accertati, cinque decessi, bambini piccolissimi, nella maggior parte dei casi sotto i sei mesi di vita”. Dallo studio emerge anche un dato particolarmente allarmante: in molti casi i bambini erano già stati scossi in precedenza. “Le indagini neuroradiologiche mostrano spesso lesioni croniche, segno che la violenza si è ripetuta nel tempo senza essere riconosciuta - sottolinea la pediatra Bianchini - Questo accade perché i sintomi iniziali possono essere aspecifici: vomito, irritabilità, difficoltà di alimentazione. Senza un sospetto clinico, il rischio è che il quadro venga sottovalutato”. Secondo il rapporto, un bambino su tre era già arrivato in pronto soccorso prima della diagnosi definitiva. “La Sindrome del Bambino Scosso non riguarda solo situazioni di marginalità sociale - precisa Giannotta - Può accadere in qualunque famiglia. Il principale fattore scatenante è il pianto inconsolabile, che raggiunge il picco proprio tra le due settimane e i sei mesi di vita”. Da qui l’importanza della prevenzione e dell’informazione. Conoscere il rischio significa ridurlo. Sapere che è lecito posare il bambino in un luogo sicuro, allontanarsi un momento e chiedere aiuto può salvare una vita”.

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Quando la cultura diventa una risorsa per la salute

La cura non passa soltanto attraverso farmaci, interventi e tecnologie. Sempre più spesso la medicina guarda anche alla qualità della vita delle persone e al loro benessere psicologico durante il percorso terapeutico. È in questa prospettiva che nasce la collaborazione tra Gemelli Isola e CoopCulture, che porta l'esperienza culturale all'interno dell'ospedale attraverso progetti innovativi dedicati ai pazienti.

“Quando parliamo di salute non possiamo limitarci alla sola dimensione clinica” - spiega Vincenzo Valentini, Direttore del Dipartimento di Oncologia e Imaging dell'Ospedale Isola Tiberina - Gemelli Isola. Che aggiunge: “La persona che affronta una malattia ha bisogno di cure efficaci, ma anche di mantenere una relazione con la propria dimensione emotiva, culturale e sociale”.

Da qui l'idea di utilizzare le nuove tecnologie per rendere accessibili contenuti culturali e percorsi immersivi anche a chi si trova in ospedale. Grazie a visori e strumenti digitali, i pazienti possono visitare virtualmente luoghi d'arte e siti di interesse culturale, vivendo un'esperienza capace di interrompere, almeno per qualche momento, la routine delle terapie e dell'assistenza sanitaria. Un'iniziativa che punta a riportare al centro la persona, non solo il paziente, offrendo esperienze culturali capaci di accompagnare il percorso di cura.

“L'obiettivo è portare la cultura dove normalmente è più difficile raggiungerla” - sottolinea Teresa Di Bartolomeo, Direttrice Sviluppo Prodotti di CoopCulture. “Crediamo che l'accesso al patrimonio culturale possa contribuire al benessere delle persone e che l'innovazione possa aiutarci a costruire nuove forme di partecipazione anche in contesti complessi come quelli ospedalieri” – continua Di Bartolomeo.

L'iniziativa si inserisce in un filone sempre più sviluppato che studia il rapporto tra arte, cultura e salute, con l'obiettivo di migliorare l'esperienza dei pazienti e umanizzare i percorsi di cura. Perché oggi la sfida non è soltanto curare la malattia, ma prendersi cura della persona nella sua interezza.

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