Iran, almeno undici i condannati a morte dalle autorità: chi sono e quali sono le accuse

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Il ventitreenne Moshen Shakari, il manifestante giustiziato ieri dalla Repubblica Islamica, potrebbe essere solo il primo di una lunga serie. “Corriamo il rischio di avere esecuzioni ogni giorno”, ha avvertito il direttore della Ong Iran Human Rights

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Moshen Shakari sarà probabilmente solo il primo. Nei prossimi giorni e settimane sono previste una serie di condanne a morte per coloro che si sono ribellati alle autorità iraniane: si parla di almeno altre undici persone, anche se secondo Amnesty International sarebbero addirittura 28 coloro che rischiano di morire. L’impiccagione di Shakari è avvenuta a tre mesi dall’arresto per aver partecipato alle proteste antigovernative che scuotono l'Iran, dopo essere stato ritenuto colpevole di “inimicizia contro Dio”, “aver bloccato una strada” e “aver estratto un'arma con l'intenzione di uccidere e avere ferito intenzionalmente un ufficiale durante il servizio”. “Corriamo il rischio di avere esecuzioni di manifestanti ogni giorno”, ha detto Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore della Ong Iran Human Rights con sede ad Oslo, chiedendo iniziative della comunità internazionale. Anche Amnesty International ha lanciato un appello affinché le autorità iraniane pongano "immediatamente fine alle esecuzioni previste e smettano di utilizzare la pena di morte come uno strumento per la repressione politica contro i manifestanti".

Il caso

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Come riporta Il Corriere della Sera, le due Ong che monitorano i diritti umani in Iran hanno evidenziato che le condanne a morte sarebbero state firmate in due separati processi, il 30 novembre e il 5 dicembre. Tre dei condannati, segnala Iran Rights Watch, sono minorenni e sarebbero diciassettenni, arrestati a Karaj per avere ucciso, in una rissa, un membro dei basij (polizia paramilitare creata dall’Ayatollah Khomeini nel 1979), Ruhollah Ajamian, morto in servizio il 12 novembre. La condanna, illecita secondo il diritto internazionale e la Convenzione sui diritti dell’infanzia, ratificata anche dall’Iran, è stata firmata in meno di un mese con l’accusa di efsad-fil-arz, “corruzione sulla terra”.  Secondo Iran Rights Watch, “gli imputati non hanno accesso ai loro avvocati” e non possono avere contatti con i familiari.

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Tra quelli condannati il 30 novembre solo due nomi sono certi, oltre ai tre diciassettenni: Mohammad Ghobadlu, che avrebbe investito un’auto della polizia uccidendo un agente, e Sahand Nour Mohammadzadeh, che avrebbe dato fuoco a un edificio pubblico. Il 5 dicembre poi il tribunale rivoluzionario di Alborz ha condannato a morte altre cinque persone, parte dei 16 imputati per l’uccisione di un poliziotto il 3 novembre, sulla strada tra Karaj e Qazvin, a nordovest della capitale. Manifestavano a un corteo per l’uccisione di un concittadino, Hadis Najafi, quando le forze di sicurezza li hanno attaccati: per loro Iran Rights Watch parla di “confessioni estorte”. Un altro manifestante, Majidreza Rahnavard, arrestato a Mashad, è stato condannato con l’accusa di moharebeh (inimicizia contro Dio) per aver ucciso due guardie con un coltello; la sua esecuzione, in programma già a novembre, è stata rinviata a data da destinarsi. Sul suo caso Amnesty International sostiene che “sia stato arrestato il 17 novembre, appena 12 giorni prima del processo. I media statali hanno trasmesso riprese di interrogatori in cui lui bendato rendeva dichiarazioni autoincriminanti, con il braccio sinistro fasciato e ingessato”. Smentita invece, dopo giorni di mobilitazione anche internazionale, la condanna a morte dell’allenatrice di pallavolo e madre di tre figli Fahimeh Karimi, compagna di cella nel carcere di Evin di Alessia Piperno, la travel blogger arrestata a settembre e liberata il 10 novembre.

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