Pesca, profonda crisi per le vongole nell’Alto Adriatico: i dati e le cause

Economia
Ansa/Ipa

Introduzione

Il settore della pesca dei molluschi nel Mare Adriatico sta vivendo un crollo drammatico: circa 700 partite Iva sono cessate, con il fatturato che da 120 milioni di euro (80 per le vongole veraci e circa 40 per i lupini) è sceso a poco più di 13 milioni. Oltre 500 famiglie sono in grave difficoltà. Diversi i motivi, dall’inquinamento al dilagare del granchio blu ma anche la minaccia della “noce di mare”. Ecco cosa sta succedendo.

Quello che devi sapere

La crisi

I pescatori dell’Alto Adriatico forniscono da soli più del 30% della produzione nazionale di vongole. L’Associazione generale cooperative italiane (Agci) del Veneto spiega che le imprese del settore sono di fatto ferme da oltre 15 mesi. E per il nuovo anno appena iniziato il quadro è altrettanto nero. Gianni Stival, responsabile di Agci, citato dal Sole 24 Ore, spiega: “Siamo ormai fermi dal 2024. Molti danno la colpa al granchio blu ma il problema ha radici molto più profonde. Ed è legato all’inquinamento e al cambiamento climatico”.

 

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Nuove semine infruttuose

Le ultime semine di vongole non hanno dato risultati e i campionamenti non rilevano traccia del prodotto. Acgi Veneto conclude che questo scenario può indicare la possibile presenza di sostanze inquinanti che non vengono attualmente monitorate dagli enti preposti.

 

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I motivi della crisi

L’inquinamento e il cambiamento climatico hanno le maggiori responsabilità di quanto sta accadendo. Nell’Alto Adriatico sfociano i più grandi fiumi del Nord Italia, ingrossati dalle alluvioni che hanno portato una grande quantità di fango e detriti. E in parallelo le temperatura dell’acqua sono schizzate: la scorsa estate si sono raggiunti picchi di 30 gradi in superficie e di 28 in profondità. Qualcosa che non era mai successo prima.

 

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Il ruolo dei fanghi

“I fanghi prodotti dalle alluvioni ma anche di quelli che tanti ritengono siano dovuti agli sversamenti industriali hanno ormai ricoperto la sabbia dei fondali”, ha spiegato Stival. “La sabbia è invece l’habitat naturale nel quale i molluschi si riproducono. Di fatto la nostra cooperativa che in media pescava 4 quintali di vongole l’ora adesso ha l’attività quasi azzerata. Con l’aggravante che le nostre licenze che sono per le draghe idrauliche non possono essere utilizzate per effettuare altre tipologie di pesca. Non possiamo insomma riconvertirci ma dobbiamo solo fermare le nostre imbarcazioni”. Secondo lui l’inizio della crisi è da ricercarsi nel disastro che nel 2018 colpì la foresta di Vaia: “Ci si ricorda solo la devastazione degli alberi. Ma nessuno ha mai fatto notare gli effetti che da quel disastro si sono avuti a valle. Quell’evento catastrofico ha prodotto danni enormi sul mare”.

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Il granchio blu e la noce di mare

A tutto questo vanno aggiunte le specie aliene nemiche dei molluschi: l’ormai noto granchio blu, predatore delle vongole, a cui si è aggiunta la noce di mare, specie marina alloctona particolarmente dannosa per l’ecosistema. Quest’ultima è una sorta di medusa di piccole dimensioni, spesso trasparente. Non è dannosa per l’uomo ma si nutre di plancton e larve di pesci e di molluschi.

Granchio blu

Da dove arriva la noce di mare

Individuata nel Mar Nero tra gli anni ’80 e ’90, proveniente forse dall’Asia o dall’America Latina, è stata sversata in mare con i lavaggi delle cisterne delle navi. Si è quindi riprodotta velocemente devastando l’ecosistema di alici e pesce azzurro nel Mar Nero. Fino ad arrivare adesso nell’Alto Adriatico.

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Che danni produce

Michele Doz, responsabile Agci del Friuli Venezia Giulia, ha spiegato al Sole 24 Ore che la noce di mare è un ermafrodita che mangia fino a 10 volte il proprio peso corporeo, si riproduce in autonomia e molto rapidamente. “Creano danni all’ecosistema marino e alla pesca in due modi: nutrendosi di plancton, di larve di pesce azzurro e di molluschi. Sono un competitore aggressivo di queste specie e ne provocano l’azzeramento. E, a catena, danneggiano anche altre specie come sgombri e tonni che si nutrono di pesce azzurro”. Inoltre, riproducendosi in fretta creano “una distesa gelatinosa che resta impigliata nelle reti e le rende inutilizzabili. Le reti si appesantiscono adagiandosi sul fondale senza riuscire più a pescare".

Le possibili contromisure

Innanzitutto servirebbe un monitoraggio della specie, in particolare di come si sposta in mare trasportata dal vento e dalle correnti. Poi si potrebbe ricorrere all’introduzione di una specie antagonista, la Beroe Ovata, che mangia le noci di mare. Un’altra idea innovativa, aggiunge Doz, potrebbe essere quella di “incentivare i pescatori a raccogliere le noci di mare per poi riutilizzare questa biomassa nella mangimistica o nella cosmetica. Si tratta infatti di una specie composta al 95% di acqua ma per il resto di collagene”.

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Gli aiuti ai pescatori

In questa fase i pescatori si stanno confrontando con le istituzioni locali e nazionali per trovare soluzioni alla crisi. Il Masaf ha già stanziato una somma tra i 3 e i 3,5 milioni per effettuare i monitoraggi e capire cosa è successo. Ma occorrono almeno 70-80 milioni di euro per effettuare i ritiri delle imbarcazioni e aiutare la riconversione di circa 500 famiglie che da oltre 15 mesi non possono più lavorare. Anche sul tema delle noci di mare si attendono le compensazioni per i pescatori: si chiede di rendere più flessibile il fermo pesca.

 

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