Covid Bergamo, militare che guidò camion con bare: "Per vittime solo silenzio e dolore"

Lombardia

"Per rispetto delle vittime ho scelto il silenzio. C'è tanta gente che ancora soffre", ha dichiarato il caporal maggiore Tomaso Chessa

"Per rispetto delle vittime ho scelto il silenzio. C'è tanta gente che ancora soffre". E' quanto ha dichiarato il caporal maggiore Tomaso Chessa, contattato telefonicamente dall'ANSA, il militare che fu alla guida di uno dei camion dell'esercito utilizzati per il trasporto delle bare delle vittime del Covid a Bergamo verso i crematori fuori regione. (TUTTI GLI AGGIORNAMENTI - LA SITUAZIONE IN LOMBARDIA - LA SITUAZIONE A MILANO - MAPPE E GRAFICI DEI CONTAGI)

Un'immagine che è diventata simbolo della tragedia e che è stata rievocata anche dal premier Mario Draghi oggi, a Bergamo, durante il suo intervento alla cerimonia in ricordo delle vittime del Covid. "Sono tante le immagini di questa tragedia, che hanno colpito tutti, in Italia e nel mondo. Una su tutte è indelebile: la colonna di camion militari carichi di bare. Era la sera del 18 marzo, esattamente un anno fa", ha detto Draghi.  

Il ricordo su Facebook

In questi mesi tanti ha contattato il militare chiedendogli del proprio familiare, per capire se tra le 969 bare caricate su quei mezzi lui avesse riconosciuto un nome o saputo qualcosa. Chessa, 43 anni di Aglientu (in provincia di Sassari), è in servizio al Reggimento di supporto tattico e logistico di Solbiate Olona, a Varese. Nel maggio scorso, con la fine del primo lockdown, Chessa scrisse un lungo post su Facebook: "Essere alla guida di un camion, una giornata qualunque dove il pensiero ti porta oltre la tua quotidianità - descriveva -. Tu guidi, scambi due chiacchere con il collega alla parte opposta della cabina, ma quando per forza di cose, per un istante il silenzio rompe la tua routine, il tuo pensiero si posa su di loro, realizzi che dentro quel camion non siamo in due, ma in sette….cinque dei quali affrontano il loro ultimo viaggio…e si….l'ultimo…ti rendi conto di essere la persona sbagliata, o meglio, qualcuno doveva essere al posto tuo ma purtroppo non può… tocca a te….ed è li che senti addosso quella grande responsabilità, qualcosa che ti preme dentro, ogni buca, ogni avvallamento sembra una mancanza di rispetto nei loro confronti...poi arrivi lì alla fine del tuo viaggio, dove ti ritrovi ad abbandonare 'il tuo carico', oramai fa parte di te, come se ti togliessero una parte di cuore, ed è li che cerchi di capire l'identità del tuo compagno di viaggio". Tra i tanti, era riuscito a riconoscere un nome: "delle otto persone che personalmente ho accompagnato, l'unico dei quali sono riuscito a risalite alla sua identità è il Signor Guerra classe 1938. Pagherei oro per conoscere tutti i parenti delle otto persone e potergli dire che nonostante il contesto non avrebbero potuto fare un viaggio migliore. Spero un giorno di poter conoscere i cari dei miei compagni del loro ultimo viaggio, ma se così non fosse sappiano che c'ho messo l'anima". 

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