Dalla diagnosi vissuta come una condanna alla malattia superata: la diva ha ripercorso uno dei capitoli più difficili della sua vita, raccontando la paura per il futuro e per i suoi figli, il peso della vergogna e del senso di colpa e il modo in cui quella esperienza ha finito per trasformarsi anche in una spinta creativa
La Mostra del Cinema di Venezia è stata il luogo in cui Pamela Anderson ha scelto di parlare apertamente di una vicenda personale che per anni ha segnato profondamente la sua esistenza. Durante la serata di gala amfAR ospitata domenica 6 settembre 2026 all’Hilton Molino Stucky, l’attrice ha ricevuto l’Award of Courage e ha raccontato davanti al pubblico la sua esperienza con l’epatite C, diagnosticata alla fine degli anni Novanta, quando per quella malattia non esisteva ancora una cura.
All’epoca, ha spiegato Anderson, il medico le disse che avrebbe potuto avere soltanto una decina di anni di vita. Una notizia che non avrebbe generato soltanto la paura della morte, ma soprattutto il terrore di ciò che sarebbe potuto accadere ai suoi figli, allora ancora piccoli. "Ha stravolto la mia vita", ha ricordato.
La diagnosi vissuta come una condanna
Quando Pamela Anderson scoprì di avere l’epatite C, la prospettiva era molto diversa da quella attuale. "Era una condanna a morte. È quello che mi disse il mio medico: probabilmente mi restavano circa 10 anni da vivere", ha raccontato.
Quella diagnosi, ha ammesso, finì per influenzare anche le sue scelte. "Sono sicura che questo abbia influenzato e corrotto le mie decisioni. Non era la paura della morte, ma la paura di ciò che sarebbe potuto accadere ai miei figli piccoli".
Nel suo discorso veneziano, Anderson ha però raccontato anche una dimensione più intima della malattia: quella della vergogna. Un sentimento che, secondo l’attrice, si è intrecciato inconsapevolmente con altre ferite vissute durante l’infanzia.
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"Mi sentivo come merce danneggiata"
"La mia esperienza di vergogna e senso di colpa è stata anche un viaggio inconscio. Rimane con me, mi perseguita", ha detto Anderson. E ha collegato quel sentimento all’abuso sessuale subito da bambina.
"Come l’abuso sessuale che ho subito da bambina, sembrava inciso sulla mia fronte: 'Merce danneggiata'. E io mi presentavo come tale".
Il racconto dell’attrice non si è fermato dunque alla dimensione medica della malattia. La diagnosi, nella sua esperienza, ha avuto conseguenze profonde anche sulla percezione che aveva di se stessa e sul modo in cui affrontava la propria vita.
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La cura e la rinascita
Nel 2011, però, per l’infezione virale è stata trovata una cura. Anderson ha raccontato di essere risultata "libera dall’epatite C" nel 2015, dopo un percorso di trattamento che, ha spiegato, ebbe anche un costo economico molto elevato: "Mi è costato tutto quello che avevo in banca".
Nonostante questo traguardo, l’attrice ha ammesso di non aver ancora completamente superato il trauma legato alla diagnosi. Allo stesso tempo, ha detto di essere forse arrivata finalmente a fare i conti con quella parte della propria storia.
Quell’esperienza sembra oggi convivere con una nuova fase della sua carriera. Anderson ha infatti indicato il lavoro artistico come uno degli strumenti attraverso cui è riuscita a dare una forma alla propria verità.
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Il cinema come strumento per raccontarsi
Negli ultimi anni l’attrice ha intrapreso una nuova fase professionale, affrontando ruoli considerati audaci e accolti positivamente dalla critica, tra cui quelli in The Last Showgirl, The Naked Gun, Rosebush Pruning e Place to Be.
Proprio Place to Be avrebbe debuttato alla Mostra del Cinema di Venezia mercoledì. Per Anderson, il cinema e le arti sono diventati quindi anche uno spazio per trasformare le proprie esperienze personali in qualcosa di creativo.
"La mia verità è arrivata attraverso il mio lavoro, trovando modi per esprimermi attraverso le arti", ha dichiarato. "Mi ha dato le munizioni di cui avevo bisogno, una vita fertile in cui vivere e giocare".
Poi la frase che sintetizza il senso del suo intervento: "Non sono una vittima, sono una vincitrice. Sono forte e capace, più di quanto avrei mai potuto immaginare. Non sono la damigella in pericolo, per quanto sia facile interpretare quel ruolo".