Una Tristezza, il film di Francesca Lolli con i detenuti di Bollate al Cinema Mexico

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Una Tristezza ©2026 Lolli

Lunedì 26 ottobre alle 21 il Cinema Mexico di Milano ospita Una Tristezza, il cortometraggio sperimentale di Francesca Lolli realizzato con i performer-detenuti di Bollate e l’attrice Benedetta Cesqui. Prima della proiezione, gli interpreti saranno protagonisti di una performance dal vivo: un incontro tra corpi reali e immagini, teatro e cinema. Girato tra bianco e nero e colore, il film dà forma a un sentimento universale, senza pietismi né facili consolazioni. A seguire, incontro con la regista e i protagonisti

«Rendi visibile ciò che, senza di te, forse non sarebbe mai visto». Lo annotava Robert Bresson nelle sue Note sul cinematografo, breviario laico per chiunque sospetti che il cinema non serva a riprodurre il mondo, ma a stanarne l'invisibile. Bresson, peraltro, gli attori non li voleva: preferiva i suoi «modelli», persone prese dalla vita e sottratte a ogni mestiere della recitazione. Ed è una frase che pare scritta apposta per Una Tristezza, il cortometraggio sperimentale che Francesca Lolli, regista e videoartista, ha girato tra il 2025 e il 2026 con i performer-detenuti del quarto reparto della II Casa di Reclusione di Milano-Bollate. Perché il film non racconta il carcere. Dà un corpo a uno stato d'animo, lo fa camminare, lo fa sostare. E infine lo solleva sulle spalle.

Lo scorso 10 giugno, nel cortile di Bollate, ho assistito a una delle proiezioni del film. Ne ho già raccontato le emozioni, le parole, le voci e persino il tremore delle gambe che mi ha accompagnato alla fine. Ci sono opere che si depositano nella memoria e altre che continuano a lavorarti dentro, sottopelle, quando le immagini hanno smesso da tempo di scorrere. Una Tristezza appartiene a questa seconda, rarissima specie. E adesso si prepara a incontrare un nuovo pubblico, in un luogo dove il confine tra cinema e spettacolo dal vivo è, da sempre, meravigliosamente labile.

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Prima il corpo, poi lo schermo

Lunedì 26 ottobre alle 21 Una Tristezza approda al Cinema Mexico di via Savona 57, a Milano, inserito nella rassegna Mexico e Briciole, curata da Nathan de la Paz Habib. E la serata ribalta il rito della sala: ad aprire l'appuntamento saranno gli stessi interpreti, con un'azione performativa costruita sui temi e sulle atmosfere del corto, prima di riapparire sullo schermo. Per qualche minuto la platea cambierà natura e diventerà spazio scenico.

La scelta del luogo, a ben vedere, non poteva essere più felice. Il Mexico è la sala milanese che da decenni custodisce il culto del Rocky Horror Picture Show, dove per anni il pubblico, tra battute urlate in coro e lanci di riso d'ordinanza, non si è limitato a guardare il film, ma lo ha recitato davanti alla tela. Sicché, in via Savona, i corpi sotto lo schermo sono di casa. Questa volta, però, il gioco si fa serio. Gli spettatori incontreranno in carne e ossa le persone che pochi minuti dopo ritroveranno trasfigurate in immagine. Prima l'essere umano, poi il suo fantasma luminoso. Prima il respiro, poi il fotogramma.

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Una Tristezza ©2026 Lolli

Abitare un corpo sconosciuto

«Nessuno finora ha determinato che cosa possa il corpo», scriveva Baruch Spinoza nell'Etica. Un interrogativo che attraversa i secoli e approda, quasi quattrocento anni più tardi, alla ricerca di Francesca Lolli, che lo traduce in parole sue: «Abitiamo il nostro corpo senza conoscerlo. Cercare di viverlo appieno attraverso l'arte performativa ci restituisce la nostra identità spesso negata, troppo spesso ignorata».

Il film nasce da un lavoro performativo durato mesi. I detenuti e l'attrice professionista Benedetta Cesqui hanno condiviso lo stesso metodo, senza gerarchie: esercizi sul movimento e sulla stasi, sull'ascolto, sulla percezione dello spazio. Il corpo non è più soltanto lo strumento con cui si interpreta un personaggio, ma diventa materia cinematografica. Il gesto quotidiano viene sottratto alla sua funzione abituale e si fa segno, rituale, linguaggio visivo.

Non è la strada di Cesare deve morire, con cui i fratelli Taviani vinsero l'Orso d'oro nel 2012 portando i detenuti di Rebibbia dentro Shakespeare e lasciandoci quella battuta finale, «Da quando ho conosciuto l'arte, questa cella è diventata una prigione», che ancora brucia. Qui non c'è un classico da abitare: i testi li firmano due dei performer, Carmelo Calò e Roger Mazzaro.

E la ricerca di Lolli si tiene alla larga tanto dal pietismo quanto dalla spettacolarizzazione della realtà carceraria. Non assolve e non giudica. Restituisce complessità a esseri umani che troppo spesso rischiano di essere ridotti a un'unica definizione, e insegue una condizione emotiva che chiunque, dentro o fuori quelle mura, può riconoscere come propria. Del resto, la tristezza non domanda certificati di buona condotta. Arriva, si siede accanto a noi e, qualche volta, non se ne va

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Una Tristezza ©2026 Lolli

Dal bianco e nero al colore

Negli interni, girati in bianco e nero, corpi e architetture sembrano impastati della stessa materia. La figura femminile interpretata da Benedetta Cesqui, che della tristezza è l'incarnazione, si muove come un'ombra, una presenza quasi spettrale che nessuno pare vedere. Viene in mente Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders, dove gli angeli osservano un mondo privo di colore, destinato a riaccendersi quando uno di loro sceglie di abbandonare l'immortalità per diventare uomo.

Anche in Una Tristezza il colore irrompe come un'incarnazione. Accade all'esterno, nei passeggi del carcere, i cortili dell'ora d'aria, e il mutamento cromatico cambia pure la relazione tra i corpi e lo spazio. La tristezza smette di essere un fantasma che si aggira tra le celle e diventa una presenza riconosciuta, nominata, condivisa. Il colore, qui, non coincide con la felicità. Non cancella le ombre: le rende finalmente visibili.

Benedetta Cesqui, con un'interpretazione fatta di sottrazioni, silenzi e minime vibrazioni del corpo, dà una consistenza quasi tattile a qualcosa che, per definizione, non si può afferrare. Una tristezza che non ha bisogno di spiegarsi, perché esiste prima delle parole.

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Una Tristezza ©2026 Lolli

Una processione per la malinconia

Il percorso culmina in un'immagine che non si dimentica. La donna viene sollevata e portata a spalla dai performer-detenuti, come una statua sacra durante una festa patronale. Una devozione laica, senza miracoli promessi e senza santi da invocare.

Ernesto de Martino, in Morte e pianto rituale, ha indagato il ruolo del lamento collettivo nell'elaborazione del lutto. Il gesto di Lolli sembra evocare quella medesima necessità di dare al dolore una forma condivisa, sottraendolo all'isolamento e all'indicibile.

La tristezza non viene guarita né sconfitta, sarebbe una conclusione troppo facile: viene accolta, riconosciuta, portata insieme. Non tutte le sofferenze possono essere eliminate, ma nessuna dovrebbe essere condannata all'invisibilità.

Bresson, credo, avrebbe approvato.

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Una Tristezza ©2026 Lolli

Dopo i titoli di coda, l'incontro con il pubblico

La serata del 26 ottobre non si chiuderà con la proiezione. Al termine è previsto un incontro dedicato alla genesi del progetto, al lavoro performativo e al rapporto tra cinema, arte contemporanea e realtà carceraria. Interverranno il curatore della rassegna Nathan de Paz Habib, il critico Gian Luca Pisacane, Chiara Maffioletti, responsabile della Cooperativa Articolo 3 nel quarto reparto di Bollate, la regista Francesca Lolli e i performer-detenuti protagonisti del film. Al tavolo, insieme a loro, siederà anche chi firma queste righe.

Del resto, al Mexico lo sanno da sempre: certi film non si accontentano di restare sullo schermo. Chiedono di scendere in sala, di farsi corpo. E poi, a luci accese, di essere guardati negli occhi.

Una Tristezza ©2026 Lolli

Francesca Lolli, da Brera a Bollate

Dopo gli studi di Filosofia a Perugia, Francesca Lolli si diploma come attrice alla Scuola di Teatro Arsenale e si laurea in Scenografia all'Accademia di Belle Arti di Brera, per poi approfondire la regia cinematografica alla Fonderia delle Arti. La sua ricerca attraversa cinema sperimentale, performance e arti visive, con un'attenzione costante al corpo come luogo di indagine politica, sociale e identitaria. I suoi lavori sono stati presentati, tra gli altri, al Torino Film Festival, al Filmmaker Festival di Milano e al CICA Museum in Corea del Sud.

Il rapporto con la realtà carceraria non nasce con Una Tristezza. Nel 2024 Lolli ha firmato con Bruno Bigoni Il pianto degli eroi. L'Iliade e le Troiane nel carcere di Bollate, in cui i detenuti davano voce e corpo ai personaggi dell'epica e della tragedia classica. Con Una Tristezza lo sguardo si sposta verso l'interiorità: non più gli eroi del mito, ma un'emozione universale, fragile e ostinatamente umana

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Una Tristezza ©2026 Lolli

Una Tristezza al Cinema Mexico: orari, biglietti e protagonisti

Una Tristezza (Italia, 2026, 13'48'', bianco e nero e colore). Regia di Francesca Lolli.

Con Benedetta Cesqui e i performer-detenuti del quarto reparto della II Casa di Reclusione di Milano-Bollate: Carmelo Calò, Abelwhad Hoshush, Roger Mazzaro, Aziz Mouilhi, Nabil Souleymane Zié Ouattara, Fabrizio Pasini, Karl Miguel Salcedo Fernandez, Samuel Sanna, Nicola Sapone, Francesco (Michael) Zocco.

Testi di Carmelo Calò e Roger Mazzaro.

Appuntamento: lunedì 26 ottobre 2026, ore 21, Cinema Mexico, via Savona 57, Milano.

Biglietto: 8 euro.

Prenotazioni e informazioni: 02 4895 1802, info@cinemamexico.it.

Il progetto è stato realizzato nell'ambito del Progetto TAG (Trattamento Avanzato Giovani) della Cooperativa Sociale Articolo 3, sostenuto dal Fondo di Beneficenza ed opere di carattere sociale e culturale di Intesa Sanpaolo, grazie al Ministero della Giustizia, Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, e alla Direzione della II Casa di Reclusione di Milano-Bollate.

Se fosse un cocktail

Si chiamerebbe Passeggio, come i cortili dove nel film irrompe il colore.

Ingredienti: gin secco, vermouth bianco, bitter bianco, due gocce di soluzione salina (la tristezza, si sa, ha il sapore delle lacrime), sciroppo di ibisco e scorza di limone.

Si mescola a lungo e si serve in una coppetta ghiacciata: limpido, quasi incolore, severo come gli interni in bianco e nero. Poi, al tavolo, il bartender lascia scivolare un cucchiaino di sciroppo di ibisco che scende sul fondo e da lì, piano, tinge tutto di rosso.

Va bevuto in compagnia, mai da soli.

Perché certe malinconie, come certe statue, si portano meglio in tanti.

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