Gli stipendi crescono, ma non abbastanza: l’inflazione corre più degli aumenti

Economia
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Introduzione

In 10 anni, tra il 2014 e il 2024, le retribuzioni medie dei lavoratori privati sono cresciute del 14,7%, arrivando a 24.486 euro. Quelle dei dipendenti pubblici sono salite dell’11,7%, fino a quota 35.350 euro. L’aumento registrato è però nominale: non tiene conto dell’inflazione. Se si guarda anche a questa, il quadro è molto diverso. Di fatto, sia i lavoratori privati che quelli pubblici hanno in realtà perso una parte del loro potere d’acquisto. L’aumento di stipendio è stato infatti inferiore a quello dell'inflazione registrata nel periodo: +20,8%, secondo gli indici Istat con riferimento al 2015 base 100. Sono i dati contenuti nell’”Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati", messa a punto dal Coordinamento statistico attuariale dell'INPS.

Quello che devi sapere

Le retribuzioni contrattuali giù di 9 punti in 5 anni

Se si guarda solo alle retribuzioni contrattuali (e non a quelle effettive, che tengono conto degli straordinari e altre voci) tra il 2019 e il 2024, la situazione non è confortante: si è registrato un gap tra aumento nominale dei salari e quello dei prezzi di oltre nove punti.


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Redditi bassi e redditi alti

Lo studio sottolinea però che, se si guarda alle retribuzioni nette e non invece a quelle lorde, c'è stata una maggiore tenuta del potere d'acquisto delle famiglie per le fasce di reddito medio basse. In che modo? Pur ottenendo risultati inferiori sul mercato, sono state soccorse dagli interventi a carico della fiscalità generale, quasi annullando l'impatto dell'inflazione. Al contrario, i redditi medio alti hanno tenuto meglio sul mercato, ma hanno perso più terreno rispetto all'inflazione.

 

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Dai sindacati appello per nuovi modelli contrattuali

È in questo contesto che il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, torna a chiedere di intervenire sui modelli contrattuali, e soprattutto sui rinnovi contrattuali, non essendo quelli attuali capaci di difendere il potere d’acquisto. "Una delle riflessioni da fare - dice - è che non è possibile rinnovare i contratti ogni tre-quattro anni, ma c'è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale dei salari per il recupero certo dell'inflazione". Lo stesso evidenzia Pierpaolo Bombardieri, numero uno della Uil, che parla di discussione aperte con Confindustria e con Confcommercio proprio sul “modello contrattuale, per capire come recuperare questa perdita del potere d'acquisto".

 

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Ancora grandi disparità di genere nelle retribuzioni

L’analisi dell’INPS rivela comunque, ancora una volta, grandi differenze tra le retribuzioni medie effettive delle lavoratrici e dei lavoratori: le donne, nel settore privato, guadagnano molto meno degli uomini. "Si conferma la forbice tra le retribuzioni in base al genere. La retribuzione media annua delle donne, infatti, è circa il 70% di quella degli uomini. Ad esempio, nel 2024 la retribuzione media delle donne nel privato è di poco sotto i 20 mila euro (19.833 euro), quella degli uomini quasi 28 mila euro, anche se rispetto al 2014 la retribuzione media delle donne è cresciuta di più (+17,5%) di quella degli uomini (+13,5%). Il gender pay gap è solo in parte spiegato dal minor numero di giornate retribuite per le donne (240) rispetto agli uomini (251)", scrive l’Istituto di previdenza.

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Il problema della produttività

Un elemento che incide non poco sul tema delle retribuzioni è che, sottolinea l’INPS, gli incrementi salariali sono correlati alle dinamiche della produttività del lavoro, elemento che nel nostro Paese è da sempre condizionato “da fattori strutturali quali la composizione settoriale, la bassa innovazione tecnologica”. Anche a questo guardano i sindacati. “C'è la necessità di discutere anche di un necessario recupero della produttività in questo Paese. Per noi questo va fatto con la contrattazione di secondo livello", dice Bombardieri.

Il problema dei contratti pirata

Landini mette poi in luce un’altra problematica ancora, puntando il dito contro la “crescita dei contratti pirata, che stanno facendo dumping abbassando i salari”. In Italia, continua, si è passati “da 150 contratti che c'erano negli anni '90 a mille contratti nazionali: vuol dire che c'è qualcosa che non funziona che deve essere affrontato". Come? “Se voglio cancellare i contratti pirata – riflette - ho bisogno di dare un valore ancora più forte ai contratti nazionali e in questo senso c'è bisogno anche di arrivare a una legge sulla rappresentanza che di valore erga omnes ai contratti e che misuri la rappresentanza sia delle organizzazioni sindacali sia di quelle delle imprese. Questo significa anche estendere le elezioni delle Rsu".

 

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