Crisi di governo, Conte chiederà la fiducia lunedì 18: perché prende tempo e cosa accadrà

Politica

di Marco Di Fonzo e Steno Giulianelli

Il Presidente del Consiglio si presenterà prima alla Camera e poi al Senato all'inizio della prossima settimana per chiedere la fiducia. Gli occorre tempo per cercare una nuova maggioranza ed evitare la fine del governo. Sullo sfondo, la strada delle elezioni a giugno. E vari provvedimenti economici in sospeso per un'Italia che aspetta delle risposte

Tutti aspettano Giuseppe Conte. Perché il Presidente del Consiglio sta prendendo tempo e cosa potrebbe succedere nei prossimi giorni? La patata bollente della crisi politica è ora tutta nelle sue mani, dopo l’addio delle ministre di Italia Viva e lo schiaffo di Matteo Renzi all’esecutivo. (CRISI DI GOVERNO, LE ULTIME NOTIZIE - RENZI-CONTE, LE TAPPE DI UNA CRISI - POST ANTI-RENZI SULLA PAGINA FP DI CONTE, ATTACCO HACKER?)

Il passaggio al Quirinale

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Nelle ultime ore Conte è già salito più volte al Quirinale per aggiornare il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sull’evoluzione della crisi. Durante l’ultimo colloquio, il Capo dello Stato ha firmato il decreto di accettazione delle dimissioni delle due ministre che hanno lasciato l’esecutivo, Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, e del sottosegretario Ivan Scalfarotto. Conte ha preso in mano l’interim del ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e deve ora vagliare in tempi rapidi tutte le ipotesi sul tavolo, come chiesto da Mattarella. Di sicuro Conte ha scelto per il momento di non dimettersi, ma di andare in Parlamento per dire la sua e soprattutto verificare di avere ancora i numeri, una maggioranza per andare avanti.

I tempi della crisi

Lo scontro in Parlamento tra Camera e Senato, nel quale è coinvolta anche Italia Viva, in queste ore è tutto incentrato sui tempi di gestione della crisi. In particolare c’è un primo step chiesto da più parti e che il premier ha assunto come impegno davanti al Capo dello Stato: presentarsi alle Camere e informare i parlamentari sulle sue decisioni, su come intende procedere per risolvere l’impasse. Ed è quello che farà nelle giornate di lunedì 18 e martedì 19 gennaio, presentandosi prima alla Camera e poi al Senato per chiedere il voto di fiducia, per continuare l'esperienza del suo governo.

La necessità di approvare il decreto Ristori

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Un rischio, quello del voto di fiducia, che Conte si assume mentre sul tavolo restano in attesa alcuni importanti provvedimenti da votare e mandare a regime nei prossimi giorni, primo fra tutti il decreto Ristori per le attività rimaste schiacciate dalla pandemia. Durante il Cdm di giovedì sera è stato approvato lo scostamento di bilancio da 32 miliardi necessario per coprire la misura, mentre il via libera in Parlamento dovrebbe arrivare mercoledì prossimo, 20 gennaio. Un passaggio fondamentale per sbloccare il decreto Ristori. Conte gioca d'anticipo: non aspetterà il passaggio in Aula dello scostamento di bilancio, ma si presenterà alla Camera per chiedere la fiducia già nella giornata di lunedì, così da “parlamentarizzare” la crisi prima di mercoledì. Un passaggio, quello in Aula, che lo stesso Presidente del Consiglio ha definito “indispensabile”. Sarebbe stato davvero troppo complesso evitare il confronto in Parlamento per circa una settimana, fino all'approvazione dello scostamento di bilancio.

La ricerca di una maggioranza diversa

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La ragione principale per la quale Conte sta attendendo prima di presentarsi in Parlamento è strettamente legata alle opzioni sul tavolo per risolvere questa situazione di stallo. Conte deve prendere tempo. Ne ha bisogno per capire se questo governo può continuare ad andare avanti con una maggioranza diversa, prima di affrontare le Camere sul tema crisi. Il Presidente del Consiglio ha bisogno di trovare parlamentari che sostituiscano quelli di Italia Viva in maggioranza, in particolare al Senato, dove i numeri sono risicati. Nelle scorse ore, dal Quirinale era arrivato l’auspicio che la crisi potesse essere risolta in fretta, ma non attraverso l’appoggio di singoli transfughi raccolti dai vari gruppi in Parlamento. Una soluzione che avrebbe forse permesso all’esecutivo di sopravvivere, ma non di governare come richiesto dal difficile momento che sta vivendo il Paese. Tenendo conto anche dell’indicazione del Colle, a Conte occorre una maggioranza politica, non solo aritmetica. Non basta, dunque, arrivare a 161 senatori in appoggio al governo, il minimo necessario. Per tentare di governare, consentendo alla maggioranza di far funzionare le commissioni parlamentari, ne occorrono almeno 165. Dei 18 senatori persi con l’uscita di Italia Viva dal governo, dunque, tutti o quasi devono essere sostituiti, diciamo almeno 15

Le spinte dei parlamentari

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Se da una parte questo è il tentativo che il Presidente del Consiglio e il governo stanno cercando di portare avanti, dall’altra ci sono le diverse spinte dei parlamentari di maggioranza e opposizione. Buona parte del centrodestra, ma non tutto, vorrebbe probabilmente puntare a massimizzare il consenso elettorale che i sondaggi hanno attestato anche negli ultimi giorni. Dunque c'è tutto l’interesse a far naufragare il governo Conte. Dall’altra parte, sia Pd che M5S stanno picchiando duro sui renziani, di fatto escludendo qualsiasi ipotesi di un ritorno di Italia Viva tra le forze di maggioranza. 

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Dove recuperare i parlamentari necessari a Conte per andare avanti? Una delle opzioni è che governo e forze di maggioranza riescano a spaccare il gruppo di Italia Viva, raccogliendo una parte delle sue forze con la minaccia di nuove elezioni. Il combinato disposto della riforma sul taglio dei parlamentari - portati da 630 a 400 alla Camera e da 315 a 200 elettivi al Senato - e dello scarso consenso elettorale emerso dagli ultimi sondaggi impedirebbe una riconferma per la maggior parte dei parlamentari di Iv. Una rielezione, per molti di loro, appare un miraggio. Ecco dunque un tema che potrebbe far breccia. Per coprire i numeri che mancano potrebbe essere creato un nuovo gruppo parlamentare in appoggio al governo Conte, dove confluirebbero altri transfughi delle varie forze politiche, ora raccolti nel gruppo misto. Del resto anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il ministro dei Beni e delle Attività Culturali Dario Franceschini, oltre ad alcuni esponenti di primo piano del Pd, con le loro ultime dichiarazioni sembrano aprire le porte agli “europeisti” delle altre forze politiche, compresi quelli che gravitano nell’area di centrodestra. E dicono che “non c’è da vergognarsi” nel cercare maggioranze alternative in Aula. Lo stesso centrodestra, anziché alzare i toni e passare al pressing diretto per le elezioni, dopo l’ultimo vertice ha preso tempo, chiedendo a Conte di presentarsi in Parlamento per chiarire i numeri a disposizione. Eppure la carta delle urne, se si esclude Forza Italia, potrebbe giovare in termini di numeri sia a Fratelli d’Italia, sia in parte alla Lega.

Senza accordi, elezioni a giugno

Se la ricerca di una nuova maggioranza fallisse, Conte non avrebbe altra scelta che salire al Colle e dimettersi. E se anche la carta del governo di larghe intese – molto improbabile - non trovasse riscontro, alla fine resterebbe solo l’opzione del ritorno alle urne. Ma in piena pandemia sarebbe difficile andare a votare prima di giugno. E a quel punto la strada da imboccare potrebbe essere quella di un governo guidato da una persona terza – si fanno i nomi di Marta Cartabia, ex presidente della Corte Costituzionale, e dell’economista Carlo Cottarelli – che porti il Paese alle urne, in mesi così complicati.

 

Da qui all’inizio della prossima settimana capiremo quale strada imboccherà questa strana crisi di governo, grazie al passaggio davanti alle Camere del premier. Un tassello fondamentale per risolvere questo intricato rompicapo, uscire dalla crisi politica e tornare ad affrontare i temi economici legati alla pandemia. Fuori, nel frattempo, c’è un Paese che aspetta risposte.

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