David Bowie, dieci anni dopo la scomparsa: un viaggio tra film e ruoli al cinema

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Apparizioni iconiche e ruoli fuori dal tempo. Dall’alieno di L’uomo che cadde sulla Terra al vampiro di Miriam si sveglia a mezzanotte, dal prigioniero di Furyo al Re dei Goblin di Labyrinth, fino a Nikola Tesla per Christopher Nolan in The Prestige. Bowie non è mai stato un attore tradizionale: ha attraversato la settima arte come spazio di trasformazione, corpo politico e presenza che interrompe il racconto

David Bowie ci lasciava il 10 gennaio 2016, nella sua casa di Lafayette Street a New York.

Eppure, a dieci anni di distanza, pare non essersene mai andato.
Succede quando si parla di un artista che ha attraversato spazio e tempo: dalla Terra a Marte, dalla cenere alle stelle.
Ma oltre alla musica, Bowie ha attraversato anche il cinema, con stile, imprevedibilità e grazia. E non è mai stato un attore nel senso classico del termine.
Non ha mai cercato il ruolo giusto, la carriera ordinata, la consacrazione accademica. Ha usato il cinema come ha usato la musica, la moda, il teatro: come uno spazio di trasformazione

Il suo corpo – androgino, alieno e aristocratico – è sempre stato un corpo politico. Sullo schermo Bowie non costruisce personaggi: li attraversa, lasciando che la sua presenza fisica diventi soglia. Diventano figure liminali, depositarie di un sapere che allo spettatore resta negato. Il suo volto è già racconto, il suo sguardo è già montaggio.

Bowie, il cinema e la voce che ritorna

Con il cinema David Bowie ha sempre avuto un rapporto intenso, quasi viscerale. E non solo come attore. La sua musica è diventata nel tempo materia cinematografica, eco emotiva capace di riemergere nei momenti di massima vertigine narrativa. Life on Mars? è l’esempio più emblematico: usata in film diversissimi tra loro, da Le onde del destino a Le avventure acquatiche di Steve Zissou, la canzone è diventata una scorciatoia sentimentale, un portale verso l’altrove bowiano. Non a caso ha ispirato anche una serie televisiva ed è stata interpretata in modo memorabile da Jessica Lange nella quarta stagione di American Horror Story. Bowie al cinema esiste dunque anche senza corpo: come presenza sonora, come fantasma emotivo che ritorna. D’altronde non poteva che essere così per un artista che si definiva “un eclettico nato”.

British singer-songwriter David Bowie performing at BC Place in Vancouver, during his Serious Moonlight tour, Canada, 9th August 1983. (Photo by Armando Gallo/Getty Images)

Approfondimento

10 anni senza David Bowie: i suoi look più iconici. FOTO

L’alieno perfetto: L’uomo che cadde sulla Terra

La prima vera apparizione cinematografica da protagonista arriva nel 1976 con L’uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg. Bowie è Thomas Jerome Newton, alieno caduto sul nostro pianeta per salvare il proprio mondo. Ma il film è soprattutto una parabola sull’estraneità, sull’impossibilità di restare puri dentro il sistema umano.

Bowie non simula l’alieno: lo rende credibile per sottrazione. Il suo corpo sembra già progettato per quel ruolo. Magro, pallido, distante. Newton guarda la Terra con curiosità e malinconia, come se fosse già un ricordo. Il cinema frammentato e allucinato di Roeg amplifica questo spaesamento. È anche uno specchio oscuro delle nevrosi e delle dipendenze dell’artista, esplicitate negli anni del Diamond Dogs Tour. Qui nasce Bowie attore: mai interprete, ma creatura cinematografica.

Approfondimento

David Bowie oltre lo spazio e il tempo, un libro a 10 anni dalla morte

Berlino, decadenza e un inciampo elegante: Gigolò

Nel 1978 Bowie torna sul grande schermo con Gigolò, diretto da David Hemmings. Ambientato in una Berlino post Prima guerra mondiale decadente e ambigua, il film voleva essere una riflessione sul tramonto di un mondo, ma finì per restare imprigionato nelle proprie ambizioni. Bowie non ha mai difeso la pellicola, anzi l’ha smontata con feroce autoironia. In un’intervista a NME nel 1980, commentò ridendo: "Tutti quelli che furono coinvolti in quel film, quando si incontrano adesso, si girano dall’altra parte… Erano i miei trentadue film di Elvis Presley condensati in uno solo". Anche Gigolò, nel suo essere un fallimento elegante, conferma una costante: Bowie non ha mai cercato la perfezione, ma l’esperimento, accettando persino di ridere di sé.

Approfondimento

Un documento inedito svela le 15 canzoni preferite di David Bowie

Il vampiro che invecchia: Miriam si sveglia a mezzanotte

Nel 1983 Bowie è John Blaylock, vampiro destinato a invecchiare e a sfaldarsi nel film di Tony Scott. Non è il vampiro romantico né quello mostruoso: è un vampiro stanco, che scopre l’orrore definitivo non nell’immortalità, ma nella sua fine.

Bowie trasforma il decadimento fisico in una performance tragica. La voce si spezza, il corpo cede, il desiderio si spegne. Scott lo immerge in una New York notturna e patinata, attraversata da musica e club culture. Bowie diventa icona funebre, anticipando un’estetica contemporanea della bellezza che muore giovane.

L’incipit è ipnotico: sulle note di Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus, cantata da Peter Murphy, Bowie e Catherine Deneuve cacciano le loro prede come a figure fuori dal tempo con occhiali neri e il look dark. Poi la musica cambia: il Trio in mi bemolle maggiore op. 100 di Franz Schubert accompagna quel “per sempre” sussurrato dagli amanti, rivelandone la natura illusoria.

Guerra, desiderio, identità: Furyo

Sempre nel 1983 Bowie lavora con Nagisa Ōshima in Furyo. Qui il suo Jack Celliers è un ufficiale neozelandese che diventa oggetto di desiderio in un campo di prigionia giapponese durante la Seconda guerra mondiale.

Il celebre bacio tra Bowie e Ryuichi Sakamoto non è provocazione, ma frattura del codice militare e culturale. Bowie introduce nel cinema bellico una fragilità maschile allora inusitata: la passione proibita diventa campo di battaglia simbolico, luogo di attrazione e conflitto.

Il tutto si consuma sulle note sublimi di Forbidden Colours di David Sylvian, come una falena che si posa su un corpo morente prima di tornare nell’ombra.

Il musical come nostalgia politica: Absolute Beginners

In Absolute Beginners di Julien Temple, Bowie non è protagonista ma figura-simbolo. Il dirigente pubblicitario Vendice Partners incarna l’uomo che trasforma i sogni in merce, la giovinezza in stile, l’utopia in marketing. La sua presenza collega l’innocenza della Londra di fine anni Cinquanta alla disillusione del presente.

Il brano Absolute Beginners diventa una dichiarazione malinconica sulla fine delle illusioni. Qui Bowie usa il cinema come memoria e rimpianto, trasformando il musical in un gesto politico.

Il Re dei Goblin: potere, seduzione, fiaba oscura

Labyrinth - Dove tutto è possibile è spesso liquidato come film per ragazzi. In realtà, Jareth è uno dei personaggi più ambigui e disturbanti di Bowie. Seducente, manipolatore, infantile, crudele. Un sovrano pop che governa il desiderio e il tempo.

Bowie fonde musica, teatro e cinema in una figura mitologica. Jareth promette amore, ma chiede sottomissione. È una favola sul potere e sulla libertà come atto di disobbedienza. Non a caso il film, diretto da Jim Henson e intepretato da Jennifer Connelly, è diventato culto generazionale.

Il fantasma che conosce il segreto: Twin Peaks – Fuoco cammina con me

Con Twin Peaks – Fuoco cammina con me, David Bowie entra definitivamente nel territorio dell’assenza. Philip Jeffries, l’agente dell’FBI che appare e scompare come un’allucinazione, è forse il personaggio più radicale della sua carriera cinematografica. Qui Bowie non entra in scena: interferisce con il racconto. Arriva dal nulla, parla per enigmi, annuncia un orrore che non può essere spiegato, poi svanisce. David Lynch lo filma come un uomo fuori asse, fuori tempo, fuori dal linguaggio stesso del racconto. Jeffries è un corpo che non regge la visione, un testimone che ha visto troppo e per questo non può più restare nel mondo. Bowie porta in scena la sua qualità più rara: la capacità di incarnare il fantasma ancora in vita, l’essere umano che ha attraversato una soglia irreversibile. Non a caso Lynch tornerà su quel personaggio anni dopo, trasformandolo in pura voce, in materia sonora e tecnologica. Nella terza stagione  Twin Peaks, Bowie si trasfigura un   "un sogno dentro un sogno", come scriveva Edgar Allan Poe.  E cosa sono il grande e il piccolo schermo se non una fabbrica di sogni? E spesso di incubi.

Approfondimento

Twin Peaks 3 la recensione dell'episodio 14: l'omaggio a David Bowie

Il sacro e la ragione: L’ultima tentazione di Cristo

Quando Martin Scorsese lo sceglie come Ponzio Pilato, Bowie costruisce un personaggio glaciale, ironico, lucidissimo. Il suo Pilato non è un tiranno urlante, ma un uomo che guarda Cristo come un problema politico mal posto.

In poche scene, Bowie incarna la razionalità del potere imperiale che si prende gioco del miracolo. È un Pilato modernissimo, consapevole, cinico, pericoloso proprio perché intelligente.

Bowie diventa Warhol: Basquiat

In Basquiat di Julian Schnabel, Bowie interpreta Andy Warhol senza imitarlo. Il Duca Bianco evoca il genio della pop art attraverso la voce fragile, lo sguardo distante, il pallore esaltato dagli abiti scuri.

È l’incontro tra due icone che hanno trasformato se stesse in opera d’arte. Bowie-Warhol diventa un passaggio di testimone silenzioso: l’artista delle metamorfosi che attraversa l’artista della superficie.

Approfondimento

Andy Warhol, 97 anni fa nasceva il genio della Pop Art

Il cattivo toscano: Il mio West

C’è anche una deviazione italiana: Il mio West di Giovanni Veronesi. Il film è stato un flop, ma il ricordo del regista lo rende accattivante. "David Bowie era un grande attore, intuitivo, sarcastico, finemente ironico… alla fine penso fosse toscano", raccontava Veronesi. Bowie accettò il ruolo del killer Jack Sikora con curiosità e ironia, ossessionato dalla morte che esorcizzava parlandone e interpretandola. Un film  che custodisce un Bowie disposto ancora una volta a rischiare.

L’ironia come consacrazione: Zoolander

In Zoolander, Bowie appare per pochi minuti ma lascia un segno indelebile. È il giudice supremo della bellezza, l’arbitro della sfida a colpi di glamour tra Derek Zoolander (Ben Stiller) e il suo rivale Hansel McDonald (Owen Wilson).
Entra in scena sulle note di Let’s Dance, si toglie gli occhiali e dice: "Se nessuno ha delle obiezioni, credo che potrei essere utile".
Qui Bowie dimostra di aver capito una verità fondamentale: il mito sopravvive solo se sa ridere di sé. Accetta la parodia e ne esce rafforzato

Approfondimento

Zoolander, il film di Ben Stiller con il cameo di David Bowie

Tesla e l’addio: The Prestige

NNel 2006 Christopher Nolan lo vuole a tutti i costi come Nikola Tesla in The Prestige. È l’ultimo grande ruolo cinematografico di David Bowie, arrivato dopo anni di apparizioni sporadiche e dopo il ritiro dalle tournée. Bowie inizialmente rifiuta. Poi Nolan insiste.
Reduce dal successo di Batman Begins, il regista era alla ricerca di un volto capace di incarnare il genio isolato, visionario e fuori dal tempo che fu Tesla. "A un certo punto mi resi conto che Tesla era l’originale Man Who Fell to Earth", racconterà Nolan. "Da grande fan di Bowie, una volta fatta quella connessione, mi sembrò l’unico attore possibile. Aveva lo status iconico necessario ed era misterioso quanto Tesla doveva esserlo".

Bowie-Tesla osserva più che spiegare. Vive ai margini del racconto, come un corpo estraneo alla narrazione principale, illuminandola per brevi istanti. È uno scienziato che guarda il futuro ma resta isolato dal presente, un inventore che sembra già appartenere a un altro tempo. Nolan affida a Bowie una presenza più che un ruolo, consapevole del suo carisma “oltre il normale”, come dirà in seguito. È un addio silenzioso e perfettamente coerente: Bowie lascia il cinema come lo ha attraversato, apparendo e scomparendo, senza mai cercare il centro della scena.

Approfondimento

Giornata di Nikola Tesla, le invenzioni più innovative del genio serbo

Se Bowie attore fosse un cocktail

Se Bowie attore fosse un cocktail, si chiamerebbe The Falling Alien.
Un drink notturno e mutante. Dentro: gin secco (la freddezza aliena), vermouth dry (la lucidità del potere), un tocco di assenzio (la decadenza del vampiro), e qualche goccia di maraschino: dolcezza ambigua, glamour pop, ironia improvvisa. Si mescola lentamente, senza shakerare. Si serve liscio, in coppetta gelata, con un twist di limone sospeso sul bordo parimenti a un’identità irrisolta. Non è un cocktail che accompagna, ma che interrompe. Come Bowie al cinema.

Approfondimento

Cinema e cocktail, un libro racconta i drink nei film. FOTO

Bowie non ha mai recitato davvero

David Bowie attore non è una parentesi della sua carriera musicale. È il suo doppio segreto.
Ha attraversato fantascienza, musical, guerra, sacro e parodia pop come si attraversano le epoche: senza chiedere permesso.
Non ha mai cercato il ruolo giusto, ma il punto in cui il ruolo si spezza. Ed è per questo che, anche quando appare solo per pochi minuti, Bowie resta come restano le anomalie: non spiegate, ma necessarie.

Come qualcuno che sarà sempre altrove.
Anche dieci anni dopo la sua scomparsa.
Eppure, in quel continuo altrove, Bowie continua a tornare: sullo schermo, nella memoria, nello sguardo di chi guarda.

Spettacolo: Per te