Colombia, proteste contro la riforma fiscale. Onu condanna la violenza della polizia

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Il 2 maggio il presidente Duque ha ritirato il progetto di riforma fiscale e il ministro delle Finanze si è dimesso,  ma le proteste continuano. Condanna delle violenze dalle Nazioni Unite e da Amnesty International

Nono giorno di proteste in Colombia dove, dallo scorso 28 aprile, si manifesta contro la riforma fiscale annunciata dal governo del presidente di centrodestra Iván Duque (e ritirata il 2 maggio). Sindacati, organizzazioni studentesche e il Comitato nazionale per lo sciopero hanno indetto cortei in varie parti del Paese. Mobilitazioni e blocchi stradali si registrano in particolare a Bogota, Medellin e Cali. Video e immagini dell’uso sproporzionato della forza da parte della polizia e dei militari sono stati diffusi sui social network spingendo i movimenti sociali e gli organizzatori della protesta a non fermarsi.

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La decisione dell’esecutivo di militarizzare la repressione, inviando l’esercito in strada contro i manifestanti, ha sollevato polemiche e condanne da parte della comunità internazionale, dell’Onu e di Human rights watch e Amnesty International. L'ufficio del Difensore civico ha segnalato che almeno venti persone sono state uccise e più di ottocento sono rimaste ferite, ma altre organizzazioni sociali come Temblores riferiscono di oltre 30 vittime. Almeno 90 le persone scomparse nelle mobilitazioni dei giorni scorsi di cui solo due sono state rintracciate.

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Il 2 maggio il presidente Duque ha fatto marcia indietro annunciando il ritiro del progetto di riforma fiscale che, secondo i critici, avrebbe colpito soprattutto la classe media e le fasce più povere della popolazione. Ma le proteste non si sono fermate neanche in seguito alle dimissioni del ministro dell’economia, Alberto Carrasquilla. Anzi, si sono allargate trasformandosi in una critica radicale al governo e alla sua gestione della pandemia (CORONAVIRUS, TUTTI GLI AGGIORNAMENTI NEL LIVEBLOG). La Colombia è nel pieno della terza ondata, con le terapie intensive degli ospedali di quasi tutto il paese al collasso. Nel Paese è stato imposto uno dei lockdown più lunghi al mondo che ha causato la chiusura di oltre 500mila attività. Secondo le ultime stime la povertà è aumentata del 7% rispetto al periodo pre-pandemia, con 2,8 milioni di persone che, solo nell’ultimo anno, sono finite in condizioni di estrema indigenza, con un guadagno inferiore ai 145mila pesos al mese (poco più di 32 euro).

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