Una Tristezza, il cortometraggio di Francesca Lolli girato nel carcere di Bollate
Spettacolo
Il 10 giugno, nel cortile del carcere di Bollate, la seconda proiezione pubblica di “Una Tristezza” di Francesca Lolli è diventata qualcosa di più: una serata di poesie, canzoni, corpi e voci autentiche che ha frantumato ogni pregiudizio. Come portare l’opera lirica in Amazzonia, come nel “Fitzcarraldo” di Herzog.
Il cortile, il tramonto, le gambe che tremano
C’è un momento, prima che qualsiasi spettacolo cominci, in cui tutto è ancora in bilico. Ci si aggira, si scambiano poche parole, ci si guarda attorno con quella cautela di chi entra per la prima volta in un posto che conosce solo attraverso i film e le serie televisive. L’immaginario è potente e difficile da scrollarsi di dosso: muri, sbarre, corridoi grigi, quella luce piatta e ostile che il cinema ci ha consegnato come unica versione possibile.
Poi arriva il tramonto. E con lui, qualcosa si frantuma.
Il 10 giugno ho vissuto una delle serate più emozionanti della mia vita. Al termine, mi sono dovuto sedere. Mi tremavano le gambe.
Eravamo nel cortile del carcere di Bollate per la seconda proiezione pubblica di Una Tristezza, il cortometraggio di Francesca Lolli girato interamente all’interno di questo istituto. La prima aveva debuttato il 7 giugno al CAM Garibaldi, nell’ambito del Milano Film Festival, durante il panel “L’importanza del cinema a livello sociale” organizzato dall’Università Cattolica, con Angela D’Arrigo della Lombardia Film Commission e Andrea Chimento, critico cinematografico e direttore didattico del Master MICA. Ma quella sera del 10 giugno era diversa. Era casa.
Come Fitzcarraldo in Amazzonia
Nel 1982 Werner Herzog presentò a Cannes Fitzcarraldo, vincendo il premio per la miglior regia. La storia si ispira a Carlos Fitzcarrald, commerciante di caucciù peruviano-boliviano che all’inizio del Novecento fece davvero issare una nave sulla cima di una montagna amazzonica pur di portare l’opera lirica dove nessuno avrebbe mai pensato di portarla. Un sogno impossibile e necessario al tempo stesso. Herzog era ossessionato da quella che chiamava verità estatica: non quella dei fatti, ma quella più profonda che non si dimostra, non si spiega fino in fondo, si sente. Qui, nel petto. Come davanti a una grande poesia, a una musica che arriva dove deve arrivare, a una parola che centra il bersaglio.
Ecco cos’è stata quella serata a Bollate. Un teatro d’opera issato su una montagna. E la cosa straordinaria è che funzionava. Funzionava in un modo che raramente riesce in un teatro convenzionale, con le sue poltrone rosse, il suo pubblico già convinto in partenza, la sua distanza confortante tra il palco e la platea.
Approfondimento
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Summertime a cappella, e le parole che vengono dopo
La serata era costruita come una partitura. Emanuela Battista ha aperto con Summertime a cappella. Una voce sola, senza nulla intorno. Il cortile come cassa di risonanza. Quella ninna nanna di George Gershwin che mente con una dolcezza assoluta, che dice che il vivere è facile mentre parla esattamente di chi non ha mai dormito tranquillo.
Poi, con l’accompagnamento alle tastiere di Gianluca, sono arrivate Nothing Compares 2 U e Vedrai, vedrai. Infine Historia de un amor, dove a Gianluca si è unito Nicola con la chitarra. La musica che si moltiplica, che trova spazio anche dove lo spazio sembra negato.
Ci sono stati anche dei problemi tecnici, come accade sempre quando si porta qualcosa di vivo in un posto non pensato per la finzione. Ma si sono risolti. E in qualche modo anche questo faceva parte della serata, del suo essere autentica, non levigata. Aveva ragione Van Gogh: «La normalità è una strada asfaltata: è comoda per camminare, ma non vi crescono fiori».
Tra una canzone e l’altra, i detenuti hanno letto i propri testi. Matteo ha aperto con Penso che la tristezza. Carmelo ha portato Uno specchio nel cielo: la luna tatuata sulla pelle per i giorni nuvolosi, per quando sarebbe stata celata, quella luna triste e velata piena di fossi che non ha acqua, altrimenti piangerebbe pure. Michael ha letto Quando per un attimo resti fuori, ma poi…: la vertigine della dissociazione in mezzo a uno stadio pieno di gente, sei lì ma non ci sei, il tempo si blocca, i suoni si acuiscono, gli odori scompaiono e la vita è persa proiettata nel vuoto. Poi all’improvviso un bagliore che riporta alla realtà, il cuore che batte sempre più forte, il corpo che trema, e quella mano del mondo strano che ti si tende sempre un attimo dopo di quando avrebbe dovuto. Daniel e Roger hanno recitato Io, la tristezza: la tristezza che parla in prima persona, l’ago di quella bilancia che non troverà mai equilibrio, la dannazione che ti salverà.
E infine un verso che vale da solo tutta una poetica: «Io non esisto ma sono eterna, come tempo che mai fugge: io sono la Tristezza.» Cioran la definiva «un appetito che nessun dolore sazia». Flaubert un vizio. L’ottavo vizio capitale, direbbe Francesca. La stessa cosa osservata da distanze diverse. Da chi la tristezza la abita come una casa e da chi la abita come una cella.
Prima della proiezione, la performance collettiva finale. Francesca ha letto Tu dici… insieme a tutti i ragazzi. Erano in scena insieme, corpi e voci a occupare lo spazio del cortile come se quel cortile fosse sempre stato un palcoscenico. Forse lo è sempre stato, e nessuno lo aveva ancora detto ad alta voce.
Un’orchidea in bianco e nero cresciuta nell'’ombra
Francesca Lolli è videoartista, regista, performer. Ha studiato all’Accademia di Brera e alla Scuola di Teatro Arsenale, si è specializzata in regia alla Fonderia delle Arti di Roma. Lavora a Bollate da molti anni. Come diceva Orson Welles: «il cinema è una questione di ciò che si inquadra e di ciò che si lascia fuori dall’inquadratura». Francesca sa entrambe le cose.
Il lavoro più noto di questo lungo percorso è Il pianto degli eroi (2024, co-diretto con Bruno Bigoni), premiato come Miglior Documentario al Festival Internacional del Cine Pobre di Gibara (Cuba) e insignito di menzioni speciali al FICMEC di Nador e all’Activists Without Borders Film Festival (UK). Lì i detenuti di Bollate prestavano il corpo e la voce ai guerrieri di Omero e alle donne di Euripide. Achille e Priamo con facce reali. Ecuba con una voce che non recitava il dolore: lo riconosceva.
Con Una Tristezza Francesca, grazie anche al prezioso apporto della volitiva Susanna Lamberti, . compie un gesto diverso e più intimo. Girato a Bollate dopo mesi di laboratorio performativo, il cortometraggio — tredici minuti e quarantotto secondi — esplora la malinconia come presenza fisica, come sostanza organica che abita i corpi e lo spazio. La struttura è in cinque capitoli. I corpi, ammassati in un bianco e nero rigoroso dove la pelle dei performer e l’intonaco dei muri hanno quasi la stessa grana, approdano progressivamente al colore e al riconoscimento dell’altro. Una donna — la personificazione della tristezza — si muove tra i detenuti prima come un fantasma, poi come un’evidenza nitida sotto la luce naturale dei passeggi. L'attrice è Benedetta Cesqui, che la sera della proiezione era presente tra il pubblico: vederla in carne e ossa, dopo averla appena vista sullo schermo incarnare la tristezza con quella precisione assoluta, aggiungeva un ulteriore strato di realtà a una serata che di strati ne aveva già molti.
Una tristezza, l'ho percepita un’orchidea rara: con la sensazione che non possa essere toccata, solo guardata. Un requiem in cinque atti che arriva carico di luce e termina al crepuscolo. Ti accoglie, ti culla, e poi ti lascia solo davanti a qualcosa che forse conoscevi già, ma che non avevi ancora trovato il coraggio di nominare. Nel lavoro di Francesca c’è un rigore estremo che non diventa mai giudizio. I corpi diventano una geometria del dolore: precisa, necessaria, mai compiaciuta, mai spettacolarizzata. Nessun pietismo. Nessuna scorciatoia emotiva. Solo un abbraccio autentico alla condizione umana, a prescindere da qualsiasi pensiero su chi la stia attraversando e perché.
I pregiudizi rimasti fuori dai cancelli
Chi entra per la prima volta in un carcere porta con sé un bagaglio pesante. Anni di immaginario cinematografico e televisivo costruito su un’estetica della reclusione che è diventata più vera della realtà. Quella sera a Bollate, quel bagaglio è rimasto fuori dai cancelli.
Dentro c’erano voci, corpi, parole, un tramonto, la musica. C’era un’umanità inattesa, non perché inaspettata in senso deteriore, ma perché nessun film o serie tv ti prepara davvero a questo: alla qualità dell’ascolto, alla concentrazione, alla densità emotiva di chi ha imparato a stare con sé stesso. Corpi e spiriti sospesi nel tempo e nello spazio. Una Babele di lingue, un dedalo di idiomi. Il corpo come prigione dell’anima, e l’anima come prigione del corpo.
Fernando Pessoa scriveva: «Oggi la mia anima è triste fino al corpo. Tutto me stesso mi duole: la memoria, gli occhi e le braccia.» Non la mente soltanto. Il corpo. Quella sera a Bollate, quei corpi erano lì. Presenti, interi, veri. E Khalil Gibran ci ricordava che la tristezza è soltanto un muro tra due giardini.
Un grazie che non è una formalità
Una serata come questa non nasce dal nulla. Nasce da anni di lavoro silenzioso, di relazioni costruite giorno per giorno, di fiducia guadagnata lentamente. La Cooperativa Articolo 3 è l’architrave invisibile su cui tutto questo poggia: senza il loro lavoro dentro Bollate, niente di ciò che si è visto quella sera sarebbe stato possibile. Chiara Maffioletti ha aperto la serata con una piccola introduzione, poche parole precise e necessarie che hanno dato il tono giusto a quello che sarebbe venuto dopo. Con lei Laura Giliberto, Federica Parodi, Laura Cambri, Paola Villani, Maddalena Pisati: nomi che raramente finiscono sui comunicati stampa, e che per questo meritano di essere scritti per intero.
Un ringraziamento va anche al Direttore della II Casa di Reclusione di Milano Bollate, il dottor Giorgio Leggieri, e alla comandante Samuela Cuccolo, che hanno reso possibile un evento di questa natura all’interno di un istituto penitenziario. Non è scontato. Non lo è mai.
Mentre uscivo da Bollate quella sera, mi sono fermato un attimo. Ho guardato indietro. Il cortile era già vuoto, il tramonto finito. Ma c’era ancora qualcosa nell’aria, qualcosa che non saprei chiamare in altro modo se non con la parola che aveva attraversato tutta la serata.
"Quella sera ho pensato che la tristezza non fosse il contrario della gioia. Forse è il contrario dell'indifferenza."
Mi sono seduto. Mi tremavano le gambe.