Lo speciale di Sky TG24 sulla guerra in Iran
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Guerra in Iran, allarme stagflazione: come nasce e quali sono i rischi per l'economia

Economia
©IPA/Fotogramma

Introduzione

C'è il rischio di uno "choc stagflazionistico sostanziale". A lanciare l'allarme è il commissario Ue all'Economia, Valdis Dombrovskis, che in apertura dell'ultimo Eurogruppo ha messo in guardia dagli effetti di un conflitto prolungato in Medio Oriente. Ecco perché potrebbe verificarsi questa fase economica e quali sono le ricadute sul Pil.

Quello che devi sapere

L'allarme di Dombrovskis

Secondo il vicepresidente della Commissione europea, molto dipenderà "dalla durata e dall'ampiezza regionale del conflitto". Ipotizzando un orizzonte temporale oltre le due settimane, l'interruzione delle spedizioni dallo stretto di Hormuz e continui attacchi alle infrastrutture nel Golfo, Dombrovskis sottolinea il rischio di una salita dei "prezzi dell'energia che si trasmetterebbero all'inflazione con effetti negativi sulla fiducia e le interruzioni delle catene di approvvigionamento".

 

Per approfondire su Insider: Hormuz, il crocevia del mercato enegretico

Tempesta perfetta

Ma cosa si intende per stagflazione? Come suggerisce il termine, si tratta di una fase economica eccezionale dove coesistono due aspetti solitamente separati: la crescita zero e l'inflazione alta

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I precedenti storici

Il precedente forse più noto risale al 1973, quando lo scoppio della guerra dello Yom Kippur determinò un taglio della produzione di petrolio da parte dei Paesi arabi membri dell'Organizzazione dei Paesi esportatori di petroli (Opec). Il blocco, deciso in risposta al sostegno occidentale a Israele, determinò una salita dei prezzi del greggio causando indici di inflazione a due cifre e ricadute sulla crescita.

La corsa di petrolio e gas

Prima dell'annuncio del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, su una possibile conclusione a breve della guerra in Iran, il Brent ha toccato quota 119 dollari al barile. Le tensioni sullo stretto di Hormuz, strategico per il trasporto dei prodotti energetici e delle materie prime, hanno innescato una fiammata sul prezzo del gas che nei giorni scorsi ha raggiunto i 53 euro sulla piazza di Amsterdam.

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L'effetto sui carburanti

Tra i primi effetti evidenti dello choc energetico c'è il rialzo sul prezzo dei carburanti. Ad aumentare maggiormente è stato il diesel, di quasi il doppio rispetto alla benzina a causa delle importazioni attraverso lo Stretto di Hormuz. La "verde" ha raggiunto in media 1,78 euro al litro, lontano dal record di 2,13 stabilito nel marzo 2022 pochi giorni dopo lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina.

Il nodo fertilizzanti

Oltre al caro carburanti, il rialzo del prezzo delle materie prime energetiche rischia di far sentire effetti negativi sui costi di logistica, industria e distribuzione. Con il blocco di Hormuz, per esempio, a rischio è anche l'approvvigionamento dei fertilizzanti da cui transita un terzo della produzione mondiale. I rincari si estendono poi ad altri prodotti come oli vegetali, cereali e metalli industriali.

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Meno potere d'acquisto

Le materie prime più care influiscono poi inevitabilmente sui prezzi dei prodotti finali, dal cibo alla manifattura. E in assenza di un incremento parallelo delle retribuzioni, il potere d'acquisto delle famiglie è destinato a calare con conseguenze depressive sull'economia. In un clima di incertezza e con la lievitazione dei prezzi, a diminuire sono anche gli investimenti e le assunzioni, con una frenata dell'occupazione.

Il dilemma delle banche centrali

In uno scenario caratterizzato da alti livelli d'inflazione diventa complicato per le banche centrali tagliare i tassi di interesse. La storia recente indica come sia avvenuto l'esatto contrario: a seguito della guerra in Ucraina e della crisi energetica, la Banca Centrale Europea (Bce) ha progressivamente aumentato i tassi d'interesse nel tentativo di invertire la tendenza. Il costo del denaro ha però comportato effetti negativi sull'economia reale, in particolare sui mutui per la casa e altri finanziamenti.

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I rischi per l'Italia

Ipotizzando una fase di stagflazione, l'Italia rischierebbe di essere tra le economie più esposte. Per quanto riguarda l'approvvigionamento energetico, la Penisola dipende in larga misura dalle importazioni e un aggravio dei prezzi di petrolio e gas avrebbe ricadute su famiglie e imprese. Il caro energia porterebbe in seguito alla diminuzione del potere d'acquisto, già fiaccato da choc esterni come il Covid, la guerra in Ucraina e i dazi americani. Va poi considerato un rallentamento di tutta l'economia europea con effetti negativi sulle esportazioni italiane. 

Debito pubblico

Di fronte all'impennata dei prezzi del greggio, il governo Meloni si è detto pronto a un intervento sulle accise, tema che potrebbe essere affrontato in uno dei prossimi Consigli dei Ministri. Ipotizzando tuttavia un prolungamento del conflitto e alti livelli di inflazione, l'esecutivo avrebbe margini di intervento ridotti a causa del debito pubblico tra i più elevati dell'area euro.

 

Per approfondire: Guerra in Medio Oriente, quali sono le regioni italiane più colpite economicamente

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