Miss Marx, la recensione: la passione, l'energia e l'orgoglio di essere donne

Cinema

Giuseppe Pastore

Il film di Susanna Nicchiarelli mette al centro della scena una figura femminile moderna, emancipata, colta e combattiva: il miglior antidoto possibile all'ipocrisia e alle polemiche sulle "quote rosa"

Vita e opere di Eleanor Marx, la figlia minore di Karl Marx: attivista, sindacalista, scrittrice, intellettuale, donna.

Un film come Miss Marx dovrebbe essere - e probabilmente lo è già - il fiore all'occhiello di questa particolare edizione veneziana che da più parti viene definita come "la più femminile di sempre": una frase insidiosa perché contiene lo spettro delle quote rosa e il germe del sessismo, quello spazio che va trovato "per forza" alle registe solo perché sono donne, non valutandole sulla qualità delle loro opere ma semplicemente prendendo atto del loro genere. Il vero sessismo sarebbe elogiare Miss Marx, e magari premiarlo, solo perché è una pellicola di una donna che parla di un'altra donna, trascurandone le tante qualità fuori discussione: l'energia, la chiarezza di sguardo e di scrittura, la passione, la personalità e l'ottimismo di proporre una storia così lontana da noi come tempo, spazio e contesto sociale e culturale. 

 

La romana Susanna Nicchiarelli, rivelatasi definitivamente a Venezia 2017 con l'altro biopic Nico, 1988 che aveva vinto nella Sezione Orizzonti, si è meritata il pass per il concorso principale e basta, senza inutili ciance sulla parità di genere: Eleanor Marx (interpretata da una splendida Romola Garai, che forse ricorderete oltre un decennio fa nel bellissimo Espiazione: aria di premio per lei?) ha lo slancio vitale di una donna moderna, combatte e riparte, vive relazioni complesse e sofisticate da pari a pari, senza cedere al vittimismo o alla rassegnazione e si arrende alle lacrime solo quando ritrova una lettera dell'amato padre, che compare in un unico fondamentale flashback che definisce la cifra dell'intero film. Non si lascia consumare e morire come un'altra celebre "figlia d'arte" raccontata dal cinema, Adéle Hugo (figlia di Victor), dipinta da Truffaut nel 1975 in uno dei film più tristi e malinconici che si ricordino. Semmai, volendo rimanere in Francia, ha il piglio e la fragilità della Marie Antoinette di Sofia Coppola, regista a cui Nicchiarelli si ispira anche per l'uso brillante e spregiudicato della musica, non solo per il punk-rock degli statunitensi Downtown Boys ma anche per le magnifiche composizioni dei Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo, che hanno l'ironica eleganza delle colonne sonore di Jonny Greenwood per i film di Paul Thomas Anderson. Proprio Sofia Coppola è stata l'ultima donna a vincere il Leone d'Oro, nel 2010 con il contestatissimo Somewhere: non siamo ancora a metà rassegna, ma si può già dire che tra Jazmila Zbanic (Quo vadis, Aida?) e Susanna Nicchiarelli il primo premio sarebbe ben più meritato.

 

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