Esplosioni Beirut, presidente Libano: non esclusa aggressione esterna con missile o bomba

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Michel Aoun ha detto che occorre verificare che le detonazioni non siano nate da un attacco. Intanto, un incendio di dimensioni limitate si è sviluppato vicino al luogo degli scoppi. Il bilancio è salito a 157 morti e oltre 5mila feriti. Proseguono le indagini: arrestate 16 persone. Rifiutata l'ipotesi di un'inchiesta internazionale. La scorsa notte scontri vicino al Parlamento tra manifestanti e polizia

A tre giorni dalle esplosioni che hanno devastato Beirut, il presidente libanese Michel Aoun non esclude che le deflagrazioni siano il risultato di "un'aggressione esterna, con l'ausilio di un missile, di una bomba o di un altro mezzo"(FOTO - VIDEO). L'inchiesta in corso dovrà quindi appurare se si sia trattato appunto di un attacco o se gli scoppi siano "conseguenze di negligenza". Il bilancio delle esplosioni nel frattempo è salito ad almeno 157 morti e oltre 5mila feriti. Tra le vittime c’è anche una donna italiana, di 92 anni, e almeno 10 connazionali sono rimasti lievemente feriti. Decine sono ancora i dispersi. E  un incendio, al momento di limitate dimensioni, si è sviluppato al porto della città. Intanto il Papa ha inviato, tramite il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, un primo aiuto di 250mila euro "in sostegno alle necessità della Chiesa libanese".

Respinta ipotesi di inchiesta internazionale

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Il presidente Aoun ha inoltre respinto  le richieste di un'inchiesta internazionale, avanzate da varie parti, compreso lo stesso Macron, in visita ieri a Beirut, come scrive il quotidiano An Nahar. Le richieste per un'inchiesta internazionale puntano a "distorcere la verità", ha aggiunto Aoun, sottolineando che ogni verdetto perde di significato se richiede troppo tempo per essere emesso. Anche il  leader degli Hezbollah libanesi, Hasan Nasrallah, ha escluso che ci debba essere una inchiesta internazionale e ha chiesto che ci sia "una inchiesta trasparente, giusta, indipendente" condotta dall'esercito nazionale e non da altre forze e istituzioni libanesi. E sull’ipotesi che l’esplosione sia stata causata dalla deflagrazione di armi depositate dal Partito di Dio nel porto di Beirut, ha chiarito: "Sono tutte bugie e menzogne".

Arrestato il direttore del porto di Beirut

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Sempre sul fronte delle indagini, intanto, emerge che c'è anche il direttore generale del porto di Beirut, Hassan Koraytem, tra le 16 persone arrestate nell'ambito dell'inchiesta. Lo riporta Reuters citando fonti giudiziarie locali. La magistratura, inoltre, ha disposto il congelamento dei conti di 7 persone, tra cui lo stesso direttore del porto e il capo della dogana libanese, Badri Daher. 

L'inchiesta

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Le autorità, inoltre, hanno interrogato più di 18 funzionari portuali e doganali e altri coinvolti nei lavori di manutenzione del magazzino esploso e 16 sono state messe in custodia. Il direttore generale del porto e il capo delle dogane, anch'essi agli arresti, mercoledì avevano detto alle emittenti libanesi che diverse lettere erano state inviate nel corso degli anni alla magistratura del paese chiedendo la rimozione di materiale altamente esplosivo immagazzinato nel porto. Secondo le autorità, quasi 3.000 tonnellate di nitrato di ammonio, utilizzato per i fertilizzanti, ma anche per costruire bombe, erano state tenute per sei anni senza misure di sicurezza nel magazzino esploso.

Proteste contro il governo nella notte

La scorsa notte decine di dimostranti sono scesi nelle strade protestando contro il governo per denunciare le negligenze in merito alle tremende esplosioni nel porto, giudicate dalla popolazione un simbolo dell’inefficienza della classe dirigente locale. La polizia ha usato i gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti e ne sono nati scontri vicino al Parlamento libanese.

Il malcontento in Libano

Il Libano è agitato dall'esasperazione della popolazione verso un sistema politico che si è rivelato incapace di affrontare la crisi economica e sociale e di garantire la sicurezza della stessa capitale. Prima delle proteste di questa notte, altre grida si sono levate dai cittadini: "Il popolo vuole la caduta del regime" e "rivoluzione", hanno scandito coloro che hanno seguito nella giornata di ieri la visita di Macron. Dopo il disastro due funzionari si sono dimessi. Il deputato Marwan Hamadeh ha lasciato il proprio incarico mercoledì, mentre l'ambasciatore libanese in Giordania, Tracy Chamoun, ha fatto lo stesso ieri, affermando che la catastrofe ha messo in evidenza la necessità di un cambio di leadership.

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