Storia del Watergate, lo scandalo che 45 anni fa scosse la Casa Bianca

Richard Nixon nel suo ultimo discorso alla Casa Bianca il 9 agosto 1974 (Getty Images)
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Nel 1972 scoppiò lo scandalo che costò la presidenza a Richard Nixon. Lo spionaggio, l’inchiesta del “Washington Post”, l’ostacolo alla giustizia e le dimissioni. Ecco cosa distingue la vicenda di allora dal Russiagate che coinvolge Donald Trump

Donald Trump come Richard Nixon? La domanda ha cominciato a girare poco dopo l'elezione del tycoon a 45mo presidente degli Stati Uniti. E oggi che l'attuale presidente è ufficialmente indagato dal procuratore speciale Robert Mueller III per intralcio alla giustizia nel caso del Russiagate, l'accostamento fra i due presidenti si fa sempre più concreto e incentiva i media di tutto il mondo, a partire dal "New York Times", a riaprire gli archivi storici sullo scandalo politico più famoso del XIX secolo: il Watergate.

Una vicenda partita da lontano

Lo scandalo politico che, tra il 1972 e il 1974, coinvolse per 784 giorni il presidente Nixon e alti dirigenti della sua amministrazione incominciò, in realtà, qualche anno prima. Correva l'anno 1969 e il neoeletto 37mo presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, era intenzionato a condurre il Paese verso una regolarizzazione dei rapporti con Cina e Unione Sovietica. La presidenza si doveva però confrontare con le accese e quotidiane proteste dei movimenti pacifisti contro la guerra in Vietnam e l'establishment di Washington. Per chiudere la pratica, ritrovare consenso e uscire dall'empasse bellico, Nixon autorizzò nel marzo del 1969 - e senza il necessario consenso del Congresso - il bombardamento della Cambogia, Paese dichiaratamente neutrale. Nixon sperava di colpire i vietcong, di vincere la guerra e mettere a tacere gli oppositori interni.

I Pentagon papers

L'unico risultato che il presidente ottenne fu, però, quello di attirare contro la sua amministrazione ancora più critiche. Le manovre in Cambogia, assieme ad altre violazioni in Vietnam, furono infatti denunciate dal "New York Times" nell'inchiesta sui Pentagon papers. Questi erano un incartamento top-secret di circa 7mila pagine proveniente dal Dipartimento della Difesa sulle strategie americane nel Sud-Est asiatico dal 1945 al 1967. La pubblicazione dello studio fece scandalo e portò l'amministrazione a varare un piano segreto di difesa contro l'ala radicale dei pacifisti e del Partito democratico. Era il cosidetto Huston plan, un programma di spionaggio illegale ideato nel 1970 da un giovane assistente della Casa Bianca, Tom Charles Huston, che prevedeva tra l'altro furti in casa, sorveglianza elettronica illegale, controlli della corrispondenza degli avversari politici. Un'azione così estrema che in molti, a partire dal capo dell'Fbi John Edgar Hoover, si rifiutarono di sostenere.

L'applicazione dello Huston plan

L'amministrazione decise comunque di dare avvio, grazie al capo di gabinetto Bob Haldeman, al Piano Huston che, in poche settimane, provocò l'irruzione con scasso nello studio privato di Lewis Fielding, psicologo di Daniel Ellsberg, l'analista militare che consegnò i Pentagon papers al "New York Times". L'azione fu eseguita per cercare prove di un possibile disturbo mentale di Ellsberg e screditarlo davanti all'opinione pubblica. Poi fu la volta del blitz al Brookings institution, un think tank di Washington dove si pensava fossero nascoste carte classificate contro Nixon. A capo delle due operazioni c'erano Gordon Liddy, consigliere finanziario del comitato per la rielezione del presidente, e Howard Hunt, dirigente della Cia. Due personaggi chiave in quella che sarà l'attuazione più azzardata dello Huston Plan: l'infiltrazione nel quartier generale del Comitato nazionale democratico.

Il complesso di uffici del Watergate

Erano le 2 di notte del 17 giugno 1972 quando la polizia di Washington fece irruzione al sesto piano del complesso di uffici del Watergate, sede del Comitato Nazionale Democratico, dopo aver ricevuto la chiamata di Frank Willis, la guardia di sicurezza dello stabile. Finirono in manette cinque persone con l'accusa di tentativo di furto e intercettazioni telefoniche e di altre comunicazioni. Gli arrestati, passati alla storia come “plumbers”, idraulici, formavano un gruppo incaricato di eseguire le varie fasi del Piano Huston. Nell'azione finirono in manette Virgilio González, Bernard Barker, Eugenio Martínez, Frank Sturgis e James McCord. Fu quest'ultimo, durante l'udienza per la convalida degli arresti, ad ammettere di appartenere alla Cia, allargando di fatto un episodio che da Washington avevano cercato di liquidare come un furto di ladri di terz'ordine. Ma il ritrovamento di mazzette da 100 dollari nelle tasche degli arrestati, e un'agendina di proprietà di Barker con il nome di Hunt associato a un numero della Casa Bianca, estesero l'inchiesta coinvolgendo alte cariche dell'amministrazione federale.

L'inchiesta del "Washington Post"

Il giornale della capitale mise sul caso due cronisti locali, Bob Woodward e Carl Bernstein, che grazie a una fonte di alto livello chiamata “Gola profonda” - che nel 2005 si scoprirà essere il numero due dell'Fbi, Mark Felt - iniziarono a seguire la pista dei soldi, scoprendo un legame fra i conti bancari di alcuni degli arrestati e il capo del Comitato per la rielezione del presidente ed ex ministro della Giustizia, John Mitchell. Nel 1972 Nixon vinse nuovamente le elezioni con il 60,7% dei voti contro il candidato democratico George McGovern. Ma nel maggio del 1973 il Senato votò per l'apertura di una Commissione d'inchiesta sui fatti del Watergate presieduta dal senatore democratico Sam Ervin. Le udienze di diversi dirigenti dell'amministrazione vicini a Nixon durarono dal 17 maggio al 7 agosto e furono trasmesse dalla televisione pubblica Pbs. Uno per uno i testimoni della vicenda ammisero il proprio coinvolgimento aiutando a far luce sull'accaduto. In particolare furono fondamentali le deposizioni di Hugh Sloan, tesoriere del comitato per la rielezione, che confermò pagamenti occulti a Liddy; quella all'ex consigliere della Casa Bianca, John Dean, che introdusse nel processo la presenza di registratori all'interno dello Studio ovale; e quella di Alex Butterfield vice assistente di Nixon, che confermò l'installazione dei registratori.

Le registrazioni

Dopo aver appreso della presenza dei registratori nello studio del presidente, la Commissione del Senato chiese a Nixon di consegnare i nastri per acquisire ulteriori elementi di prova sul caso. Nixon respinse la richiesta appellandosi al privilegio presidenziale. La mossa del presidente fu accompagnata dall'ordine al procuratore speciale, Archibald Cox, di rinunciare alla sua citazione in giudizio. Cox rifiutò di eseguire l'ordine presidenziale e fu licenziato dall'avvocato generale Robert Bork, l'unico che aveva sostenuto Nixon nella sua volontà di rimuovere Cox. Dopo nove mesi di battaglie legali intervenne la Corte Suprema degli Stati Uniti che con una votazione unanime intimò a Nixon di consegnare le registrazioni. Era il 24 luglio del 1974: la Casa Bianca trasmise alla Commissione 64 nastri che, nonostante la mancanza di 18 minuti e mezzo di registrazione, considerati fondamentali alle indagini, furono comunque sufficienti a incastrare Nixon. Determinante fu la registrazione di una telefonata fra il presidente e Haldeman del 23 giugno del 1972, durante la quale Nixon chiese al suo capo di Gabinetto di rivolgersi alla Cia per togliere il caso all'Fbi al fine di garantire la sicurezza nazionale. Era, in realtà, quello che i giudici considerarono un tentativo di insabbiamento e che fece passare alla storia quella telefonata come “la pistola fumante” contro il presidente.

Le dimissioni di Nixon

Il 25 luglio del 1974 la la Commissione di giustizia parlamentare votò a favore della richiesta dei tre capi d'accusa per l'impeachment di Nixon: ostacolo alla giustizia, abuso di potere, vilipendio al Congresso. L'8 agosto prima che la procedura avesse inizio, Nixon si dimise dalla carica lasciando il suo posto al vicepresidente Gerard Ford che qualche mese dopo concederà al suo predecessore il perdono presidenziale. Nell'inchiesta Watergate furono coinvolti 69 imputati: 48 di loro, la maggior parte dei quali erano al vertice dell'amministrazione, vennero considerati colpevoli. Le dimissioni di Nixon anticiparono l'apertura di una possibile procedura di impeachment da parte del Congresso, come previsto dalla Costituzione degli Stati Uniti. Finora gli unici presidenti della storia degli Stati Uniti su cui è stata condotta una procedura d'impeachment sono stati Andrew Johnson, nel 1868, e Bill Clinton, nel 1998, entrambi prosciolti dal verdetto dei senatori.

Le differenze fra il Russiagate e il Watergate

L'attuale scandalo sulla presunta collusione tra Donald Trump e il Cremlino per influenzare i risultati delle elezioni presidenziali del 2016 negli Stati Uniti presenta solo un'analogia con il Watergate: l'accusa di ostacolo alle indagini sui due presidenti. Le due vicende sono però differenti sotto molti aspetti. Il primo è la sua caratterizzazione geografica: il Watergate è stato uno scandalo interno che ha contrapposto il Partito repubblicano a quello democratico, mentre la portata del Russiagate ha anche respiro internazionale. Al momento la posizione di Trump è solo quella di un indagato da parte del procuratore speciale Mueller, che il presidente vorrebbe rimuovere dal suo incarico come ha già fatto con il direttore dell'Fbi, James Comey; mentre il processo di Nixon arrivò a un passo dal giudizio di impeachment del Senato e fu evitato solo dalle dimissioni del leader repubblicano dalla carica di presidente. Infine c'è l'atteggiamento dei due presidenti nei confronti delle accuse loro rivolte: Trump ha sempre negato gli accordi con i Russi sulle elezioni, ma ha ammesso la volontà di cambiare la politica muscolare di Obama verso Mosca. Nixon ha negato sempre ogni accusa, ammettendo le sue colpe solo anni dopo nel corso dell'intervista fiume concessa al giornalista britannico David Frost, diventata il documento ufficiale delle scuse postume al popolo americano.

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