Aung San Suu Kyi, chi è la leader arrestata e condannata dai militari in Myanmar

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Fiera oppositrice della dittatura nel Paese asiatico, nel 1991 ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Nel 2015 il suo partito ha vinto le elezioni e, poco dopo, è diventata presidente de facto. Poi le critiche per la gestione delle violenze contro i Rohingya, il nuovo colpo di Stato e la condanna a 4 anni di carcere

Premio Nobel per la Pace nel 1991, attivista per i diritti umani e fiera oppositrice del regime militare in Birmania. Prima di essere nuovamente arrestata dai militari nel colpo di Stato in Myanmar dell'1 febbraio 2021 e condannata a 4 anni di carcereAung San Suu Kyi per anni è stata considerata un simbolo mondiale della non-violenza. Nel 2016 è diventata Consigliere di Stato della Birmania, ministro degli Affari Esteri e ministro dell'Ufficio del Presidente, una sorta di capo del governo de facto. La sua figura è stata però anche al centro delle polemiche per la gestione delle violenze ai danni della minoranza musulmana birmana dei Rohingya.

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Figlia del “Padre della patria”, il generale Aung San, ucciso quando lei aveva solo due anni, Aung San Suu Kyi nasce a Yangon il 19 giugno del 1945. All’età di 15 anni lascia la Birmania per seguire la madre, diventata ambasciatore in India. Gran parte della sua vita, la leader asiatica la trascorre all’estero, soprattutto in Gran Bretagna. Ma nel 1988, complice la malattia della madre, Aung San Suu Kyi torna in patria. Ed è proprio verso la fine degli anni Ottanta che inizia la sua carriera politica e in favore dei diritti umani, quando il Paese, governato dai militari sin dal 1962, è scosso da imponenti manifestazioni a favore della democrazia, poi represse nel sangue. Suu Kyi inizia a tenere comizi davanti a centinaia di migliaia di dimostranti e rapidamente diventa una leader dell'opposizione. In questa veste, decide quindi di non lasciare la Birmania e comincia a viaggiare in tutto il Paese predicando un cambiamento democratico.

Gli arresti domiciliari e il Premio Nobel

Il regime, frastornato dalla velocità degli eventi e per tentare di arginare le proteste, concede le elezioni, ma prima, nel 1989, costringe la leader dell’opposizione agli arresti domiciliari. La nuova Lega nazionale della democrazia (Nld), guidata da una Suu Kyi prigioniera in casa propria, nel 1990 trionfa alle urne, ma il voto non è riconosciuto dai generali e la leader dell’opposizione continua a stare agli arresti domiciliari, dove resterà per molti anni ancora. Ed è durante questo periodo che le viene assegnato il premio Nobel per la Pace del 1991, poi ritirato soltanto nel 2012. Un riconoscimento internazionale che, però, non piega il regime, che continua a mantenere la vita di Suu Kyi tra restrizioni e privazioni di libertà.

La rinuncia all’ultimo saluto al marito

Nel 1999, i generali le offrono la possibilità di visitare il marito malato, a condizione però di non rientrare più in Birmania, ma Suu Kyi rifiuta. Senza accesso a Internet e con severe restrizioni alla posta, Suu Kyi non ha contatti con i figli. Ma se all'estero la sua contrapposizione alla dittatura militare è vista con ammirazione, in patria non tutti condividono la sua indisponibilità a qualsiasi tipo di compromesso con il regime. Il muro contro muro, secondo alcuni, ha mantenuto la Birmania ferma per vent'anni.

La pressione internazionale per la sua liberazione

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Gli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi vengono revocati nel 1995. Ma questo per la leader asiatica non significa libertà. La donna, infatti, per volere del regime, non può lasciare il Paese ed è costantemente controllata. Nel corso degli anni a lei si sono interessati tanti leader mondiali, come l’allora segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, e Papa Giovanni Paolo II, oltre agli Stati Uniti e all’Unione Europea. Nel 2002, a seguito di forti pressioni delle Nazioni Unite, ad Aung San Suu Kyi viene riconosciuta una maggiore libertà d'azione nel Paese. Ma il 30 maggio 2003, mentre è a bordo di un convoglio con numerosi sostenitori, un gruppo di militari apre il fuoco e massacra molte persone, e solo grazie alla prontezza di riflessi del suo autista lei riesce a salvarsi. Dopo quest’episodio viene di nuovo messa agli arresti domiciliari, con relativo peggioramento della sua salute. 

Dalla libertà al potere

Aung San Suu Kyi conquista la libertà il 10 novembre del 2010. Il 1° aprile del 2012, durante un voto suppletivo, ottiene un seggio al parlamento nazionale. Tre anni dopo, il Paese va al voto per la prima volta dopo il colpo di stato militare del 1962 e il partito di Aung San Suu Kyi vince le elezioni aggiudicandosi 291 seggi. Dal 30 marzo 2016, con l'insediamento del governo formato da Htin Kyaw, il Nobel del 1991 diventa ministro degli Affari esteri, della Pubblica Istruzione, dell'Energia elettrica e dell'Energia e Ministro dell'Ufficio del Presidente. Il 6 aprile 2016, lascia i dicasteri della Pubblica Istruzione, dell'Energia elettrica e dell'Energia, per diventare Consigliere di Stato (una sorta di Primo Ministro) e agire come una sorta di presidente del Paese.

Il nodo della minoranza Rohingya

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A offuscare l'immagine di Aung San Suu Kyi c'è la vicenda legata ai Rohingya (CHI SONO), la minoranza musulmana della Birmania. Nel 2012, nel Paese scoppiano le violenze durante le quali vengono sfollati circa 100mila appartenenti a questa comunità. Di fronte alle preoccupazioni della comunità internazionale per questa situazione, Aung San Suu Kyi si spende per rassicurare gli Stati stranieri e le istituzioni mondiali sul rispetto dei diritti umani nei confronti dei Rohingya. Ma la crisi per la minoranza musulmana del Paese continua, anche quando la National League for Democracy prende il potere nel 2015. Il 27 agosto del 2018 un rapporto della Missione d'inchiesta indipendente dell'Onu sulla Birmania sostiene che i leader militari del Paese devono essere incriminati per genocidio e crimini di guerra contro la minoranza dei Rohingya. Secondo il documento, la leader birmana, Aung San Suu Kyi "non ha usato la sua posizione di capo del governo de facto, né la sua autorità morale, per arginare o impedire gli eventi in corso nello stato di Rakhine". Le autorità civili birmane, si legge ancora, avevano poco margine, ma "attraverso le loro azioni e omissioni, hanno contribuito alla commissione dei crimini atroci". Per questo, secondo l'Alto commissario uscente delle Nazioni Unite per i diritti umani, Ra'ad Al Hussein, Aung San Suu Kyi si sarebbe dovuta dimettere.

Le elezioni del 2020 e il colpo di Stato

Nel 2020 il partito di Aung San Suu Kyi, la Lega Nazionale per la Democrazia, vince di nuovo le elezioni politiche in Myanmar. Il generale Min Aung Hlaing, capo delle forze armate, contesta i risultati del ballottaggio e ne chiede la riverifica, ma la commissione elettorale respinge le accuse. L'1 febbraio 2021 le forze armate birmane mettono in atto un colpo di Stato e arrestano Aung San Suu Kyi e altri leader del partito al governo, scatenando nel Paese proteste di massa che vengono violentemente represse. Il 6 dicembre 2021 Aung San Suu Kyi  viene condannata a 4 anni di carcere per le accuse di incitamento al dissenso contro i militari e violazione delle misure anti Covid.

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