Omicidio Desirée Mariottini, dalla scomparsa alle condanne: le tappe della vicenda

Cronaca
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La sedicenne di Cisterna di Latina viene ritrovata priva di vita il 19 ottobre 2018 in uno stabile abbandonato in via dei Lucani, a Roma, nel quartiere San Lorenzo. Quattro uomini, di origine africana, sono accusati di averla prima stuprata e poi uccisa. Il 20 giugno 2021 le condanne. Ergastolo per Mamadou Gara e Yussef Salia, 27 anni e 24 anni e sei mesi per Alinno Chinna e Brian Minthe

Una telefonata alla nonna materna e poi due giorni di silenzio, fino al ritrovamento del cadavere, dopo una chiamata anonima al 118. Il 19 ottobre 2018, in uno stabile occupato nel quartiere di San Lorenzo a Roma, Desirée Mariottini, sedicenne originaria di Cisterna di Latina, viene ritrovata morta. Dall’esito dell’autopsia si scopre che è stata drogata e violentata. La Procura di Roma apre un’inchiesta per omicidio e stupro.  Fermati quattro uomini di origine africana: Mamadou Gara, Yussef Salia, Brian Minthe e Alinno China. Il 21 ottobre 2019, i quattro vengono rinviati a giudizio. Le accuse sono di omicidio volontario, violenza sessuale aggravata, cessione di stupefacenti e induzione alla prostituzione. Il 20 giugno 2021, le condanne: ergastolo per Gara e Salia, 27 e 24 anni e 6 mesi di reclusione per Chinna e Minthe. Ecco tutte le tappe della vicenda.

Il ritrovamento del corpo e l’autopsia

La ragazza viene ritrovata morta il 19 ottobre 2018 in un palazzo di via dei Lucani, a San Lorenzo (LA STORIA DEL QUARTIERE). I risultati dell’autopsia del 23 ottobre evidenziano tracce dell’assunzione di stupefacenti e segni di uno o più rapporti sessuali. Secondo gli investigatori Desirée sarebbe stata abusata quando già non era più cosciente a causa dell’assunzione di droga. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la ragazza orbitava nel palazzo abbandonato da un paio di giorni e in passato c'era già stata altre volte (LE FOTO DELLO STABILE). Nelle ore successive al ritrovamento del corpo, la polizia ascolta alcune persone che il giorno della morte di Desirée e quelli precedenti hanno frequentato lo stabile abbandonato di via dei Lucani, zona di universitari che di notte si trasforma in luogo di movida, ma anche di alcol e spaccio. C'è anche la testimonianza di un ragazzo senegalese che avvalorerebbe la tesi dello stupro e dell’overdose: "L'hanno drogata e violentata", dice alla polizia.

I tre fermati a Roma

Il 25 ottobre la polizia ferma due senegalesi, irregolari in Italia (uno di 27 e l’altro di 43 anni) e un nigeriano di 40 anni. I tre, che hanno precedenti per spaccio di droga, sono accusati, insieme ad altri complici da identificare, di violenza sessuale di gruppo, cessione di droga e omicidio volontario. Il 27 ottobre, il gip di Roma, Maria Paola Tomaselli, convalida il fermo dei tre indagati. Il giudice ha stabilito che i tre restano in carcere, emettendo un'ordinanza di custodia cautelare. La decisione è arrivata dopo gli interrogatori di convalida e garanzia, nel carcere di Regina Coeli. Secondo il giudice, gli indagati hanno agito "con pervicacia, crudeltà e disinvoltura" mostrando una "elevatissima pericolosità e non avendo avuto alcuna remora”.

Il quarto uomo rintracciato a Foggia

Il 26 ottobre, la polizia rintraccia e ferma a Foggia il quarto presunto responsabile della morte di Desirée. L’uomo, un cittadino del Ghana di 32 anni, sarebbe fuggito da Roma dopo la morte di Desirée ed è stato trovato nei pressi del centro di accoglienza di Borgo Mezzanone alla periferia della città pugliese. Il 32enne viene trovato in possesso di oltre 10 chilogrammi di marijuana. Il 29 ottobre, il gip del Tribunale di Foggia convalida sia il decreto di fermo spiccato dalla Procura di Roma per concorso in omicidio, violenza sessuale di gruppo e spaccio di droga, sia l'arresto in flagranza per il possesso di 11 chilogrammi di marijuana trovati a Foggia all'interno della baracca dove si era nascosto.

Fermato un uomo italiano: avrebbe ceduto droga a Desirée

L'11 novembre un uomo italiano viene fermato con l'accusa di aver ceduto stupefacenti a Desirée. Si tratta di un 36enne, nato a Roma,  intracciato dagli investigatori presso la fermata "Pigneto" della linea metropolitana C. La polizia giudiziaria gli sequestra 12 dosi di cocaina e psicofarmaci di vario genere. Il 36enne è accusato di aver detenuto e ceduto illecitamente sostanze come cocaina, eroina e psicofarmaci, questi ultimi contenenti "quetiapina", cedendole a persone che frequentavano via dei Lucani 22 tra cui, appunto, Desirée Mariottini.

Rinvio a giudizio per i quattro uomini fermati

Il 21 ottobre 2019 i quattro presunti responsabili, su decisione del Gup, vengono rinviati a giudizio per l'omicidio di Desirée. I quattro cittadini africani sono accusati di omicidio volontario, violenza sessuale di gruppo e cessione e somministrazione di droghe a minori. 

Il processo

Il 4 dicembre 2019, si apre il processo davanti alla III Corte d'Assise di Roma. Il 15 gennaio 2020 si decide di proseguire a porte chiuse, nell’aula bunker di Rebibbia. La scelta è motivata dalla giovane età della vittima e dal tipo di reati contestati. Nel novembre 2020, i pm e gli avvocati vanno nello stabile abbandonato in via dei Lucani, sequestrato da oltre due anni, per un sopralluogo che dura due ore. Il 14 dicembre 2020, le richieste del pm. I capi di imputazione sono quelli di omicidio volontario, violenza sessuale aggravata, cessione di stupefacenti e induzione alla prostituzione. Solo Gara viene sollevato dalle ultime due accuse.

La sentenza

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Il 19 giugno 2021 la Corte d’Assise si riunisce per il giudizio. Dopo nove ore in camera di consiglio, i giudici condannano all’ergastolo Mamadou Gara e Yussef Salia mentre per Alinno Chinna e Brian Minthe sono disposti rispettivamente 27 anni e 24 anni e 6 mesi di reclusione. Per Minthe inizialmente viene disposta la scarcerazione per scadenza dei termini di custodia cautelare per spaccio di droga, ma già nella mattina del 20 giugno riceve la notifica per una nuova ordinanza relativa all'accusa di omicidio. Resta dunque in carcere come gli altri imputati. I pm Maria Monteleone e Stefano Pizza avevano chiesto il carcere a vita con l’isolamento diurno per tutti e quattro gli imputati. 

"Nessuna remora"

Dalle carte dell'indagine è emerso che gli imputati avevano assicurato alla ragazza, che si trovava in crisi di astinenza, che quel mix di sostanze composto anche di tranquillanti e pasticche non fosse altro che metadone. Ma la miscela, "rivelatasi mortale", era composta da psicotropi che hanno determinato la perdita "della sua capacità di reazione", consentendo agli indagati di poter mettere in atto lo stupro nel cuore dello storico quartiere romano. Nell'ordinanza con cui il gip dispose il carcere si affermava che il gruppo ha agito "con pervicacia, crudeltà e disinvoltura" mostrando una "elevatissima pericolosità e non avendo avuto alcuna remora" nel portare a termine lo stupro e l'omicidio. Nel provvedimento sono citate anche alcune testimonianze. "Meglio che muore lei che noi in galera": è la frase che secondo alcuni testi avrebbero pronunciato tre dei quattro accusati. Gli indagati inoltre "impedirono di chiamare i soccorsi per aiutare" Desireè. Gli esami disposti dalla Procura hanno confermato che sotto le unghie e sugli abiti di Desireè è stato trovato il Dna degli imputati.

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