Nouvelle Vague, recensione. La nascita del film Fino all’ultimo respiro di Godard

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Con Nouvelle Vague Richard Linklater torna nella Parigi di fine anni Cinquanta per raccontare la nascita di Fino all’ultimo respiro, il film con cui Jean-Luc Godard cambiò per sempre il   cinema. Tra set improvvisati, cinefilia militante e giovani critici dei Cahiers du Cinéma pronti a diventare registi, il film ricostruisce il momento in cui la Nouvelle Vague iniziò a travolgere le regole del cinema francese. Nelle sale italiane dal 5 marzo con Lucky Red, è già uno dei titoli più sorprendenti della stagione.

Un film sulla nascita di un’onda

Ci sono momenti nella storia del cinema in cui tutto sembra essersi fermato. Le forme si ripetono, i film si assomigliano, le regole diventano abitudini.
E poi, improvvisamente, arriva qualcuno che decide di girare un film come se quelle regole non esistessero.

La Nouvelle Vague è stata esattamente questo: un’onda improvvisa che ha scosso il cinema europeo alla fine degli anni Cinquanta. Un gesto di libertà prima ancora che un movimento artistico. L’idea che il cinema potesse essere personale, nervoso, imperfetto, libero come una pagina di diario.

Con il film Nouvelle Vague di Richard Linklater, il regista americano prova a raccontare il momento esatto in cui quell’onda prende forma.

Non lo fa con il distacco dello storico né con la reverenza del biografo. Piuttosto entra dentro quel momento fragile e caotico in cui un gruppo di giovani critici, appassionati e un po’ presuntuosi decide di passare dalle parole alle immagini.

Al centro c’è la nascita di Fino all’ultimo respiro, il film che nel 1960 avrebbe cambiato per sempre la grammatica del cinema.

Ma quello di Linklater non è davvero un biopic su Jean-Luc Godard.
È un film sulla nascita di un film.
E, più in profondità, sulla nascita di un’idea nuova di cinema.

Perché la Nouvelle Vague non è stata soltanto una rivoluzione estetica. È stata, prima di tutto, una rivoluzione mentale: l’idea che il cinema non appartenesse più agli studios o alle industrie, ma a chiunque avesse una cinepresa, un’idea e il coraggio di infrangere le regole.

Parigi 1959: il momento prima della rivoluzione

Il film ci riporta nella Parigi di fine anni Cinquanta, quando un gruppo di giovani critici dei Cahiers du Cinéma — Godard, Truffaut, Chabrol, Rivette — stava per trasformarsi nella generazione che avrebbe reinventato il cinema europeo.

All’inizio Godard è ancora l’ultimo della fila.

I suoi amici hanno già girato i primi film. Truffaut ha appena presentato I 400 colpi a Cannes. Lui invece è ancora un critico brillante e provocatorio che sogna di diventare regista.

Il punto di partenza del film è proprio questa frustrazione.

La sensazione di essere arrivato tardi.

E forse proprio da quella urgenza nasce il gesto radicale di Fino all’ultimo respiro.

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Il cinema come improvvisazione

Una delle intuizioni più belle del film è mostrare come Godard non sapesse davvero cosa stesse facendo.

O meglio: lo sapeva, ma in modo istintivo.

Non scriveva una sceneggiatura completa.
Inventava le battute al mattino nei bar.
Girava per due ore e poi interrompeva la giornata di lavoro.

Quella che oggi chiameremmo guerrilla filmmaking nasce quasi per necessità.

Pochi soldi.
Nessun permesso.
Una cinepresa leggera.

Il cameraman Raoul Coutard, ex fotografo di guerra, filma Parigi come se fosse un documentario. Le strade diventano set naturali, i passanti comparse involontarie.

Il cinema esce dagli studi.

Respira la città.

Ed è proprio questo spirito anarchico che Linklater cerca di ricreare nel suo film.

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La vera storia di Fino all’ultimo respiro

Per capire davvero Nouvelle Vague bisogna ricordare che Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle, 1960) non fu solo un grande film: fu una frattura nella storia del cinema. Jean-Luc Godard lo girò in appena ventitré giorni, con un budget minuscolo, una troupe ridotta e una cinepresa leggera che permetteva di filmare per strada senza permessi. Il risultato fu un linguaggio completamente nuovo: jump cut, dialoghi improvvisati, macchina da presa libera, attori che sembrano vivere più che recitare. Quel film trasformò Jean-Paul Belmondo in una star internazionale e rese Jean Seberg una delle icone più enigmatiche del cinema moderno. Ancora oggi Fino all’ultimo respiro è consi

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Cos’è davvero la Nouvelle Vague

La Nouvelle Vague non è stata solo un movimento cinematografico. È stata, prima di tutto, un gesto. Un gesto di libertà.

Alla fine degli anni Cinquanta un gruppo di giovani critici dei Cahiers du Cinéma — François Truffaut, Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Éric Rohmer, Jacques Rivette — decide che non basta più scrivere di cinema: bisogna farlo. Non accettano il cinema francese ufficiale, quello elegante ma immobile, pieno di sceneggiature impeccabili e regie senza rischi.

Vogliono film più vivi, più personali, più vicini alla realtà.

Per questo escono dagli studi, girano per strada, lavorano con pochi soldi e troupe minuscole. Le storie diventano contemporanee, i dialoghi più spontanei, la macchina da presa più libera. Ma soprattutto cambia un’idea fondamentale: il regista non è più solo qualcuno che mette in scena una sceneggiatura.

Diventa un autore.

Qualcuno che imprime nel film la propria visione del mondo, come uno scrittore in un romanzo.

Da quel momento il cinema smette di essere soltanto industria e diventa anche un atto personale. Un atto creativo. Un atto di libertà.

Ed è proprio quell’energia — quella sensazione che tutto sia improvvisamente possibile — che il film di Linklater cerca di catturare.

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Un cinema che parla di cinema

Uno degli aspetti più affascinanti di Nouvelle Vague è la sua natura profondamente metacinematografica.

Il film non racconta solo una storia.

Racconta il modo in cui nascono le immagini.

Non  a caso : la prima immagine di Fino all’ultimo respiro è una pagina di giornale che riempie lo schermo, quasi un muro che ostacola lo sguardo dello spettatore. Solo dopo il giornale si abbassa e appare il volto di Michel Poiccard.

È un gesto semplice ma rivoluzionario.

Godard rompe la logica dell’establishing shot hollywoodiano. Lo spettatore non viene guidato: deve orientarsi da solo.

In quel momento il cinema diventa un terreno di interpretazione.

E, in un certo senso, nasce il cinema moderno. 

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Un Godard fragile e arrogante

Il cuore del film è naturalmente Jean-Luc Godard.

Guillaume Marbeck lo interpreta con una precisione quasi inquietante: gli occhiali scuri, il tono ironico, l’arroganza intellettuale, ma anche una fragilità inattesa.

Il Godard che vediamo qui non è ancora il monumento della cinefilia.

È un giovane regista insicuro.

Teme di aver perso la sua occasione.
Teme che il film fallisca.
Teme di non essere all’altezza dei suoi amici.

Questa tensione tra sicurezza e insicurezza diventa la forza motrice del film.

Jean Seberg e Belmondo: il cuore emotivo

Accanto a lui ci sono due figure fondamentali.

Jean-Paul Belmondo, interpretato da Aubry Dullin, è l’energia pura del film. Un attore istintivo, fisico, quasi animale.

Belmondo porta leggerezza, ironia, vitalità.

Dall’altra parte c’è Jean Seberg, interpretata da Zoey Deutch, forse il personaggio più complesso.

L’attrice americana vive le riprese con diffidenza. Non capisce il metodo di Godard, teme che il film possa distruggere la sua carriera.

Questa tensione tra fiducia e paura diventa uno dei fili emotivi più forti del racconto.

Il paradosso del film

E qui emerge uno dei paradossi più interessanti.

Godard girò Fino all’ultimo respiro in modo spontaneo, quasi improvvisato.

Linklater invece ricostruisce quel caos con una precisione quasi filologica.

Il film è girato in bianco e nero, nel formato Academy 1.33:1, e ricrea con grande attenzione la Parigi del 1959.

Il risultato è curioso: un film estremamente controllato che racconta la nascita di un cinema libero.

Linklater e il paradosso della ricostruzione

Per Richard Linklater questo film non è solo una ricostruzione storica. È anche un ritorno alle origini della propria cinefilia.

Il regista texano ha raccontato più volte quanto l’incontro con i film della Nouvelle Vague sia stato decisivo per la sua formazione. Vedere quei film negli anni Settanta e Ottanta significava scoprire che il cinema non doveva per forza passare dai grandi studi o dalle produzioni milionarie.

Si poteva fare cinema con pochi mezzi, con amici, con idee.

In fondo, molti dei suoi film — da Slacker a Before Sunrise — nascono proprio da quella lezione: la libertà di seguire i personaggi, di lasciare spazio al tempo, alle conversazioni, agli imprevisti.

Per questo Nouvelle Vague non è solo un omaggio cinefilo.

È quasi un film autobiografico mascherato.

Linklater guarda a Godard e ai suoi amici come a una generazione che ha aperto una porta. Una porta attraverso cui sono passati interi decenni di cinema indipendente.

E in questo senso il film diventa anche una forma di gratitudine.

Citarsi addosso: le frasi manifesto della Nouvelle Vague

In Nouvelle Vague le citazioni non sono décor: sono il carburante. Sono frasi-lama, frasi-bandiera, frasi che suonano come regole da infrangere. Linklater costruisce un film che sembra un set pieno di sigarette e di idee, ma anche una bacheca di massime sulla creazione: “Non sei tu a fare un film, è il film a fare te”, dice Godard; Cocteau ricorda che “L’arte non è un passatempo, è una vocazione”; Rossellini stronca l’illusione con un ghigno (“Primo giorno di riprese: fine del sogno!”), mentre Truffaut spara un comando impossibile — rapido, musicale, profondo, insolente — come se la regia fosse un’arte marziale. E poi c’è Seberg, che taglia corto e riporta tutto alla realtà del set: “Quando finirà questo cazzo di film?”. In mezzo, come un brindisi che diventa manifesto, l’idea più godardiana di tutte: “L’arte è o plagio o rivoluzione

Un film sull’atto creativo

In fondo Nouvelle Vague parla di qualcosa di molto semplice.

Il momento in cui un artista capisce che può farcela.

Che può rompere le regole.

Che può inventare qualcosa di nuovo.

Linklater stesso ha raccontato che vedere i film della Nouvelle Vague gli fece pensare: “Allora è possibile fare cinema anche così.”

Ed è esattamente questo il cuore del film.

Un atto di gratitudine verso quei registi che hanno dimostrato che il cinema può essere libero.

Un colosso d’argilla che non crolla

La Nouvelle Vague è spesso stata raccontata come una rivoluzione fragile, quasi improvvisata.

Un colosso d’argilla.

Ma in realtà è un colosso che non è mai crollato.

Le intuizioni di Godard — i jump cut, l’improvvisazione, la rottura della linearità narrativa — sono diventate parte integrante del linguaggio cinematografico.

Ogni volta che un regista rompe una regola, in qualche modo torna a quell’estate del 1959.

Perché vedere Nouvelle Vague

Nouvelle Vague funziona su due livelli.

Per i cinefili è una festa.

Camei di registi leggendari, citazioni, dettagli filologici, ricostruzioni di set storici.

Ma sorprendentemente funziona anche per chi non conosce a memoria la storia del cinema.

Perché racconta qualcosa di universale:

la nascita di un’idea.

Il momento in cui qualcuno decide di fare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima

Se fosse un cocktail

Se Nouvelle Vague fosse un cocktail sarebbe probabilmente un Sidecar.
O forse un French 75.

Il Sidecar perché è un classico francese con un’anima internazionale: cognac, Cointreau e limone. Elegante, tagliente, con un equilibrio perfetto tra dolcezza e acidità. Un po’ come il film di Linklater, che unisce la cinefilia americana e la storia del cinema francese.

Il French 75 invece ha dentro lo spirito della rivoluzione. Gin, limone, zucchero e champagne. Nasce nella Parigi della Prima guerra mondiale e prende il nome da un cannone francese. Un drink elegante. All’inizio sembra leggero, quasi frugale. Poi arriva il colpo.

Proprio come la Nouvelle Vague.

E ti accorgi che qualcosa nel tuo modo di guardare il cinema è cambiato per sempre.

Già uno dei film dell’anno

Se Nouvelle Vague fosse solo un esercizio cinefilo, una ricostruzione elegante per appassionati di storia del cinema, sarebbe già un film interessante.

Ma fortunatamente è molto di più.

Linklater riesce a fare qualcosa di raro: trasformare un momento storico del cinema in un racconto vivo, pieno di energia, ironia e curiosità. Il film non si limita a spiegare cosa fu la Nouvelle Vague. Riesce a far percepire quella sensazione di libertà, di possibilità improvvisa, che quei giovani registi dovevano provare mentre stavano cambiando le regole del gioco.

E proprio per questo il film funziona anche emotivamente, non solo intellettualmente.

Siamo ancora all’inizio dell’anno, ma vale la pena dirlo senza troppa prudenza: Nouvelle Vague è già uno dei film migliori arrivati nelle sale italiane in questa stagione. Non solo per quello che racconta, ma per il modo in cui riesce a ricordarci perché il cinema, ogni tanto, può ancora sembrare un territorio nuovo.

E quando succede, è difficile non lasciarsi travolgere da quell’onda.

Il cinema come promessa

Alla fine, il film di Linklater diventa una dichiarazione d’amore al cinema.

Un cinema che non è nostalgia, ma promessa.

Una promessa che ogni generazione può raccogliere.

Come diceva Truffaut in quegli anni, il cinema del futuro sarà sempre un atto d’amore.

E forse è proprio questo che Nouvelle Vague ci ricorda.

Che il cinema non è mai finito.

Sta sempre per ricominciare.

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