Rosa Elettrica: un cerchio si chiude, ma il finale resta sospeso. Recensione

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Nicoletta Notari

Nicoletta Notari

Introduzione

Le linee tra giusto e sbagliato si fanno sempre più sottili. Gli ultimi due episodi di Rosa Elettrica, il thriller on the run di Sky, si muovono tra rivelazioni e scontri decisivi. La storia sembra trovare una chiusura sul piano degli assetti criminali e delle figure di potere che l’hanno attraversata. Tuttavia, restano zone d’ombra e colpi di scena che rimettono in discussione tutto ciò che è accaduto. Per questo la serie lascia la porta apertissima a una possibile seconda stagione

Quello che devi sapere

Il passato che ritorna

Il quinto episodio di Rosa Elettrica si apre con un salto nel 2012 e con i ricordi di Daniele Mastronero da bambino, quando a 6 anni, accompagnato dalla madre, ha incontrato suo padre, il boss Saro Incantalupo. Non era ancora Cocìss, non conosceva la violenza: era semplicemente Daniele. Nel presente Rosa si ritrova ancora una volta a chiedersi: “Questa è la morte?”. A risponderle con ironia è la versione bambina di sè stessa (“Non poteva avere aspetto migliore…”). Ferita dopo il salto dalla scogliera, Rosa viene medicata da un veterinario amico di Cocìss, l’uomo che si occupa dei suoi cani e che lo ha aiutato a salvarla senza lasciarla sola sulla spiaggia. Ma il rifugio dura poco: un colpo sparato a distanza dagli uomini di Nunzia Serafino uccide il veterinario. Rosa e Cocìss riescono a scappare grazie all’arrivo di Morano con un furgone del NOP, il Nucleo Operativo di Protezione, contattato proprio dal ragazzo mentre Rosa era priva di sensi.

Nel frattempo il vecchio telefono di Cocìss, fondamentale come possibile prova, sembra inutilizzabile dopo il tuffo in mare: i circuiti sono andati in tilt. Tornati nel rifugio dove si trovano i suoi cani, Rosa aggiorna D’Intrò su quanto accaduto. Il magistrato le concede solo 48 ore per trovare Saro Incantalupo, il boss superlatitante da oltre trent'anni.

 

 

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La “K” di Cocìss: identità, rabbia e tenerezza

Rosa sa che Cocìss possiede una memoria straordinaria e cerca di ricostruire insieme a lui l’unico incontro avuto da bambino con Saro Incantalupo. Emergono frammenti sempre più precisi: un viaggio in treno verso il Nord, una città dove si parlava italiano e tedesco, una torre, un ponte e una villa con grandi vetrate colorate: Merano.

Prima della partenza emerge un lato più fragile e umano di Cocìss: si prende cura di Rosa ricordandole le medicine e, pur mostrando intelligenza e arguzia, lascia capire di avere enormi difficoltà con la lettura e la scrittura. In una delle scene più tenere dell’episodio, Rosa gli insegna a scrivere il suo nome. Lui osserva quella “C” e dice che sembra una “lettera moscia”, troppo debole per rappresentarlo. Così Rosa la trasforma in una “K”, più dura, più “incazzata”. È un piccolo gesto, ma racconta perfettamente il legame che sta crescendo tra loro.

Da quel momento Cocìss continua a esercitarsi scrivendo i nomi dei suoi cani, la cosa che ama di più al mondo. Un dettaglio semplice ma che mostra tutta la distanza tra lui e il padre: un uomo incapace di amare qualcuno, mentre Cocìss con i suoi cani li accudisce e li ama davvero.

Durante il viaggio verso Merano si crea un’intimità inattesa. Cocìss parla di Miriam, l’unica donna con cui ha fatto l’amore e che voleva sposare. Rosa invece ammette di non riuscire a vivere relazioni vere perché troppo concentrata sul lavoro. Colpisce il candore con cui Cocìss racconta i propri sentimenti, nonostante il peso del suo passato criminale.

 

 

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Il volto del superlatitante

Arrivati a Merano, i ricordi di Cocìss iniziano a riaffiorare con maggiore chiarezza. Carlo Morano riesce intanto a recuperare dal vecchio telefono una fotografia del 2012 che permette di individuare la zona della villa di Saro Incantalupo. Ma mentre Rosa e Cocìss seguono la pista, Morano viene sequestrato dagli uomini di Nunzia Serafino. Lei lo minaccia con una freddezza quasi teatrale, tra risate amare e violenza, riuscendo infine a recuperare dal suo telefono le immagini scambiate con Rosa per localizzarli.

Rosa si dà coraggio e riesce a entrare nella villa del boss fingendo di cercare un cane smarrito. Qui incontra un uomo apparentemente gentile che si presenta come Tommaso Di Maria. Ma basta il suo sguardo perché Rosa capisca immediatamente la verità: è Saro Incantalupo. L’uomo parla dei suoi rottweiler come animali “protettivi”, ma dietro quella calma si percepisce una presenza inquietante e dominante.

Nel frattempo Cocìss segue Leonardo, uno dei figli di Saro, fino a un bar. Qui approfitta della sua dipendenza dalla droga per sottrargli il cellulare, mentre capisce di essere ancora seguito da uomini legati al clan.

 

 

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La musica, i sogni e la verità

Rifugiati in un campeggio abbandonato, Rosa aggiorna il Sostituto Procuratore di Napoli D’Intrò sulla posizione di Saro Incantalupo e spera che tutto questo possa servire anche a salvare Cocìss. Ma il magistrato la riporta bruscamente alla realtà: le telecamere mostrano chiaramente il ragazzo mentre spara durante l’agguato in cui è morta la figlia di Antonio Scurante. Per quanto la verità possa essere più complessa, il peso di quell’immagine rischia di condannarlo definitivamente.

In questo clima sospeso emerge però uno dei momenti più intensi e malinconici. Nel rifugio c’è una chitarra e Cocìss chiede a Rosa di suonare. Lei canta No Surprises dei Radiohead, canzone del 1998 che ritorna più volte nel corso della serie, come un vero e proprio motivo ricorrente legato ai ricordi e all’identità di Rosa. È il brano che il padre le suonava da bambina e che, in questa scena, trasforma per qualche minuto la fuga in una parentesi intima, malinconica e quasi irreale.

Il testo del brano sembra raccontare perfettamente il loro stato emotivo: due persone stanche, ferite, schiacciate da una realtà che li sta consumando e che desiderano soltanto fermare.

“A heart that’s full up like a landfill / A job that slowly kills you”
“Un cuore pieno come una discarica / Un lavoro che lentamente ti uccide”.

Rosa porta addosso il peso di un’identità che vacilla e di una missione che l’ha travolta, mentre Cocìss è un ragazzo cresciuto nella violenza, incapace perfino di immaginare davvero il futuro. Eppure entrambi sembrano inseguire la stessa impossibile tregua:

“I’ll take a quiet life / No alarms and no surprises”
“Mi prenderò una vita tranquilla / Nessun allarme e nessuna sorpresa”.

La musica diventa così un rifugio emotivo, ma anche il simbolo di un desiderio irrealizzabile di normalità. 

 

 

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La rottura

L’equilibrio tra Rosa e Cocìss però si spezza. Lui ammette finalmente la verità sulla morte della figlia di Antonio Scurante: voleva colpire il boss per mandare un messaggio a Nunzia Serafino, ma “’o Russ” gli aveva detto di sparare senza avvertirlo della presenza della bambina. Cocìss insiste sul fatto che non voleva ucciderla, ma Rosa esplode di rabbia: ai suoi occhi resta comunque “un camorrista, ignorante e bugiardo”, proprio come suo padre.

La tensione degenera. Cocìss la afferra alla gola, la immobilizza e la lega. Nei suoi occhi riemerge improvvisamente l’anima più oscura e violenta che sembrava essersi incrinata durante la fuga. In un gesto disturbante e simbolico, si incide sul braccio una “R” per Rosa e segna sulla pelle di lei una “K” di Cocìss, quella stessa lettera che Rosa gli aveva insegnato a scrivere.

Poi fugge da solo, lasciandola lì. Rosa piange in silenzio, mentre la sua versione bambina, stavolta, non la provoca e non la giudica: le accarezza soltanto la testa, come se anche quella parte pura di lei fosse stata ferita.

Cocìss decide di togliere la lente a contatto e torna ad avere un occhio nero e uno azzurro, riappropriandosi della sua identità più autentica. Dopo aver ricordato il momento in cui da bambino la madre voleva lasciarlo a Merano e il rifiuto di Saro Incantalupo, prende il cellulare rubato all’altro figlio del boss, Leonardo, e compie la scelta più pericolosa, dopo tanti anni: chiamare suo padre.

Il blitz. Recensione del sesto e ultimo episodio

Il blitz nella villa di Saro Incantalupo a Merano è basato sulle informazioni fornite da Rosa. L’operazione, coordinata da D’Intrò, mobilita numerosi rinforzi, ma si rivela subito un fallimento: il boss non è presente. A tradire l’intera operazione è stato proprio Cocìss, che ha avvisato il padre. Rosa viene recuperata nel campeggio abbandonato e liberata dalla polizia, ma il magistrato non le risparmia la durezza delle conseguenze: ha affidato un’indagine lunga trent’anni a una trentenne “insicura cronica”, che ha confuso la divisa con un ruolo da interpretare. Per Rosa è un crollo totale, aggravato anche dal dolore fisico della ferita per la “K” incisa sulla pelle.

In una casa isolata, Cocìss viene raggiunto da Saro Incantalupo. Il confronto tra i due è immediato e violento: il boss lo accusa di aver messo in pericolo tutto il sistema portando una poliziotta nel suo mondo. Daniele torna a essere semplicemente “figlio”, schiacciato dalla presenza dominante del padre. Prova a rivendicare il proprio ruolo nell’eliminazione di Scurante e a spiegare di aver agito per sopravvivere agli equilibri criminali manipolati anche da Nunzia Serafino. Ma Saro lo ridimensiona brutalmente: non è un alleato, è solo un errore da gestire. Daniele, con sarcasmo amaro, lo chiama “papà”, trasformando il confronto in una resa dei conti.

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Figli scartati, un’alleanza possibile

Nel frattempo Rosa si confronta con il suo superiore, il vicequestore Antonella Reja, che per la prima volta assume nei suoi confronti un atteggiamento più protettivo e meno rigido. È proprio Reja a comunicare a Rosa Valera una notizia devastante: il suo collega e amico fidato, che l’aveva sostenuta in tutta l’indagine con alte dosi di rischio, è morto dopo il sequestro di Nunzia Serafino per ottenere informazioni sulla fuga dei due ricercati.

È stato D’Intrò a decidere l’ingaggio di Rosa Valera per la gestione del caso Mastronero, nonostante le resistenze di Reja, che ne riconosce fragilità ed emotività, ma anche determinazione. Rosa intanto tenta una nuova pista: rintracciare il telefono sottratto a Leonardo, figlio di Saro, per localizzare il boss.

Sul fronte opposto, Saro organizza la fuga verso l’Austria e ridisegna completamente la sua famiglia criminale: il figlio Riccardo lo segue, mentre l’altro figlio, Leonardo, viene scartato perchè troppo istintivo oltre che tossicodipendente e destinato all’esilio a Caracas. Leonardo allora si scaglia contro Cocìss che lo aveva ingannato offrendogli droga e sottraendogli il cellulare e lo aggredisce, rivelandogli che presto verrà consegnato ad Antonio Scurante per essere eliminato.

Da questo momento Leonardo e Daniele, entrambi figli di Incantalupo e fuori dalle gerarchie del padre, diventano le “pecore nere” dell’eredità del boss: due scarti dello stesso sistema che si ritrovano improvvisamente dalla stessa parte. È un passaggio chiave che apre a un possibile nuovo sodalizio tra i due, un’alleanza nata non dalla fiducia ma dall’esclusione e dalla sopravvivenza.

La resa dei conti

Rosa e Reja riescono a seguire le tracce di Cocìss grazie a un messaggio criptico con coordinate che lui stesso ha inviato a Rosa. Nel frattempo Antonio Scurante arriva sul luogo dello scontro, in attesa di vendicarsi di Cocìss, ma viene intercettato dalla polizia: il blitz guidato da Reja si conclude con la sua morte. Anche Nunzia Serafino è ormai in fuga. Il sistema criminale e istituzionale appare definitivamente fuori controllo.

Lo scontro decisivo è tra Saro e Cocìss. Dopo una fuga concitata, il confronto padre-figlio esplode in violenza fisica. Saro tenta di ucciderlo, ma Cocìss lo ferisce mortalmente con un pugnale, chiudendo il cerchio della sua storia criminale e personale.

Subito dopo arriva Rosa: i due si ritrovano a guardarsi nel mezzo del caos, in uno scambio carico di tensione e confusione. Saro, ancora vivo, tenta un ultimo assalto alle spalle di Cocìss. Rosa interviene e parte un colpo di pistola: nella colluttazione entrambi precipitano dalla rupe.

Saro Incantalupo muore sul colpo. Cocìss, invece, scompare nel vuoto: il suo corpo non viene ritrovato e viene dichiarato disperso. Rosa osserva la scena con il dubbio che la diga aperta e la corrente possano averlo trascinato via, lasciando aperta l’ipotesi della sua sopravvivenza.

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Ultimo atto. Vendetta e verità sospese

La rete criminale viene smantellata: Incantalupo è morto, così come il clan Scurante. Nunzia Serafino resta l’ultima figura in fuga. D’Intrò si attribuisce il merito dell’operazione, mentre Rosa realizza amaramente di aver perso tutto ciò a cui si era legata: Cocìss e Carlo Morano. Il rapporto con Reja resta sospeso, incapace di tradursi in un vero contatto umano.

A casa, Rosa affronta il senso di colpa e la disillusione, chiedendosi cosa significhi davvero diventare adulti, senza sapere ancora quale direzione prendere. L’unica presenza stabile resta il cane Fieto, un legame che per Rosa ha un valore doppio: le ricorda Cocìss, che lo aveva salvato, e Morano, che se ne era preso cura. Ora è lei a doverlo accudire, come ultimo residuo concreto di ciò che è andato perduto.

D’Intrò propone a Rosa di lavorare con lui, ma lei ha capito il suo gioco e lo accusa apertamente di aver sacrificato Daniele Mastronero per ragioni di equilibrio istituzionale. Lui le consegna una busta con il materiale dell’operazione, invitandola a “prendersi il suo tempo” e insinuando che anche la morte di Cocìss potrebbe avere conseguenze utili.

In quella busta le terribili foto contenute sembrano confermare la morte di Cocìss, ma un dettaglio lo mette in dubbio: la “K” incisa sul braccio in quelle immagini non è presente.

Risuona No Surprises in sottofondo.

Nel finale, Cocìss riappare su una spiaggia, insieme al fratellastro Leonardo, forse in quell’esilio non più imposto, ma stavolta scelto. Qui, insieme ai suoi amati cani, Cocìss appare quasi in una dimensione sospesa, come in un sogno. Ma la realtà torna subito a imporsi: ha sequestrato Nunzia Serafino, si trova legata in auto, lei è l’ultimo tassello di un sistema di potere e violenza che lo ha segnato.

Cocìss le punta contro la pistola, con il consueto linguaggio diretto e irriverente, chiude ogni dialogo possibile e spara.

Con questo gesto sembra riconquistare una forma di libertà, chiudendo i conti con il proprio passato criminale: Incantalupo, Scurante e, infine, Serafino. Eppure il dubbio rimane: è davvero la conclusione del suo percorso, oppure solo l’inizio di una nuova fase?

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