Paolo Fresu, dalla ripartenza alle emozioni che non puoi raccontare

Spettacolo

Barbara Ferrara

Ph Roberto Chiovitti

Il musicista sardo riflette sulla ripartenza e propone di investire sulla cultura, la carta vincente per ricostruire e cambiare concretamente le cose

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In tempi di Coronavirus, parlare di rinascita, conforta e lascia intravvedere uno spiraglio di luce, nuovi scenari, idee e una progettualità che mira a diventare realtà concreta: “Raccogliere in un’unica voce le filiere del mondo della musica, della danza, del teatro e dello spettacolo dal vivo in spazio pubblico, per dare risposte vere all’emergenza Covid in ambito artistico e programmare la ripartenza", è l’obiettivo del Forum dell’Arte e dello Spettacolo, presentato nell’ambito dell’appuntamento di apertura di Tempo di Rinascita, rassegna di conferenze digitali organizzata da DOC-COM, agenzia di comunicazione e business unit della rete Doc Servizi. 

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Il settore dello spettacolo, insieme al turismo, è il più colpito da questa emergenza sanitaria mondiale (SPECIALE CORONAVIRUS - LA MAPPA) e non è facile trovare una soluzione valida. Il Forum dell’Arte e dello Spettacolo si manifesta come un progetto inclusivo che mira a raccogliere in un unico coordinamento i diversi attori e le filiere del mondo dello spettacolo; coinvolge tutti i protagonisti del mondo della musica, a partire dagli artisti e i tecnici, passando per agenti, manager, discografici, organizzatori di eventi e promoter fino ai live club, festival indipendenti e uffici stampa. 

Come spiega Paolo Fresu, il manifesto del Forum parte dallo Statuto sociale degli artisti europei firmato il 7 giugno 2007 e il fatto di avere una data, quella del 15 giugno, come ipotesi di ripartenza, “è una piccola luce in fondo al tunnel. Gli aiuti governativi sono comunque insufficienti ed è necessario rimettere in moto in qualche modo, i concerti. Il virus ha portato a galla un problema già esistente, quello della precarietà di tutto il settore, dobbiamo fare tesoro di questa lezione. La ripartenza deve cambiare totalmente lo status degli artisti. Non possiamo dimenticare che i lavoratori dello spettacolo non hanno solo doveri, ma anche diritti. E dobbiamo farlo tutti insieme”. 

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La ripartenza deve cambiare lo status degli artisti, in che modo secondo te?
L’obiettivo è riscrivere lo status dei lavoratori, abbiamo raccolto 70mila firme su change.org ed è stato importante parlare dei problemi quando ancora non c’era una discussione sulla precarietà degli artisti. Il Forum si è poi allargato agli assessori, ai sindacati, ai rappresentanti del teatro, danza, musica classica etc. Affrontare il presente e comprendere come il mondo dello spettacolo possa essere supportato, al di là degli aiuti che non sono sufficienti, è il tema. Il coronavirus ha fatto emergere un vecchio problema, in Italia non è come in Francia dove si è più tutelati, occorre dunque riflettere sul senso sociale e politico dell’arte e dei lavoratori che la sostengono.
Non tutti hanno questa consapevolezza.
L’idea che la cultura non sia un lavoro e che noi non abbiamo un ruolo importante nella società è da scardinare, bisogna rimettere al centro della società la cultura, non è vero che coloro che lavorano nel mondo dello spettacolo sono solo ricchi e famosi, quella è solo una piccolissima percentuale che peraltro oggi può anche permettersi di sollevare il problema, come ha fatto giustamente Tiziano Ferro che si è fatto portavoce di chi è in grave difficoltà.
Come hai vissuto la quarantena?
Il virus ci ha obbligato a rivedere le nostre vite, ognuno ha dovuto ricostruire il proprio mondo, che è fatto anche di aspettative e di sogni. Io che avevo sempre vissuto la casa come il luogo in cui stare con la famiglia, scrivere musica e praticare lo strumento, mi sono ritrovato a comprare una scheda audio, organizzare uno studio e produrre. Ho montato video che ho postato sui miei social, fatto dei brani di beneficenza con Mirko Casadei per un ospedale di Rimini, collaborato con Ornella Vanoni.
Per un jazzista come te, improvvisare dev’esser stato naturale.
Sì, lo è, ho fatto mille cose, da due settimane mi sono inventato una sorta di corso in cui parlo dei miei libri e dei miei dischi e lo faccio in sardo con i sottotitoli in italiano: il messaggio è “ora che le frontiere sono chiuse, imparate la lingua così quando venite in Sardegna, sapete parlarla” (sorride ndr).
Qual è la cosa che più ti ha colpito della pandemia?
Il disagio in cui si sono trovate molte persone, ho conosciuto situazioni molto gravi di cui sono preoccupato, gli aiuti non bastano a mantenere una famiglia e una professione, se non si riprende a lavorare in tempi brevi. Ora siamo felici che dal 15 ci sia questa possibilità, anche se non tutti potranno farlo. Siamo mezzo milione di lavoratori dello spettacolo, è un danno sociale ed economico.
La cultura potrebbe essere la carta vincente su cui investire?
La cultura è la carta vincente, io uso sempre come esempio il mio Festival, produce un indotto economico di tre milioni di euro netti. Quest’anno ci sarà il distanziamento sociale e ci saranno meno persone, e l’indotto sarà inferiore, ma vogliamo offrire alle persone un po’ di sollievo e speranza, è importante. Di cultura si può vivere ed è uno degli investimenti più importanti.
Quindi Time in Jazz si farà?
Sì, ci stiamo lavorando, è tutto da riorganizzare, ma siamo eccitati all’idea di poterlo ricostruire seguendo nuove modalità che saranno belle, creative e invitanti. 

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Quando eri un bambino la musica per te era la banda del paese, oggi cos’è?
Resta quella, un’idea di festa e di condivisione, la banda è questo. Quando ho messo in piedi il Festival di Berchidda c’è sempre stato questo concetto dietro, la musica unisce, ti rende più buono, ti fa vedere la bellezza. Continuo a suonare con la banda in paese perché è importante. Il Festival è una festa perenne, la musica è uno strumento di comunicazione non banale, dietro tutto quello che facciamo c’è un messaggio importante, oserei dire anche politico. Non so come avrei affrontato questo periodo senza la musica.
Come diceva il tuo amico Ezio Bosso, la musica è terapia pura.
Lo è, e ha reso la quarantena più leggera e più vera, mi ha dato la possibilità di esprimermi e raccontare delle cose. Quando molti mi scrivono di essersi svegliati con il malumore, ma di essersi poi rallegrati dopo aver sentito una certa musica, mi commuovo. L’idea che tu, con le tue povere note, possa cambiare lo stato d’animo di una persona, è una cosa straordinaria. Ti fa sentire parte di questo mondo, ti rendi conto di quanto la tua scelta di vita sia importantissima. Ed è uno scambio: nel momento in cui qualcuno ti dice che hai reso la sua giornata più luminosa, si illumina anche la tua.
Cosa alimenta la passione che ti sorregge da sempre?
La passione è amare molto quello che fai e io l’ho sempre amato, ho ogni giorno una passione che mi alimenta, la musica è il volano delle scoperte, attraverso questa puoi scoprire il mondo, ampliarlo, renderlo più grande o rimpicciolirlo e mi sento molto fortunato. La passione è prima di tutto credere fortemente in quello che fai.
Fare concerti in streaming cambia il modo di fare musica, manca l’interazione con il pubblico, l’improvvisazione.
Sono stato il primo in Italia dopo il lockdown ad aver fatto un concerto in streaming al Blue Note, lo hanno visto 110mila persone in tutto il mondo, è stato bello, senza pubblico noi ci siamo divertiti comunque grazie al fatto che nel jazz c’è la capacità di interplay tra i musicisti. Non sono contrario allo streaming purché si rispettino due parametri fondamentali, il riconoscimento della professione come in un concerto normale e la qualità: dev’essere, se non alta, almeno media, se è scarsa, annichilisci la musica. Lo streaming non renderà mai quanto un live, ma che almeno si avvicini a raccontare l’emozione di un concerto.
Certe emozioni non si narrano, si vivono sulla pelle.
Come fai a raccontare un concerto come quelli che facciamo noi in mezzo ai boschi a Berchidda? I profumi dell’erba, il frinire delle cicale, il suono di un gregge di pecore che il pastore ha dimenticato di chiudere nello stazzo. Non sono cose che puoi raccontare.

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