La Lezione, recensione del thriller psicologico con Matilda De Angelis e Stefano Accorsi

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Al cinema dal 5 marzo, un thriller psicologico che scava nella manipolazione, nello stalking e nella fragilità della percezione. La Lezione, diretto da Stefano Mordini e tratto dal romanzo di Marco Franzoso, segue un’avvocatessa di successo che difende un professore accusato di violenza sessuale mentre il suo passato torna a perseguitarla. Tra Trieste, vento di bora e sospetti che si insinuano come crepe nella realtà, il film diventa un viaggio disturbante nel territorio pericolo e dolente dell'ossesione

Cosa succede quando la realtà smette di essere affidabile? Quando il sospetto entra nella tua vita come un vento freddo e non sai più distinguere ciò che è vero da ciò che immagini?  Con La Lezione, Stefano Mordini costruisce un thriller psicologico italiano inquieto e disturbante. Una brillante avvocatessa difende un professore accusato di violenza sessuale mentre il suo passato torna a perseguitarla. Tra la bora di Trieste, la manipolazione emotiva e il confine sempre più fragile tra verità e paranoia, il film con Matilda De Angelis e Stefano Accorsi scava nelle zone oscure delle relazioni contemporanee. 

La Lezione, recensione del thriller psicologico di Stefano Mordini

Se il predatore è più veloce di te non serve scappare.
Devi buttarti nel primo buco nero possibile e sperare che cada dentro anche lui.

La frase stampata sulla quarta di copertina del romanzo di Marco Franzoso — da cui il film è tratto — non è solo una metafora narrativa. È una dichiarazione di guerra psicologica. Un avvertimento. Un manuale di sopravvivenza emotiva.

Nel suo adattamento cinematografico Stefano Mordini prende quella frase e la trasforma in atmosfera. In tensione. In un cinema fatto di crepe, sospetti e silenzi.

La Lezione è un thriller che non urla mai.
E proprio per questo inquieta.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma e distribuito dal 5 marzo da Vision Distribution, il film mette al centro una figura apparentemente forte — un’avvocatessa brillante — per raccontare quanto fragile possa diventare la percezione della realtà quando qualcuno decide di manipolarla.

Approfondimento

Matilda De Angelis compie 30 anni, ecco i suoi migliori film. FOTO

Trieste, città di vento e di inquietudini

Nel romanzo di Franzoso la storia era ambientata nelle colline romagnole. Mordini invece decide di spostarla a Trieste, città di confine e di vertigine mitteleuropea.

Una scelta tutt’altro che decorativa.

Il vento della bora diventa quasi un personaggio invisibile del film. Disturba i suoni, muove gli oggetti, scompiglia i pensieri. È il rumore costante dell’inquietudine.

Il regista stesso parla di uno sguardo che distingue tra vedere e guardare: due gesti apparentemente identici, ma profondamente diversi. Perché guardare significa soffermarsi, controllare, spiare.

E infatti La Lezione è costruito come un film sulla sorveglianza.

Chi guarda chi?
Chi osserva e chi è osservato?

La protagonista Elisabetta, interpretata da Matilda De Angelis, è una giovane avvocatessa di successo. Difende un professore universitario accusato di violenza sessuale e riesce a farlo assolvere. Ma quando l’uomo torna a chiederle aiuto per denunciare l’università che lo ha reintegrato relegandolo a un ruolo marginale, qualcosa comincia a incrinarsi.

Nel frattempo, un’altra minaccia si affaccia nella sua vita.

Il sospetto che il suo ex compagno, già condannato per stalking, sia tornato a perseguitarla.

Da quel momento il film si trasforma in una lenta discesa nella paranoia.

Approfondimento

Festa del Cinema di Roma 2025, i look sul red carpet dell’8ª giornata

Il thriller della percezione

Mordini non costruisce il film sulla suspense tradizionale.
Non c’è quasi mai il colpo di scena gridato.

La tensione nasce altrove.

Nasce nel dubbio.

Con pazienza quasi geometrica, il film ci introduce in un labirinto di sospetti: vediamo la protagonista da lontano, spiata, fotografata, filmata. Lo spettatore si ritrova contemporaneamente in due posizioni opposte: quella di chi guarda e quella di chi è guardato.

È un dispositivo narrativo semplice ma disturbante.

Colori neutri — grigi, verdi spenti, ocra — costruiscono un mondo visivo che sembra sempre sul punto di scolorire. In mezzo a questa palette quasi spenta emerge un dettaglio: la sciarpa bordeaux della protagonista.

Un piccolo oggettom una sciarpa bordeaux,  che diventa quasi un MacGuffin hitchcockiano, un punto di attrazione visiva che sembra contenere segreti.

La parresia: dire la verità anche quando ferisce

Il personaggio interpretato da Stefano Accorsi è uno dei più ambigui del cinema italiano recente.

Angelo Walder è un docente universitario che tiene una lezione su un concetto filosofico centrale nel film: la parresia.

Michel Foucault la definiva il coraggio della verità.
Dire ciò che si pensa anche quando comporta un rischio.

Nel film Walder spiega che la parresia implica la possibilità di ferire l’altro con la verità, di provocarne la collera o persino la violenza.

Una definizione che diventa una chiave di lettura inquietante per tutto il racconto.

Perché se la verità può ferire, chi decide quale sia la verità?

Accorsi interpreta Walder con un tono sorprendente: un uomo apparentemente goffo, con giacche alla coreana portate con la cravatta (un crimine per la Fashion Police), guanti senza dita per una dermatite e appunti che volano via nella bora.

Un personaggio maldestro: occhiali, un cappello Trilby appiccicato al cranio a coprire i capelli radi. Eppure capace di boutade inaspettate, come quando sentenzia:
«L’ovvio è l’anticamera della morte».

E proprio per questo inquietante.

 

Matilda De Angelis e il volto dell’inquietudine

Il cuore del film è però Matilda De Angelis.

La sua Elisabetta è un personaggio costruito sulle crepe.

Non è una vittima classica.
È indipendente, brillante, economicamente autonoma, anche se si intuisce che il suo talento non è riconosciuto economicamente quanto quello dei colleghi maschi.

Eppure, qualcosa dentro di lei vacilla.

In una delle scene più intense, in un bar, confessa a un amico poliziotto:

“Sono giorni che mi sento osservata.
Mi sembra sempre che mi manchi un pezzo.”

È una frase che riassume perfettamente il film.

La sensazione che la realtà abbia perso un frammento.

Che qualcosa non torni.

De Angelis restituisce questa inquietudine con grande precisione: il volto sempre sul punto di cambiare espressione, lo sguardo che cerca conferme negli altri e non le trova. Fuori dalle aule dei tribunali l’eloquio si spezza, diventa nevrile, frammentario, quasi accorato. Perché l’ossessione non segue alcuna legge se non la propria.

L’amore come minaccia

Una delle idee più disturbanti del film riguarda la musica.

Mordini trasforma “La canzone dei vecchi amanti”, nella versione di Franco Battiato della celebre canzone di Jacques Brel, in un elemento quasi horror.

Una melodia che ritorna.

Che perseguita.

Che ricorda alla protagonista una relazione passata.

È un’intuizione brillante: lo stalker spesso giustifica i propri gesti come atti d’amore. Ma qui l’amore non c’entra nulla.

È solo possesso.

Perché vedere La Lezione

 

La prova di Matilda De Angelis

Il primo motivo per vedere La Lezione è l’interpretazione di Matilda De Angelis. L’attrice costruisce un personaggio fragile e determinato allo stesso tempo, rendendo visibile la tensione psicologica di chi sente la propria realtà sgretolarsi sotto i piedi. La sua Elisabetta non è una vittima passiva, ma una donna lucida che cerca di mantenere il controllo mentre il dubbio e la paura iniziano a infiltrarsi nella sua quotidianità.

 

L’ambiguità del professore interpretato da Stefano Accorsi

Il secondo elemento che rende il film interessante è il personaggio di Angelo Walder, interpretato da Stefano Accorsi. Un uomo apparentemente innocuo, sgraziato, che però riesce a insinuarsi nella mente degli altri con una manipolazione sottile e disturbante. Accorsi lavora su un registro ambiguo e sfuggente, costruendo una figura misteriosa, indecifrabilem almeno sino a titoli di coda

La regia inquieta di Stefano Mordini


Il terzo motivo riguarda la regia di Stefano Mordini, che sceglie la strada più difficile: costruire un thriller basato sul dubbio, sull’osservazione e sulla percezione. La tensione non nasce dai colpi di scena o da momenti spettacolari, ma da una progressiva sensazione di instabilità. È un cinema che preferisce insinuarsi lentamente nello spettatore, lasciando un’inquietudine che continua a lavorare anche dopo la fine del film.

Un cinema che resta in testa

Il film inizia in un’aula di tribunale e termina in campo lungo davanti a una casa isolata nei boschi.

Un finale che non chiude davvero il racconto.

Piuttosto lo spalanca.

Come se Mordini volesse dirci che certe storie non finiscono mai davvero. Continuano a vivere dentro chi le ha attraversate.

Alla fine, resta addosso una sensazione strana.

Quella di aver visto un film che scava lentamente, come una goccia che erode la pietra.

E che, una volta uscito dalla sala, continua a lavorare dentro di te.

Forse il cuore di La Lezione sta proprio qui.

Nel sospetto che spesso la verità non sia un punto fermo, ma una zona instabile.

E che, come diceva il Gigante nella serie Twin Peaks di David Lynch, i gufi non sono mai quello che sembrano.

Un thriller psicologico elegante e disturbante che dimostra come il cinema di genere italiano possa ancora raccontare il presente con intelligenza.
E forse la vera lezione riguarda proprio questo: l’accettazione del rifiuto, in una società che sembra non contemplarlo più.

E con una domanda che resta sospesa.

Se il predatore cade nel buco nero insieme a te, chi dei due troverà per primo la strada per uscire?

Spettacolo: Per te