Messina Denaro, indagati per favoreggiamento i figli di Giovanni Luppino

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Vincenzo e Antonio Luppino, figli dell'uomo che ha accompagnato il boss alla clinica La Maddalena, sono stati iscritti nel registro degli indagati e le loro abitazioni sono state perquisite. In uno degli appartamenti è stata trovata una sorta di stanza nascosta, risultata vuota. Nei giorni scorsi in un'area di proprietà dei Luppino la polizia ha trovato la Giulietta utilizzata dal boss. Ieri il gip di Palermo ha disposto l'arresto di Andrea Bonafede, il geometra che ha prestato l'identità al capomafia

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Si allunga la lista dei fiancheggiatori del boss Matteo Messina Denaro finiti sotto indagine. Nel registro degli indagati sono stati iscritti Vincenzo e Antonio Luppino, figli di Giovanni, l'uomo incensurato che ha accompagnato il capomafia alla clinica La Maddalena, dove entrambi, il 16 gennaio, sono stati arrestati. I carabinieri hanno perquisito le abitazioni dei due Luppino: nell'appartamento di Vincenzo è stata trovata una sorta di stanza nascosta che stata perquisita ed è risultata vuota. Nei giorni scorsi in un'area recintata di proprietà dei Luppino la polizia ha trovato la Giulietta utilizzata dal boss per i suoi spostamenti. Ieri il gip di Palermo ha disposto l'arresto di Andrea Bonafede, il geometra che ha prestato l'identità al capomafia di Castelvetrano (LO SPECIALE - GLI OGGETTI TROVATI NEI COVI).

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Faceva la spesa come un cittadino qualunque Matteo Messina Denaro e con il carrello girava in uno dei supermercati di Campobello di Mazara, scegliendo alimenti e detersivi. I carabinieri del Ros hanno acquisito le immagini di videosorveglianza del negozio: un ulteriore riscontro che il capomafia vivesse nel covo di vicolo San Vito acquistato, per suo conto, da Andrea Bonafede. Nell'appartamento infatti è stato trovato, il giorno dopo il blitz, un sacchetto del supermercato. E sempre nel covo sarebbe spuntato uno scontrino del negozio di qualche giorno precedente all'arresto. Elementi ulteriormente confermati dalle immagini del sistema di sorveglianza da remoto dell'auto usata dal capomafia che hanno immortalato Messina Denaro mentre usciva con la spesa."Ricordo di una sagoma con un cappello che era nei corridoi e faceva la spesa. Ma con lui non ho avuto contatti", ha detto uno dei dipendenti del supermercato.

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Intanto la professoressa Giovanna Fabiana Cusumano risponde alle accuse del legale di Lorenza Alagna, figlia del boss Matteo Messina Denaro, sostenendo che "l'essere stata accusata di aver commesso atti e aver agito in maniera del tutto falsa rispetto a quanto realmente accaduto va a ledere la propria figura di docente, professionista e operatrice di cultura del territorio, sottoponendo la stessa ad un assalto gogna mediatica volutamente messa in atto come strategia per intimidire e mettere a tacere il proprio libero pensiero di cittadina, docente e scrittrice". Cusumano ha scritto una nota col legale Giovanni Giannilivigni nella quale tra l'altro si dice: "Usare e manipolare ad hoc le dichiarazioni significa mistificare il vero, deformare i fatti ed usarli contro come fonte di intimidazione e velata minaccia". Il legale della figlia del boss, Franco Lo Sciuto aveva scritto in un comunicato: "Si fa invito alla solerte insegnante di letteratura italiana, che richiama con passione contatti di natura scolastica con Lorenza Alagna e con l'intera classe di liceali, limitatisi, per inciso, ad un mese di supplenza durante i 5 anni di liceo, ad astenersi dalla divulgazione di racconti e commenti in travisamento di fatti sulle testate nazionali, verosimilmente dettati dall'irrefrenabile ed incontrollabile smania di apparire sulle prime pagine dei giornali e delle tv di Stato". La professoressa dice di "aver sempre difeso Lorenza, di averne sempre parlato bene definendola un esempio per i giovani castelvetranesi per il modo in cui ha condotto la sua vita". "Il legame docenti-alunni è intangibile quanto quello del rapporto genitori-figli, non si può negare la libertà d'insegnamento o il modo di amare o ricordare i propri alunni", scrive la docente.

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Per quanto riguarda Bonafede, secondo gli inquirenti avrebbe ceduto al capomafia il proprio documento di identità affinché potesse metterci la sua fotografia. Il documento è stato utilizzato da Messina Denaro per accedere sotto falso nome alle cure del servizio sanitario nazionale almeno a partire dal 13 novembre 2020, quando fu operato all'ospedale di Mazara del Vallo. Il geometra ha inoltre consentito al boss di attivare una carta bancomat che il capo di Cosa nostra trapanese ha utilizzato per sostenere le spese necessarie per il sostentamento durante la latitanza e ha acquistato, per conto del padrino, un appartamento in vicolo San Vito con 20mila euro in contanti che Messina Denaro gli ha dato. Somma che Bonafede aveva versato sul proprio conto corrente postale per chiedere l'emissione di un assegno circolare da utilizzare all'atto del rogito notarile. Grazie a questo, l'ex latitante ha ottenuto la disponibilità di un appartamento intestato ad una persona che non faceva parte del proprio entourage più ristretto e dunque di un covo sicuro.

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Inoltre, sempre grazie al suo uomo d'onore riservato, il capomafia ha potuto disporre di una Fiat 500 e poi di una Giulietta con cui muoversi indisturbato. Entrambe le auto - i documenti sono stati trovarti nel covo del boss - sono state intestate formalmente alla madre disabile 87enne del geometra. Il concessionario presso il quale le macchine sono state comprate ha riconosciuto il cliente dai media e ha confermato agli investigatori l'acquisto, che sarebbe stato fatto con un bonifico. Secondo il giudice, Messina Denaro mai avrebbe potuto affidarsi a una persona che non fosse pienamente inserita in Cosa nostra.

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