Cgia, al Sud paga più bassa e si lavora un mese in meno del Nord: confronto tra province

Economia
©IPA/Fotogramma

Introduzione

L’Ufficio studi della Cgia analizza il mercato del lavoro in Italia e fotografa il divario tra Sud e Nord, confrontando anche le province. “Il quadro evidenzia uno dei principali squilibri strutturali dell’economia italiana, dove differenze nei giorni lavorati, nelle retribuzioni e nella produttività finiscono per alimentarsi reciprocamente”, spiegano gli esperti. E sul Sud precisano: “Si tratta non tanto di una minore quantità di lavoro, quanto di condizioni occupazionali più fragili e meno regolari”. Ecco cos’è emerso dall’analisi.

Quello che devi sapere

I giorni di lavoro in Italia e la differenza tra Nord e Sud

Secondo l’analisi della Cgia, nel 2024 in Italia si è lavorato mediamente 246,5 giorni all'anno. Questo dato, però, nasconde una forte differenza territoriale tra Nord e Sud: al Settentrione, infatti, la media di giorni lavorati si è attestata a 255 all'anno, mentre al Meridione si è fermata a 228. Si tratta di una differenza di 27 giornate lavorative, che per i lavoratori del Nord si traduce in quasi un mese di lavoro in più all’anno.

 

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I tre fattori legati al dato più basso al Sud

Il dato più basso del numero di giornate lavorative nel Mezzogiorno, spiegano gli esperti della Cgia, dipende soprattutto da tre fattori. “Occorre considerare che si tratta di un monte ore annuo rapportato al numero di occupati e che questo dato più basso è legato principalmente a tre fattori: una maggiore diffusione della precarietà, un ricorso più frequente al part time involontario e una componente rilevante di lavoro stagionale (nel turismo e nell’intrattenimento)”, si legge nell’analisi.

 

Per approfondire: L'analisi della Cgia

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La precisazione sul lavoro al Sud

Inoltre, sottolineano gli esperti, “va evitata la conclusione secondo cui al Sud si lavora meno per una minore propensione al lavoro”. Come precisa la Cgia, “questa lettura non tiene conto di un altro elemento importante: la diffusione del lavoro nero, che nel Mezzogiorno raggiunge dimensioni significative. Trattandosi di lavoro illegale, queste ore non vengono conteggiate nel monte ore ufficiale. Il risultato è che il dato ufficiale sottostima le ore effettivamente lavorate, poiché una parte del lavoro svolto resta fuori dalle statistiche. Si tratta dunque non tanto di una minore quantità di lavoro, quanto di condizioni occupazionali più fragili e meno regolari”. 

 

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Le differenze retributive

Anche sulla retribuzione, secondo l’analisi della Cgia, si registrano grosse differenze: al Nord la paga media giornaliera ha raggiunto i 108 euro, mentre al Sud si è fermata ad 80 euro. Il differenziale, quindi, è stato del 36% a favore dei lavoratori del Settentrione. 

 

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La produttività

La distanza tra Nord e Sud per quanto riguarda i giorni lavorati e le retribuzioni si riflette anche sulla produttività: al Settentrione, spiega la Cgia, è stata superiore del 36% rispetto al Mezzogiorno.

Le zone con il maggior e il minor numero di giornate retribuite

Guardando alle province, quella che registra il numero medio di giornate retribuite più alto in Italia è Lecco: 265,4. Seguono Biella (263,9), Vicenza (263,4), Monza-Brianza (263,3) e Lodi (262,8). Come spiega la Cgia, “stiamo parlando di realtà territoriali storicamente ad alta vocazione manifatturiera, dove nella stragrande maggioranza dei casi le imprese di media e grande dimensione lavorano a ciclo continuo”.
 

In coda alla classifica, invece, troviamo Rimini (212), Nuoro (205) e Vibo Valentia (195).

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Il legame tra produttività e stipendi

L’analisi della Cgia sottolinea come “il divario retributivo tra Nord e Sud resta significativo e, negli ultimi decenni, è ulteriormente peggiorato”. Viene confermato anche un altro elemento: nelle zone d’Italia in cui la produttività è più elevata, anche gli stipendi medi risultano più alti. “Se analizziamo le prime cinque regioni italiane per produttività, troviamo Trentino-Alto Adige, Lombardia, Valle d'Aosta, Lazio ed Emilia-Romagna. Se osserviamo invece la classifica nazionale delle retribuzioni medie lorde annuali, nelle prime cinque posizioni compaiono quasi le stesse regioni: Lombardia (30.384 euro), Emilia-Romagna (26.377 euro), Piemonte (26.249 euro), Veneto (25.370) e Trentino-Alto Adige (25.244 euro)”, si legge nell’indagine. 

Le buste paga più pesanti

L’Ufficio studi della Cgia indica anche quali sono le zone con le buste paga più e meno pesanti. Analizzando le retribuzioni medie lorde percepite dai lavoratori dipendenti del settore privato emerge che, nel 2024, la provincia di Milano è stata l’area geografica con gli stipendi medi lordi più elevati: 35.670 euro. A seguire troviamo Monza-Brianza (29.576 euro), Parma (28.747 euro), Modena (28.731 euro), Bologna (28.672 euro), Lecco (27.788 euro) e Reggio Emilia (27.772 euro).

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Le zone con le retribuzioni più basse

Dall’altra parte della classifica provinciale, i lavoratori dipendenti con le retribuzioni medie lorde più basse si trovano a Crotone: qui la media annua lorda è di 15.326 euro. Seguono Cosenza (15.263 euro) e Nuoro (15.231 euro).
 

L’analisi rivela anche che il valore più basso in assoluto si registra a Vibo Valentia: in un anno di lavoro, qui, si portano a casa 13.885 euro. La media nazionale è di 24.486 euro.

Il caso Reggio Calabria

La Cgia mette in evidenza anche il caso di un’altra città calabrese: “Un dato particolarmente significativo – spiega – riguarda una delle più importanti città del Sud: Reggio Calabria. Qui la retribuzione media annua, poco più di 17.000 euro, risulta pari a meno della metà di quella di Milano (quasi 35.700 euro)”.

 

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