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Che cos'è l'ergastolo ostativo

2' di lettura

Cosa ha comportato finora l'automatismo del "fine pena mai" comminato a ergastolani che si sono macchiati di reati particolarmente gravi e come alcune recenti sentenze hanno inciso sul tema 

Nell’ordinamento giuridico penale italiano anche i condannati all’ergastolo, dopo aver scontato un certo numero di anni, possono accedere (dietro valutazione del giudice) ad alcuni benefici, come i permessi premio o la possibilità di lavorare all’esterno del carcere per alcune ore, e a misure alternative alla detenzione come la semilibertà, l’affidamento in prova, la detenzione domiciliare.

Tutte queste possibilità, che rendono oggettivamente meno pesante la pena, non sono in alcun caso ammesse per coloro che sono stati condannati al cosiddetto “ergastolo ostativo”. Questa condanna osta, appunto, a qualunque forma di alleggerimento della pena: l’articolo 4 della legge sull’ordinamento penitenziario (legge 354/75, modificata negli anni '90 dopo le stragi che videro la morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) – prevede infatti l’esclusione dalla possibilità di quei benefici per le persone condannate per reati di particolare gravità, come mafia o terrorismo: a meno che non decidano di pentirsi e collaborare con la giustizia, per loro esiste solo il “fine pena mai”.

La sentenza della Cedu e quella della Corte costituzionale

Il 9 ottobre 2019 la Corte europea dei diritti dell’uomo, confermando in via definitiva la sentenza emessa a giugno dello stesso anno, ha stabilito che la legge sull'ergastolo ostativo viola "il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti". Sullo stesso tema è intervenuta nell'ottobre 2019 anche la Corte costituzionale italiana, che ha dichiarato illegittimo l’articolo 4 della legge sull’ordinamento penitenziario, almeno nella parte in cui non prevede la possibilità della concessione di permessi premio anche in assenza di collaborazione di giustizia: non vuol dire cioè che la Corte abbia abolito l’ergastolo ostativo sempre e comunque, ma solo che ha abolito l’automatismo per cui esso è sempre insuperabile. "Anche - spiega la Consulta - se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo”.

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