Keeper – L’eletta, recensione: L'horror di Osgood Perkins con Tatiana Maslany
CinemaDal 12 marzo al cinema Keeper – L’eletta, il nuovo horror diretto da Osgood Perkins con Tatiana Maslany e Rossif Sutherland. Un weekend romantico in una baita nel bosco si trasforma in un incubo fatto di visioni, creature e segreti che affondano le radici nel passato. Tra folk horror, paranoia domestica e riflessione sulle relazioni tossiche, il film costruisce un racconto inquietante e visionario
Keeper – L’eletta, recensione: l’horror di Osgood Perkins dove l’amore diventa una trappola
Quando l’amore diventa un film horror
Ci sono storie d’amore che finiscono male.
Poi ci sono storie d’amore che finiscono in un film di Osgood Perkins.
Il cinema di Perkins è un’architettura di ombre, un teorema del crepuscolo. Keeper parte pianissimo, come una goccia che cade in un lago. Ma i cerchi, attimo dopo attimo, si allargano, aumentano, si moltiplicano, finché ci si ritrova risucchiati in un lisergico gorgo di orrore e disperazione.
Il film parte da una situazione apparentemente semplice: una coppia decide di passare un weekend romantico in una casa isolata nel bosco. Una vacanza per festeggiare il primo anniversario.
Eppure, fin dai primi minuti qualcosa non torna.
C’è un silenzio troppo profondo attorno alla casa.
Uno sguardo che dura un secondo di troppo.
Una torta lasciata misteriosamente sul tavolo della cucina.
Dettagli minuscoli.
Ma nel cinema di Perkins i dettagli sono sempre crepe nella realtà.
E quella crepa si allarga lentamente fino a trasformare il weekend romantico di Liz e Malcolm in un incubo.
Il rifugio d’amore si trasforma progressivamente in un incubo fatto di visioni, manipolazione e oscure eredità legate alla foresta.
Osgood Perkins e il nuovo horror americano
Negli ultimi anni Osgood Perkins è diventato uno degli autori più riconoscibili del nuovo horror internazionale.
Figlio dell’attore Anthony Perkins – il Norman Bates di Psycho – il regista ha costruito una filmografia fatta di incubi eleganti e disturbanti.
Film come:
- The Blackcoat’s Daughter
- I Am the Pretty Thing That Lives in the House
- Gretel & Hansel
- Longlegs
hanno definito un linguaggio molto preciso.
Il suo cinema non punta allo spavento immediato.
Non è l’horror dei jump scare.
È piuttosto l’horror dell’atmosfera.
Dell’attesa.
Del sospetto.
Dell’idea che dietro la normalità si nasconda qualcosa di profondamente sbagliato.
Keeper – L’eletta continua questa traiettoria ma introduce un elemento nuovo: la relazione sentimentale come spazio dell’orrore.
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Tatiana Maslany: una protagonista magnetica
Il cuore del film è Tatiana Maslany.
L’attrice canadese costruisce un personaggio vibrante, nervoso, incredibilmente presente.
La sua Liz non è la tipica protagonista dell’horror.
Non è ingenua.
Non è passiva.
Non è una vittima predestinata.
È una donna ironica, intelligente, spesso scettica.
Quando qualcosa non torna lo percepisce subito.
Ed è proprio questo che rende la sua discesa nell’incubo ancora più disturbante.
Rossif Sutherland interpreta Malcolm con una calma quasi ipnotica.
All’inizio sembra premuroso, affascinante.
Poi quella calma diventa qualcosa di più oscuro.
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La casa nel bosco
Gran parte del film si svolge all’interno della casa.
Una costruzione moderna immersa nel verde, con enormi vetrate e interni minimalisti.
All’inizio sembra un paradiso.
Poi diventa una prigione.
La fotografia di Jeremy Cox trasforma lo spazio domestico in qualcosa di ambiguo.
Le stanze sembrano troppo grandi.
I corridoi troppo lunghi.
Le finestre troppo esposte al buio del bosco.
Lo spettatore si perde insieme a Liz.
E non è mai davvero sicuro di quello che sta vedendo.
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La colonna sonora: nostalgia e incubo
Uno degli elementi più affascinanti del film è la colonna sonora.
Brani romantici e nostalgici come “Love Is Strange” di Mickey & Sylvia o “I Don’t Want to Play in Your Yard” nella versione di Peggy Lee evocano un’America luminosa e innocente.
L’America dei jukebox.
Delle promesse d’amore.
Delle famiglie perfette.
Perkins usa queste melodie come un controcanto ironico.
Perché mentre la musica ci riporta a quell’America ingenua degli anni Cinquanta, il film mostra il lato oscuro della storia.
Un’America che avrebbe presto perso quell’innocenza.
Prima con le rivolte di Berkeley.
Poi con il trauma collettivo del Vietnam.
Quelle canzoni diventano quindi fantasmi sonori.
Ricordi di un mondo che credeva ancora nell’amore perfetto mentre sotto la superficie si preparavano già i suoi incubi.
Folk horror e visioni
A metà film Keeper – L’eletta cambia pelle.
Quello che sembrava un thriller psicologico diventa un folk horror anomalo.
Liz comincia ad avere visioni.
Donne insanguinate.
Creature deformi.
Figure che sembrano emergere da un passato sepolto.
Ed è qui che il film assume una dimensione quasi mitologica.
Un folk horror anomalo, capace di centrifugare le creature pagane e antiche immortalate dai Bauhaus nel brano “Hollow Hills” con l’influencer-modella dall’eloquio ristretto.
In un’epifania di orologi di lusso finiti nel tritarifiuti, chalet di legno mutati in infernali gironi, il sacrificio diventa una pratica burocratica: una scatola da archiviare con nome e data.
Ma la natura può essere madre oppure matrigna.
E il veleno alberga sempre nella coda.
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Se fosse un cocktail
Se Keeper – L’eletta fosse un drink, sarebbe un cocktail ingannevole.
Lo chiamerei The Forest Keeper.
Ingredienti:
- Bourbon affumicato – la relazione ambigua tra Liz e Malcolm
- Liquore alle erbe amare – il sospetto che qualcosa non torni
- Sciroppo d’acero scuro – la foresta che circonda la casa
- Succo di limone – la lucidità di Liz
- Due gocce di bitter nero – le visioni e le creature
All’inizio è morbido.
Quasi romantico.
Poi arriva l’amaro.
E quando il bicchiere è vuoto capisci che qualcosa dentro quel drink non era affatto innocuo.
Un dolce avvelenato
In fondo Keeper è proprio questo.
Una voluttuosa fetta di torta avvelenata.
Un dolce intriso di sangue e disperazione.
Perkins gioca una partita a scacchi con lo spettatore e alla fine vince con uno scacco matto delirante.
Il film comincia come una storia d’amore.
Poi diventa una trappola.
E quando tutto finisce resta una sensazione strana.
Non tanto paura.
Piuttosto la consapevolezza che sotto molte storie romantiche si nascondono meccanismi molto più oscuri.
Perché a volte il vero mostro non vive nel bosco.
Vive nella persona che pensavi di conoscere meglio di chiunque altro.