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Scoperto nei moscerini il gene anti-siesta: li rende svegli e vigili

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2' di lettura

A identificarlo è stato un team di ricercatori dell’Università americana Rutgers. La scoperta sarà preziosa, in futuro, per svelare i meccanismi alla base del ciclo sonno-veglia negli animali 

Un team di ricercatori dell’Università americana Rutgers ha scoperto nei moscerini della frutta un gene anti-siesta, in grado di tenerli svegli quando necessario, riducendo la loro voglia di dormire.
Si tratta di una scoperta unica nel suo genere, che sarà preziosa, in futuro, per svelare i meccanismi alla base del ciclo sonno-veglia negli animali.
In natura, buona parte degli animali riposa nelle ore più calde della giornata, andando in cerca di cibo e riparo quando le temperature sono più basse.
I ricercatori sono partiti proprio da questa abitudine tipica anche dei moscerini da frutta, per cercare di svelare i geni che influenzano questo comportamento.

Lo studio nel dettaglio

Per compiere lo studio, pubblicato sulla rivista specializzata Current Biology, gli esperti hanno analizzato le abitudini e il Dna del moscerino Drosophila melanogaster, spesso utilizzato in questo genere di esperimenti incentrati sul genoma.
Sono così riusciti a identificare un gene che si attiva proprio quando si abbassano le temperature durante le giornata ed è in grado di ridurre il bisogno di riposo degli animali.
“Il gene permette al moscerino della frutta di avere un comportamento più flessibile, dedicandosi alle attività importanti per la propria sopravvivenza, come la ricerca di cibo o l’accoppiamento, in presenza di condizioni ambientali sfavorevoli”, spiega Isaac Edery, ricercatore dell’Università Rutgers. “In questo modo l’animale si è potuto diffondere oltre le zone equatoriali dell’Africa, colonizzando anche regioni più temperate”.

Svelati i geni associati all’insonnia

Un recente studio, condotto dai ricercatori del Massachusetts General Hospital (Mgh) e dell’Università britannica di Exeter, ha permesso di identificare 57 geni associati all’insonnia. Il risultato è frutto di un lavoro di analisi che ha interessato un campione composto da 450.000 persone britanniche, il cui Dna, conservato nella Biobanca del Regno Unito, è stato confrontato con quello di 15.000 norvegesi e 2.200 statunitensi.
“I geni che abbiamo scoperto potrebbero ora essere il bersaglio per nuovi trattamenti”, spiega Jacqueline Lane del Massachusetts General Hospital.

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