Alzheimer, l'intelligenza artificiale possibile arma per la prevenzione

Salute e Benessere

Un recente studio, pubblicato sul “Journal of Alzheimer's Disease” ha spiegato come nuove metodiche di analisi legate alle malattie neurodegenerative, tra cui appunto il morbo di Alzheimer, possano aiutare ad individuarne l'insorgenza, grazie alle potenzialità messe a disposizione dell'intelligenza artificiale

L'intelligenza artificiale (AI) nei laboratori medici potrebbe rappresentare un valido supporto per prevenire l'insorgere dell'Alzheimer, la forma più comune di demenza, un termine generale che si riferisce alla perdita di memoria e di altre abilità intellettuali così impattante da interferire con la vita quotidiana. Una recente ricerca, pubblicata dal "Journal of Alzheimer's Disease", ha spiegato infatti come nuove metodiche di analisi legate alla malattia neurodegenerativa, come appunto il morbo di Alzheimer, possano aiutare ad individuarne l'insorgenza, proprio grazie alle potenzialità dell'intelligenza artificiale.

Nuove speranze per la cura

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Lo studio, condotto dai ricercatori dell'Università di Chieti-Pescara, da quelli dell'Irvine University e dell'Università della California, ha utilizzato un'enorme banca dati internazionale che raccoglie informazioni su migliaia di pazienti affetti da malattie neurodegenerative, intrecciandola con un modello di machine learning messo a punto da esperti biotech. Coordinato dal professor Stefano Sensi, direttore del Dnisc, il dipartimento di Neuroscienze, Imaging e Scienze Cliniche dell'Università di Chieti e dal Cast, il Centro di Studi e Tecnologie Avanzate, il lavoro di ricerca ha voluto approfondire i meccanismi che contribuiscono all’insorgenza dell'Alzheimer e sulla possibilità di diagnosi precoce della malattia, suggerendo nuove speranze per la cura. Lo studio, in particolare, si è focalizzato sull'analisi del valore che hanno fattori presenti fuori e dentro il cervello nel produrre la transizione che porta da una condizione iniziale e potenzialmente trattabile (il deficit cognitivo lieve) fino alla demenza. “L'algoritmo che abbiamo messo a punto è andato ad analizzare centinaia di dati di risonanza magnetica cerebrale, neuropsicologici, liquorali ed ematici raccolti da una coorte di centinaia di pazienti presenti nel database internazionale dell'Adni (Alzheimer Disease Neuroimaging Initiative)”, ha spiegato Sensi.

Una precisione del 98%

Ciò che ha particolarmente sorpreso gli esperti è che l'intelligenza artificiale ha saputo evidenziare delle associazioni fra le variazioni di fattori extracerebrali, tra cui ad esempio i livelli di alcuni acidi biliari, e la possibilità di sottostanti processi neurodegenerativi. Fattore coerente con il processo della “gut-brain connection”, ovvero un legame correlato fra sistema nervoso e apparato gastrointestinale. Come hanno sottolineato Davide Nardini e Giorgio Maria Mandolini, gli esperti che hanno elaborato l'algoritmo, “il modello, grazie all'uso di nuove variabili individuate dall'intelligenza artificiale, ha raggiunto in alcuni casi una precisione del 98%”. Secondo gli studiosi, tra l’altro, “le applicazioni ipotizzabili sono molte di più nel campo medico e bioinformatico e diventeranno molte pervasive negli anni a venire: un buon motivo per investire capitali e conoscenze in questo settore”, hanno riferito ancora.

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