Covid-19, problemi a seguire terapie per altre malattie in 1 caso su 4

Salute e Benessere

E’ uno dei dati analizzati da Fondazione Onda, l’osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, attraverso un'indagine, condotta dall'Istituto di ricerca Elma Research, basata su un campione di 558 persone, tra uomini e donne con un'età media di 52 anni

In periodo di coronavirus, un paziente su 4 ha dichiarato di avere difficoltà nel portare avanti la propria terapia in modo continuativo e 3 su 10, invece, di aver saltato almeno una somministrazione del trattamento nella settimana precedente all’intervista. E’ quanto sottolineato da Fondazione Onda, l’osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, attraverso un'indagine, condotta dall'Istituto di ricerca Elma Research, su un campione di 558 persone, tra uomini e donne con un'età media di 52 anni. L'indagine, che verrà presentata, in modalità virtuale, in occasione della conferenza stampa del IV Congresso Nazionale di Onda, intitolata "L'aderenza diagnostica e terapeutica nell'era Covid-19", ha così analizzato il modo in cui gli italiani si rapportano con le indicazioni del proprio medico rispetto alla terapia farmacologica da assumere, le conseguenze legate alla non aderenza e l'impatto dell'emergenza legata al coronavirus.

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Perché si fa fatica a seguire le terapie

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L’indagine ha permesso di comprendere meglio quali siano le ragioni principali per cui molti italiani hanno segnalato difficoltà nel seguire le prescrizioni del proprio medico. Tra queste, la dimenticanza nell'assumere la terapia in modo costante (27%), la difficoltà a rispettare le regole di assunzione (13%), la paura degli effetti collaterali (9%), poi ancora l'interruzione della terapia quando si sta meglio (9%), l'assenza di chi aiuta o ricorda la somministrazione stessa (8%) e la svogliatezza (8%). I dati, sottolineano gli esperti, sono ancora più sostanziali se si considera che la maggior parte delle cure in questione sono quelle somministrate per le patologie oncologiche, assunte dal 38% dei partecipanti, oltre che per le malattie cardiovascolari (28%). "Il problema della mancata aderenza alle terapie farmacologiche è rilevante e crescente e ha un impatto non solo sulla salute dei pazienti, ma anche in termini di sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale”, ha sottolineato Francesca Merzagora, presidente di Fondazione Onda. “E' preoccupante leggere nei dati dell'indagine che pazienti in cura con farmaci salvavita non siano aderenti nel 23% dei casi: occorrerebbe promuovere una maggiore sensibilizzazione sui rischi della non aderenza e un maggiore utilizzo di app, ad oggi usate solo da 1 paziente su 4, per ricordarsi di assumere le terapie con regolarità", ha poi aggiunto.

Altri dati emersi

Nell’indagine sono poi emersi altri dati. Rispetto ai pazienti intervistati, 9 su 10 ricorrono a farmaci per via orale che assumono una o più volte al giorno, in piena autonomia e a domicilio, e 1 su 2 segue più di una terapia continuativa. La regolarità nell'assunzione non impatta in modo marcato sulla quotidianità, spiegano gli esperti, anche se per il 45% dei partecipanti la terapia ha influenzato in qualche modo l'umore, la qualità della vita in generale (39%), la vita famigliare o di coppia (34%) e la vita lavorativa (31%). Una criticità, come detto, è rappresentata dalle applicazioni o dai dispositivi che aiutano a migliorare la continuità terapeutica: è emerso come solo il 26% ne faccia uso. "Circa la metà dei pazienti con depressione maggiore sono non aderenti o scarsamente aderenti alle terapie con antidepressivi. Questo comporta una serie di caratteristiche sfavorevoli di decorso e di esito”, ha spiegato Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia e direttore del dipartimento di neuroscienze presso l’ASST Fatebenefratelli-Sacco, di Milano. “La pandemia Covid-19 ha sottolineato l'importanza di mantenere un'aderenza ottimale alle terapie farmacologiche implementando la comunicazione con il paziente attraverso telemedicina e interventi a distanza”, ha spiegato. “Una corretta informazione sui trattamenti è in grado di migliorarne l'aderenza, inoltre l'alleanza terapeutica con il prescrittore è volta ad aumentare la probabilità di risposta positiva".

La centralità del rapporto medico-paziente

Secondo Raffaella Michieli, invece, segretaria nazionale della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie, se si parla di aderenza occorre “sottolineare che non vuol dire solo 'assunzione della terapia', ma anche un'assunzione di dosi ad orari corretti. In questo senso la centralità del rapporto medico-paziente attraverso il quale si concorda e si spiega è la chiave del successo”, ha detto. Per quanto riguarda le differenze di genere, ad esempio, “nella terapia per l'ipertensione, per il maschio un fattore determinante è la disfunzione sessuale (effetto collaterale di molti farmaci anti-ipertensivi) mentre nelle donne prevale invece l'importanza dell'insoddisfazione nella comunicazione con il medico prescrittore e la presenza di sintomi depressivi”, ha aggiunto l’esperta. “Un'aderenza elevata alla terapia si associa al 38% di riduzione del rischio di eventi cardiovascolari rispetto a pazienti con bassa aderenza al trattamento antipertensivo. Un uso non aderente della terapia antipertensiva si associa con un rischio aumentato del 15% e del 28% rispettivamente di infarto miocardico acuto e di ictus cerebrale ischemico", ha poi concluso.

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