All Eyez on Me, 30 anni fa l'ultimo album di 2Pac prima della morte: 8 cose da sapere

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Il 13 febbraio 1996 nei negozi arrivava quello che sarebbe diventato l'ultimo lavoro in studio del rapper 25enne. Opera mastodontica, 27 brani suddivisi in due cd, era stata registrata in appena un mese, dopo il rilascio su cauzione dal carcere dove era entrato per violenza sessuale, pagato da Suge Knight della Death Row Records. Nei brani si mischiano paranoia e megalomania, in quella che Shakur chiamava una "celebrazione della vita", uscita appena sette mesi prima di morire

Il 13 febbraio di 30 anni fa, nel 1996, usciva All Eyez on Me, quarto album di Tupac Shakur, in pseudonimo 2Pac. Sarà anche l’ultimo uscito mentre era in vita: verrà assassinato qualche mese dopo, in una sparatoria a Las Vegas. Morirà il 13 settembre, dopo sei giorni di agonia in ospedale, ad appena 25 anni: l’omicidio ancora oggi non è stato risolto. All Eyez on Me suona quindi come il testamento di Tupac, ultimo tassello di una breve carriera che, complice la morte prematura, in poco tempo lo ha visto passare da rapper a leggenda.

L'album di California Love

Anche i meno esperti del genere probabilmente conoscono, o hanno sentito almeno una volta, California Love, quella che si potrebbe definire la canzone più famosa di Tupac, se non altro per l'impatto avuto nei decenni successivi anche grazie al video musicale ispirato a Mad Max. All Eyez on Me è il suo album.

Il primo doppio album nella storia dell’hip hop mainstream

Il disco è un'opera quasi mastodontica: 27 tracce, per un totale di oltre due ore di musica. I brani sono suddivisi in due cd separati, Book 1 e Book 2. Negli anni a seguire si diffuse molto la formula del doppio album, soprattutto nell’hip-hop, seguendo proprio l’esempio di 2Pac. Prima di lui nessuno per una grande uscita mainstream si era mai affidato a una struttura suddivisa in due capitoli per un album completo. 

L’uscita dal carcere e la firma con Death Row Records di Suge Knight

Nel 1995 Tupac entrò in carcere, condannato per violenza sessuale, in un’altra vicenda dai contorni mai davvero chiariti: una ragazza, con cui aveva già avuto un rapporto consenziente, lo accusò di aver facilitato degli abusi poi compiuti da altri uomini a lui vicini. Avrebbe dovuto rimanere in prigione quattro anni, ma dopo pochi mesi fu rilasciato grazie al pagamento di una cauzione di quasi un milione e mezzo di dollari da parte di Suge Knight (anche se poi si scoprì che buona parte fu versata dalle etichette discografiche Interscope e Time Warner). In cambio, Tupac passò alla sua etichetta, la Death Row Records, la stessa che mise a contratto anche Snoop Dogg e Dr. Dre, che insieme a Tupac riscrissero il suono del rap della West Coast californiana, in contrapposizione a quello dell’East Coast di New York e dintorni (nonostante Shakur fosse originario di Nyc). Si dice che la scelta di pubblicare All Eyez on Me come un doppio album fu anche dovuta alla smania di Shakur di lasciare il più in fretta possibile la Death Row – facendo quindi contare l’uscita come due dischi, sui tre totali da consegnare – per poi fondare la sua label Makaveli Records. Che però non vide mai la luce. Secondo altre indiscrezioni, Tupac era anche convinto che non avrebbe avuto molto tempo a disposizione di lì in futuro per pubblicare tutto il materiale registrato. Una sorta di presagio. 

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Un album registrato in appena un mese

Tupac uscì dal carcere nell’ottobre del 1995, All Eyez on Me uscì solamente quattro mesi dopo. Fu quindi registrato in pochissimo tempo. Un mese, per la precisione, al ritmo di due o tre brani al giorno, in sessioni da 12 ore l’una, spiegò lui stesso. L’autore Johnny “J” racconterà che Shakur era solito entrare in studio con fogli scritti a mano soltanto pochi minuti prima e che non amava provare più volte le stesse strofe, convinto di spogliarle della loro onestà.

Il significato del titolo

Alle Eyez on Me spiega come Tupac si sentiva mentre ci stava lavorando: con gli occhi del mondo addosso. Dei fan, dei detrattori, dei rivali dell’East Coast, del sistema giudiziario. “Tutti gli occhi sono puntati su di me. Perché è così. Tutti aspettano che io cada, che muoia, che resti invalido, che prenda l’AIDS… qualsiasi cosa”, spiegava a The Source Magazine prima del lancio dell’album. A MTV diceva: “È così che mi sento. Ho la polizia che mi guarda, gli agenti federali. Ho donne che vogliono accusarmi falsamente e farmi causa e tutto il resto. Ho donne a cui piaccio… Tutti vogliono vedere cosa farò adesso, quindi All Eyez On Me”.

La paranoia di Tupac

I colpi di pistola che uccisero Tupac nel 1996 non furono i primi rivolti contro di lui. Nel novembre del 1994 era già stato colpito cinque volte, nei Quad Recording Studios di New York, riuscendo a sopravvivere. Si disse sempre convinto di essere stato vittima di una cospirazione che coinvolgeva altri pesi massimi dell’hip hop americano. Sia Biggie Smalls (Notorius B.I.G, poi freddato a colpi di pistola l’anno seguente a Los Angeles) che Puff Daddy (Poi P. Diddy e infine Diddy), secondo Shakur, sapevano dell’agguato. Questo, insieme alle beghe legali, contribuì a far montare una forte paranoia nella testa del rapper, la stessa che permea i brani di All Eyez on Me

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Un po’ di megalomania

Sempre nella già citata intervista a The Source Magazine del 1996, Tupac diceva che “la cosa più importante” per lui in quel momento era “far sì che ogni singolo essere umano negli Usa e nel mondo sappia chi è Tupac, cos’è la Death Row, e dove si trova Los Angeles, California”. C’è chi ha parlato di All Eyez on Me come della prova di una galoppante megalomania nella testa di Tupac, speculare e complementare alla paranoia. E infatti, a Vibe Magazine, Shakur spiegava che in fondo avere “tutti gli occhi” su di sé non gli dispiaceva poi troppo: “Mi piace la sfida. So che devo fare un lavoro fatto bene. Tengo molto a questo album perché voglio che venda. Sto davvero cercando di battere tutti i record. Perché nessun rapper ha mai pubblicato un doppio album. Non è mai stato fatto prima”.

Un album “non politico”?

Tutta la discografia di Tupac è in senso lato intrisa di riferimenti sociali e politici, come è tutto l’hip hop della fine del secolo scorso, non fosse altro per la rappresentazione della condizione dell’America nera, anche se in alcuni casi in modo parziale e incentrata sulla figura dei gangster e ancora di più del thug, il “fuorilegge”. Shakur parlò del disco come di un cambio di rotta rispetto al passato, descrivendolo come una “celebrazione della vita”, sulle ali della sua ritrovata libertà fuori dalla prigione. Qui si discosta quindi dall’entrare direttamente in tematiche come il razzismo, presentandosi più come il simbolo del thug.

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