Catalogna contro Spagna: le tappe dello scontro per l'indipendenza

Mondo

Vincenzo Genovese

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La tensione scoppiata dopo il referendum separatista del primo ottobre 2017 non si è ancora placata. La società catalana è divisa e il fronte della secessione prosegue con le sue rivendicazioni  

Ancora tensione A Barcellona, dove gli indipendentisti sono tornati a infiammare le strade a poco più di un anno dal referendum sulla secessione della Catalogna. Queste sono le tappe principali di uno scontro con il governo di Madrid che ha vissuto il suo apice a livello istituzionale il 27 ottobre 2017, con la Dichiarazione unilaterale d'indipendenza.

2017: l'anno del referendum

Il 2017 è un anno che entrerà nella storia della Spagna, per l'offensiva separatista da parte dela Generalitat catalana, supportato da buona parte della popolazione. Il 13 marzo il governo nazionale vieta all'ex presidente della Generalitat, Artur Mas, di occupare cariche pubbliche per due anni per aver tenuto, a novembre 2014, un referendum non autorizzato sull'indipendenza da Madrid. Il 9 giugno il presidente catalano, Carles Puigdemont, annuncia un nuovo voto sull'indipendenza per il primo ottobre: questa volta il referendum sarà vincolante e si prevede una legge generale transitoria in caso di vittoria del sì. Il 7 settembre la Corte costituzionale spagnola sospende il voto e il 20 dello stesso mese la polizia confisca schede elettorali e arresta decine di funzionari: a Barcellona esplodono le prime proteste di piazza, che attirano l'attenzione del mondo sulla questione catalana. Al grido di "Voteremo" e "Catalogna libera", il primo ottobre, si svolge effettivamente il referendum, già dichiarato incostituzionale dalla Corte Suprema e formalmente vietato dal governo. Guardia Civil e Mossos d'Esquadra hanno il compito di impedire l'apertura dei seggi: gli agenti della polizia nazionale utilizzano le maniere forti e i proiettili di gomma, mentre quelli catalani in alcuni casi fraternizzano con gli elettori e non intervengono. L'afflusso alle urne è comunque massiccio: in condizioni di estremo disagio, riesce a votare il 43% dei catalani e il sì raggiunge il 90% delle schede.

Indipendenza e repressione

Inizialmente, però, la Generalitat guadagna tempo: Carles Puigdemont non dichiara l'indipendenza, ma cerca il dialogo per rendere effettivo il mandato popolare. Spinto poi dagli alleati di governo, il presidente dichiara la Catalogna "Stato indipendente sottoforma di Repubblica" il 27 ottobre 2017. È scontro frontale con il governo di Mariano Rajoy, che commissaria le istituzioni catalane con l'applicazione dell'articolo 155, una sorta di opzione nucleare per decapitare il governo locale e indire nuove elezioni. Puigdemont e alcuni suoi ministri sono accusati di ribellione, sedizione e malversazione di fondi pubblici: l'ormai ex presidente fugge in Belgio il 31 ottobre, mentre altri, come il vice presidente Oriol Junqueras, finiscono in carcere, dove si trovano tutt'ora. Il 21 dicembre 2017 è il giorno delle nuove elezioni: i partiti indipendentisti ottengono il 47,5% ma, per il sistema uninominale dei collegi, hanno più seggi in Parlamento dei costituzionalisti, 70 contro 65. Puigdemont viene candidato a succedere a sé stesso alla presidenza della Generalitat, ma non può fisicamente prendere il potere se si trova all'estero. Se tornasse in Spagna, tuttavia, verrebbe immediatamente arrestato.

L'indipendentismo prosegue la battaglia

Anche il 2018 è segnato dalla tensione fra Spagna e Catalogna. Puigdemont allestisce un "governo in esilio", con tanto di sito web e strutture parallele a Bruxelles, cercando appoggio internazionale. Durante il ritorno da un viaggio in Finlandia, viene arrestato il 25 marzo in Germania e imprigionato nel carcere di Neumünster. Il tribunale regionale dello Schleswig Holstein rifiuta però l'estradizione per ribellione e l'ex presidente viene rilasciato. Successivamente, il Tribunale Supremo spagnolo ritira il mandato di cattura internazionale (mantenendo valido quello per il territorio spagnolo): se Puigdemont non può essere riconsegnato per subire il processo per ribellione, ma solo per gli altri capi d'accusa, non ha senso perseguirlo. In Catalogna, dopo lunghe trattative fra i partiti indipendentisti, il nuovo presidente della Generalitat è Quim Torra, eletto il 14 maggio. Il nuovo leader non è intenzionato a calmare le acque e anzi parla subito di "governo legittimo" riferendosi a quello del suo predecessore e sostiene apertamente la causa dell'indipendenza. Nel frattempo cambia il governo anche in Spagna: il primo giugno il socialista Pedro Sánchez sostituisce Mariano Rajoy del Partido Popular dopo una mozione di sfiducia, che conta sull'appoggio anche dei deputati dei partiti catalani al parlamento nazionale. I toni del confronto sono più morbidi, ma la sostanza non cambia: nove politici del governo precedente sono attualmente imprigionati (alcuni hanno intrapreso uno sciopero della fame), sette sono auto-esiliati all'estero per sfuggire alla galera. La società civile catalana non smette di mobilitarsi e di ricordare con un nastro giallo i "presos politics", i prigionieri politici. La sfida indipendentista non sembra essere finita.

 

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