Guerra Russia-Ucraina, le 5 cose da sapere

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Gianluca Ales

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Il conflitto avviato da Mosca ha ragioni storiche e strategiche, e avrà conseguenze sull'Italia e sull'Europa. Ma, per capirlo, serve anche chiarire le tappe che hanno condotto all’invasione e il ruolo della Nato

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In questo momento, con l'intervento russo in Ucraina sono molte le domande che vengono poste dall'opinione pubblica per comprendere appieno le cause e le conseguenze di questa crisi. Cerchiamo di capirci un po' di più (IL CONFLITTO IN DIRETTA - LO SPECIALE - TUTTI I VIDEO - IL VIDEORACCONTO DI SKY TG24 DA KIEV).

Perché siamo arrivati al conflitto in Ucraina?

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Dopo la crisi del 2014 che ha portato all'annessione della Crimea da parte della Russia, le regioni a maggioranza russofona del Donbass, Lugansk e Donetsk, nel sud-est dell'Ucraina, chiesero l'indipendenza avviando combattimenti con le truppe di Kiev. La situazione sul campo venne de facto "congelata" con il cosiddetto protocollo Minsk 2, dell'11 febbraio del 2015, in cui Ucraina e Russia, con la mediazione di Germania e Francia, si accordavano per un cessate il fuoco immediato e il riconoscimento di uno status autonomo delle repubbliche separatiste. Questi accordi non sono mai stati rispettati, sia per le ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte di entrambe le fazioni, che per il mancato processo di decentralizzazione da parte del governo centrale. Le trattative della comunità internazionali, nate dall'escalation di presenze militari russe ai confini con l'Ucraina, sono naufragate tutte di fronte alla richiesta russa - respinta - di mettere nero su bianco che l'Ucraina non diventerà mai parte della Nato - una richiesta che, pur presentata dal governo ucraino, ad oggi non aveva avuto comunque una risposta definitiva da parte dell’Alleanza. Il presidente russo Putin ha quindi riconosciuto unilateralmente le repubbliche autonomiste e avviato quella che ha definito un'operazione di "peacekeeping". L'offensiva su larga scala nei confronti dell'Ucraina, secondo quanto sostiene Mosca, ha come obiettivo ristabilire la pace nell'area e ripristinare un "governo democratico" nel Paese. Secondo Kiev, e l'intero Occidente, si tratta invece di una invasione in piena regola.

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Stando alla situazione sul campo, sembrerebbe che la Russia intenda rovesciare l'attuale governo di Kiev e sostituirlo con uno asservito a Mosca, sul modello della Bielorussia di Lukashenko. Tramontato, sulla base dei fatti, l'obiettivo minimo di estendere il controllo russo dalle repubbliche autonomiste di Lugansk e Donetsk fino alla penisola di Crimea, attraverso il cosiddetto corridoio di Mariupol. Resta improbabile, ma solo Putin può saperlo, che Mosca non si fermi a questi obiettivi e punti invece alla conquista totale del Paese e alla sua annessione. Tutte queste ipotesi resterebbero sul tavolo se l'operazione dovesse compiersi in pochi giorni. Se invece, come sembra, la resistenza ucraina si dimostrasse più ostica da superare, si potrebbe profilare il cosiddetto "pantano ucraino" in cui il conflitto si protrae a lungo, logorando i soldati e l'opinione pubblica russa, che ha già dimostrato malcontento. Allo stato attuale la Russia non sembra intenzionata a espandere il conflitto in altri Paesi confinanti, anche se l'allerta è massima per Moldova e Georgia che, non essendo nella Nato, sono in una condizione simile all'Ucraina. Intanto la Nato sta rafforzando la sua presenza nei Paesi est europei membri dell'alleanza. Un attacco nei loro confronti costringerebbe la Nato a intervenire scatenando un conflitto globale.

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Ci sono due ordini di spiegazioni, una storica e una strategica. La prima, usata da Putin nel suo discorso che ha giustificato l'intervento, affonda le sue radici all'epoca dell'URSS e nello status dell'Ucraina, i cui confini sarebbero stati tracciati non tenendo conto della forte presenza russofona nei suoi confini. In Crimea e Donbass i russi rappresentano tra l’80% e il 90% della popolazione. Popolazione che ha manifestato la sua volontà di ritornare nel grembo della Grande Madre Russia. È altrettanto vero che nel resto del Paese si guarda a Occidente e la richiesta di entrare nell'Ue e nella Nato va in questa direzione. Proprio a questo proposito si individua la ragione strategica. Dal crollo dell'Unione Sovietica, e dalla successiva devastante crisi economica del 1991, Mosca ha visto la progressiva adesione di gran parte dei Paesi del Patto di Varsavia all'Alleanza Atlantica. Ad oggi la Bielorussia è l'unico alleato nell'area. L'Ucraina con le truppe Nato è un fianco scoperto troppo vulnerabile per la Russia che, in effetti, non ha barriere naturali per rallentare un'eventuale invasione da ovest.

Quali sono le conseguenze per l’Italia?

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L'Italia è uno maggiori partner commerciali della Russia e le cifre sono a favore di Mosca. Secondo i dati dell'Istituto per il Commercio estero, le esportazioni del nostro Paese verso la Russia sono pari a 7 miliardi di euro, mentre le importazioni (principalmente nel settore energetico degli idrocarburi) sono pari a 12,6 miliardi. In particolare, è proprio l’energia a rappresentare il tallone d’Achille per l’Italia, che importa il 90% del gas e di questo - nel 2021 - il 37,8% proviene proprio dalla Russia. Se dovesse passare anche l'espulsione dal sistema SWIFT per le transazioni bancarie, i danni sarebbero incalcolabili, sia per l’Italia che per l’Europa.

Quali sono le conseguenze per l’Europa?

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Gran parte di quanto si è detto per l’Italia, vale anche per l’Europa. Anche la Germania ha una forte dipendenza energetica, e non a caso il gasdotto Nord Stream 2 approdava a Greifsald, vicino alla costa tedesca, e l’Ue è il principale partner commerciale della Russia. Nel 2020 Mosca ha esportato verso l’Ue beni per un valore di 95,3 miliardi a fronte di 79 miliardi di importazioni. Quindi il giro di vite di sanzioni colpisce duramente gli interessi del Vecchio Continente. In più, evidenzia le fratture interne all’Unione, tra i moderati tedeschi e italiani, che subirebbero le maggiori ricadute dal blocco economico di Mosca, e gli ex sovietici, che reclamano il pugno di ferro. Per ora politicamente l’Ue si sta muovendo compatta, seppure con sensibilità diverse, e lo stop a Nord Stream 2 da parte della Germania è un segnale forte.

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