Introduzione
Nel nostro Paese l'impennata dell'inflazione post-pandemica ha ridotto dell'11,1% il potere d'acquisto dei salari presenti negli annunci di lavoro pubblicati sul portale Indeed tra gennaio 2021 e gennaio 2026. Lo certificano i dati dell’analisi condotta dall'Indeed Hiring Lab, il dipartimento di ricerca economica di Indeed. Ecco cosa è emerso.
Quello che devi sapere
L’analisi e la differenza tra l’Italia e gli altri Paesi
Tra il 2021 e il 2023, l'aumento dei prezzi al consumo ha superato la crescita dei salari in molte economie avanzate, erodendo il potere d'acquisto dei lavoratori. La ripresa da quello che gli analisti definiscono "shock inflazionistico" è stata disomogenea all'interno dell'area euro, con differenze significative tra i Paesi membri.
Per misurare se i salari pubblicati negli annunci abbiano recuperato il potere d'acquisto perso durante l'impennata dei prezzi del 2021-22, Indeed ha sviluppato un indice cumulativo dei salari reali, ricalibrato a 100 nel gennaio 2021. L'Italia si distingue come una chiara anomalia con un indice di 89,9. Mentre Paesi Bassi (99,7), Germania (99,1), Irlanda (99,1), Francia (98,1) e Spagna (96,2) si collocano vicini alla piena ripresa, grazie a una crescita salariale che, in periodi recenti, ha superato il ritmo dell’inflazione.
Se si guarda poi agli Stati Uniti si vede che l'indice dei salari reali pubblicati (quindi in sostanza i neo-assunti) si attesta a circa 101 a gennaio 2026 e si è mantenuto sopra quota 100, già dall'inizio del 2023.
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Il caso italiano
Nello specifico, nel caso italiano i salari pubblicizzati risultano inferiori di oltre 10 punti percentuali rispetto all'inflazione cumulativa. Questo divario riflette una crescita debole delle retribuzioni pubblicate negli annunci di lavoro, e lascia intendere che il ritorno alla piena ripresa sarà un processo lungo e graduale.
Bisogna considerare inoltre che in Italia, nei 12 mesi fino al gennaio 2026, l'aumento dei salari pubblicati negli annunci è stato dello 0,3%, cioè nettamente inferiore all’inflazione dell'1%. Ciò significa che il già ampio gap continua a espandersi, allontanando ulteriormente la prospettiva di una convergenza.
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“Offerte di lavoro al di sopra dei livelli pre-pandemici”
"La lenta ripresa dei salari reali in Italia non sembra derivare da una debole domanda di assunzioni. Al contrario, come dimostrano ricerche precedenti, le offerte di lavoro restano ben al di sopra dei livelli pre-pandemici, segnalando una forte domanda di nuovi lavoratori", spiega Lisa Feist, economista di Indeed. "Tuttavia, questa domanda non si è tradotta in una rapida crescita dei salari reali, coerentemente con fattori strutturali, come ritardi nel rinnovo dei contratti collettivi. Con la crescita salariale ora in rallentamento nelle principali economie, queste differenze strutturali stanno diventando ancora più rilevanti", aggiunge.
I dati della Banca d'Italia
Il quadro italiano è dunque complesso e rischia di esserlo ancora di più se si guarda alla situazione globale e, soprattutto, alle conseguenze della guerra in Iran, con il blocco dello Stretto di Hormuz.
I rischi sono stati evidenziati anche dall’ultimo bollettino della Banca d’Italia: "Data la quota molto ridotta di contratti in attesa di rinnovo - si legge - appare al momento improbabile un marcato rialzo delle retribuzioni nel 2026 per recuperare l'aumento dell'inflazione generato dal conflitto".
Nel capitolo dedicato al mercato del lavoro, gli esperti vedono la crescita delle retribuzioni contrattuali intorno al 2,6% a gennaio e febbraio, ma in attenuazione nel corso dell’anno: “La probabilità che l’aumento dell’inflazione si traduca in un loro marcato rialzo è contenuta. I contratti in attesa di rinnovo, da cui potrebbe derivare un’accelerazione delle retribuzioni, riguardano infatti solo una quota ridotta dei lavoratori del settore privato (circa il 12%)”. Inoltre, "il sistema di contrattazione collettiva vigente non prevede in genere clausole automatiche di indicizzazione delle retribuzioni all’inflazione”.
Le voci di spesa che frenano le famiglie
In particolare, sottolinea Bankitalia, il balzo dei costi energetici e l'incertezza hanno frenato la spesa delle famiglie nei primi tre mesi dell'anno. E il protrarsi della guerra potrebbe inoltre acuire la percezione del rischio, rendendo le banche più caute nella concessione del credito.
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Il rischio di una stagflazione
A parlare di prospettive molto incerte è poi anche Bruxelles. Il Commissario europeo per l'Economia, Valdis Dombrovskis, pochi giorni fa ha spiegato che “l’economia europea rimane esposta al rischio di uno shock stagflazionistico”.
Si tratta, ha spiegato ancora Dombrovskis, di "una situazione in cui una crescita più lenta coincide con un'inflazione più elevata. L'analisi condotta dalla Commissione ha rilevato che la crescita dell'Ue quest'anno potrebbe essere inferiore dello 0,2-0,4%, nello scenario di una perturbazione di breve durata".
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