Introduzione
Estendere l’assistenza pediatrica fino ai 18 anni. È uno dei punti centrali della proposta di riforma di medicina territoriale, della medicina generale e della pediatria di libera scelta firmata dal ministro della Salute Orazio Schillaci: la bozza già è stata inviata alle Regioni e si è aperta la fase del confronto. Il progetto è però divisivo, almeno per alcuni punti specifici.
Quello che devi sapere
Come funziona oggi
Al momento si può essere seguiti dal pediatra fino a 14 anni, oppure 16 anni in casi particolari (ad esempio in presenza di patologie croniche o nel caso di richiesta specifica e motivata della famiglia). Fino a 6 anni invece è obbligatorio avere un pediatra e non si può essere iscritti al medico del ruolo unico di assistenza primaria (il cosiddetto medico di base). L’unica eccezione a questa regola, spiega la bozza di riforma, “è rappresentata dalla impossibilità di accogliere nuovi iscritti da parte dei pediatri che esercitano nell’ambito di scelta, in tal caso e solo fino all’inserimento di un nuovo pediatra, può essere effettuata una iscrizione al medico del ruolo unico di assistenza primaria”.
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Quanti pazienti hanno i pediatri
Al 1° gennaio 2025, i 6.284 pediatri di libera scelta in servizio avevano 5.763.534 assistiti, di cui in età di esclusiva 2.356.230 (il 40% del totale). “Considerando il calo di nascite registrato dal 2020 al 2025 pari a circa il 10% (414.974 nati nel 2020 a fronte dei 370.444 nati nel 2025) la percentuale di assistiti in età di esclusiva in carico ai pediatri di libera scelta è destinata a diminuire”, evidenzia la bozza. Se si innalzasse l’età fino a 18 anni, i pediatri di libera scelta “potrebbero avere in carico 8.590.767 assistiti (portando l’incidenza dell’età di esclusiva al solo 27%)”.
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Cosa prevede la riforma
L’innalzamento dell’età in cui si può essere seguiti dal pediatra fino a 18 anni avrebbe l'effetto immediato di ritardare l'iscrizione dell’assistito medico del ruolo unico dell'assistenza primaria, "rendendo meno critico il ricambio generazionale della categoria", vista l'attuale carenza di medici di base. Va detto però che non si tratta di una riforma a costo zero, perché, stima il governo, "genererebbe un maggiore costo annuo, rispetto al passaggio al medico del ruolo unico di assistenza primaria pari a 523.701.108 euro/anno e la necessità di inserire sul territorio ulteriori 1300 pediatri".
Un massimo di 1500 assistiti anche per i pediatri
Il testo di Schillaci prevede anche che ai pediatri si applichi un limite massimo di assistiti uguale a quello dei medici di base, cioè 1500 (invece che mille), motivato dal già citato forte calo delle nascite in Italia. L'obiettivo, si sottolinea nel testo, è quello di una "maggiore omogeneità e razionalità dell'assetto assistenziale". Il documento richiama, in questa stessa direzione, anche alla necessità di una tariffa nazionale per assistito e di una revisione complessiva dei criteri di remunerazione sia per i medici sia per i pediatri di libera scelta, sempre al fine di "rendere più uniforme il servizio sul territorio nazionale".
Una misura “davvero strategica”
Schillaci è tornato a parlare della riforma in occasione della Giornata nazionale della pediatria promossa dalla Società italiana di pediatria (Sip) al ministero della Salute, che si è tenuta il 5 maggio, definendo l'estensione dell'assistenza del pediatra di libera scelta fino ai 18 anni di età una “misura davvero strategica” nel fare “da ponte tra il mondo dei bambini e quello degli adulti”.
Per la Sip il pediatra fino a 18 anni serve anche in ospedale
La proposta è stata accolta in maniera “molto favorevole” dal presidente della Sip, Rino Agostiniani, perché “il pediatra è il professionista più indicato per accompagnare le ragazze e i ragazzi nel loro percorso di crescita". Per la Sip l'ampliamento delle cure pediatriche fino ai 18 anni andrebbe anzi esteso anche all'ambito ospedaliero, dove il passaggio ai percorsi per adulti avviene senza criteri uniformi: a 14, 16 o 18 anni. "Attualmente in Italia abbiamo una situazione di grande difformità, spesso all'interno della stessa regione, qualche volta anche nella stessa città. Bisogna arrivare a una strutturazione dei reparti di pediatria che siano in grado di assistere anche le fasce d'età adolescenziali", dice Agostiniani.
Ok anche dalla Fimp
Proposta accolta positivamente anche dalla Federazione Italiana Medici Pediatri (Fimp). "L'età adolescenziale è una terra di mezzo della quale ancora oggi nessuno si occupa in modo strutturato. Per questo serve un passaggio di testimone strutturato con il medico di medicina generale", dice Antonio D'Avino, presidente della Fimp. La riforma, si mette in guardia, dovrebbe però inserirsi “in una visione complessiva dell’assistenza territoriale, fondata sui bisogni di bambini e adolescenti”, per essere davvero efficace.
Non tutti sono convinti
Non tutti sono però convinti. C’è chi pensa che l’innalzamento di età e del numero massimo di assistiti potrebbe avere l’effetto di meno attenzione per ciascun bambino. Così la pensa ad esempio il Comitato dei Pediatri di Libera Scelta, che sul suo profilo Facebook scrive: “Portare il massimale a 1.500 pazienti, equiparando il carico di un neonato a quello di un adulto, è un errore clinico drammatico. Il bambino non è un "piccolo adulto". Con questi numeri, la sorveglianza intensiva nei primi mille giorni di vita diventerà fisicamente impossibile. Raddoppiare gli assistiti significa dimezzare il tempo per ogni bambino. I nostri dati parlano chiaro: il 47% dei pediatri intervistati è disponibile ad aumentare il massimale a 1200 assistiti mantenendo uno slot fisso di 200 posti per la fascia di età tra i 14 e 18 anni. Una quota minoritaria ma significativa del 41,2% accetterebbe l'estensione ai 18 anni solo a condizione che il massimale resti bloccato a 1000 assistiti. Solo il 5,9% si dichiara totalmente contrario all'assistenza fino ai 18 anni”.
I pediatri nelle Case di Comunità
Un altro punto della riforma piuttosto criticato è quello che prevede l’obbligo di attività anche per i pediatri di libera scelta nelle Case di Comunità. Sul punto è scettica ad esempio la Fimp. “Non vorremmo andare semplicemente a riempire le case della comunità, dove vogliamo dare il nostro contributo, vorremmo fare quello che i pediatri di famiglia hanno dall'istituzione del Servizio sanitario nazionale, cioè sostanzialmente prevenzione, assistenza, promozione di corretti stili di vita, educazione sanitaria e assistenza al cronico. Oggi questo Servizio Sanitario Nazionale, che noi crediamo fortemente che debba rimanere pubblico, deve garantire a tutti i bambini e a tutti gli adolescenti, in virtù di questa estensione della fascia pediatrica, le stesse opportunità di cura dalla Lombardia alla Sicilia. Non è pensabile che ci siano sempre logiche economiche e che queste logiche possano condizionare le scelte politiche", dice D’Avino.
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