Introduzione
Con la guerra nel Golfo Persico entrata al quattordicesimo giorno, l’annuncio fatto il 12 marzo scorso dall’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) di un rilascio record di 400 milioni di barili non ha fermato, per ora, la corsa dei prezzi del petrolio. Nonostante la decisione, venerdì il Wti ha segnato in chiusura un rialzo del 3,36%, a 98,95 dollari al barile, mentre il Brent del 2,87%, oltre quota 100, fino a 103,34 dollari.
Quello che devi sapere
Investitori preoccupati
Nonostante la misura disposta dall’Aie per tamponare la riduzione della produzione di greggio annunciata da diversi Paesi del Golfo, gli investitori temono un prolungamento del conflitto in Medio Oriente. Prima dell’annuncio, i “rumors” sullo sblocco di 400 milioni di barili erano bastati a raffreddare i prezzi registrati a inizio settimana quando il Brent era schizzato a 119 dollari. Negli ultimi giorni, tuttavia, gli attacchi a navi e infrastrutture petrolifere nell’area e il messaggio della nuova Guida Spirituale dell'Iran, Motjaba Khamenei, sul blocco dello stretto di Hormuz, dove transita solitamente il 20% dell’"oro nero" globale, come “strumento di pressione” hanno gettato ulteriori preoccupazioni sulle forniture.
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Il maggior rilascio della storia
Per l’organizzazione internazionale nata nel 1974 e formata attualmente da 32 Paesi, l’annuncio darebbe vita al maggior numero di volumi rilasciati nella sua storia. Gli Stati Uniti, primi per produzione e consumo di greggio, stimano di immettere sul mercato 172 milioni di barili in un trimestre, pari al 40% delle sue scorte. Secondo gli analisti Ing, Washington è dunque pronta a rilasciare circa 1,4 milioni di barili al giorno, la metà della quota complessiva (3,3 milioni) ipotizzando misure analoghe dagli altri Paesi.
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Dieci milioni di barili in meno
Arne Lohmann Rasmussen, analista di Global Risk Management, definisce tuttavia la misura dell’Aie come una “goccia nell’oceano”. Il rilascio delle scorte deve fare i conti con il calo della produzione di petrolio, pari a 10 milioni di barili al giorno, annunciato dai Paesi del Golfo come risposta al blocco dello stretto di Hormuz. Secondo gli esperti dell’Agenzia le mine e i continui attacchi aerei incrociati tra Iran e l’alleanza Stati Uniti-Israele stanno causando “significative riduzioni” dell’offerta soprattutto da Iraq, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.
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Usa autorizzano l'acquisto di petrolio russo già in transito
Un'ulteriore "spia" del tentativo di aggirare il blocco di Hormuz arriva dalla decisione degli Usa di autorizzare l'acquisto di petrolio russo. "Per ampliare la portata globale delle forniture esistenti di petrolio il dipartimento del Tesoro ha concesso un'autorizzazione temporanea che consente ai Paesi di acquistare petrolio russo attualmente bloccato in mare", ha annunciato il segretario al Tesoro Scott Bessent precisando che si tratta di "una misura, circoscritta e di breve durata".
I danni alle infrastrutture nel Golfo
A causa della limitata capacità di stoccaggio, i Paesi coinvolti si sono visti obbligati a mordere il freno sulla produzione. A complicare il quadro sono poi i danni alle infrastrutture legate alla filiera del petrolio. Il Bahrein ha denunciato un attacco iraniano ai serbatoi di stoccaggio di idrocarburi. In Oman, i depositi nel porto di Salah sono stati colpiti da un drone mentre Riad ha annunciato di aver ricevuto un attacco tramite drone che ha danneggiato il giacimento petrolifero di Shaybah, nell’est.
Perché l’Iran attacca sul petrolio
Come evidenzia John Evans, analista di Pvm, il susseguirsi di attacchi allontana la prospettiva di una riapertura a breve dello stretto di Hormuz ai transiti di petrolio. Nonostante le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, su una fine imminente del conflitto, Teheran si dice pronta a una guerra prolungata e il rialzo dei prezzi energetici potrebbe far parte di una strategia mirata che punta a fare pressioni su Washington in vista delle elezioni di midterm, in programma a inizio novembre. Vanno poi considerate le dichiarazioni di Israele che ha annunciato di avere ancora in serbo “una vasta gamma” di obiettivi da colpire in Iran.
Quali sono gli effetti sul prezzo dell’oro
A differenza del petrolio, il prezzo dell’oro ha arrestato, per il momento, la sua corsa. Nelle ore successive ai raid Usa-Israele che il 28 febbraio scorso hanno aperto il conflitto con l’Iran, le quotazioni del metallo, considerato il bene rifugio per eccellenza, erano passate da 5.296 a 5.423 dollari per oncia. A inizio marzo, tuttavia, il prezzo ha registrato una discesa a 5.085 dollari per oncia, sei punti in meno in termini percentuali. Nonostante l’escalation, le quotazioni si sono assestate su livelli compresi tra 5.050 e 5.200 dollari.
Perché il prezzo si è stabilizzato
Secondo gli analisti, il raffreddamento sul prezzo dell’oro è determinato soprattutto dalla prospettiva di un rialzo dei tassi d’interesse. La misura, che le banche centrali potrebbero applicare per contenere l’inflazione, renderebbe più appetibili gli investimenti verso asset redditizi come i titoli di Stato a discapito, appunto, dei metalli.
Il fattore Dubai
Secondo il Financial Times, una potenziale fiammata sul prezzo dell’oro potrebbe arrivare dalla crisi del porto di Dubai. Dallo scalo emiratino nel 2025 sono partiti circa il 20% dei flussi globali di lingotti. Ipotizzando un’interruzione prolungata delle forniture di oro e argento attraverso Hormuz, i prezzi sui mercati asiatici sarebbero destinati ad aumentare come registrato, ad esempio, in India.
Le previsioni per il 2026
Nonostante il momenteno rallentamento, il prezzo dell’oro è cresciuto del 20% da inzio anno e continua ad essere soggetto ad elevata volatilità. Un’analisi di JP Morgan stima che entro la fine di quest’anno le quotazioni raggiungeranno i 6.300 dollari per l’oncia, 300 in più di quanto stimato da Deutche Bank.
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