Clostridium difficile, quali sono i sintomi dell'infezione e come si cura

Salute e Benessere
©IPA/Fotogramma
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Introduzione

L’infezione da Clostridium difficile è tra le principali cause di malattie gastrointestinali contratte in ospedale ed è considerata una delle infezioni nosocomiali più onerose. Richiede spesso ricoveri prolungati e, a causa dell’elevata capacità di trasmissione tra i pazienti, può favorire la comparsa di focolai epidemici nelle strutture sanitarie. Ecco cosa sapere.

Quello che devi sapere

Cos’è il Clostridium difficile

Il Clostridium difficile (o C. difficile) è un batterio Gram-positivo, anaerobio e sporigeno, presente naturalmente nella flora batterica intestinale e, nelle donne, anche in quella vaginale. In condizioni normali convive senza provocare disturbi, ma alcuni ceppi sono in grado di produrre tossine che danneggiano la mucosa del colon e possono causare un’importante infiammazione intestinale. Questo avviene soprattutto quando il delicato equilibrio del microbiota viene alterato, come accade dopo trattamenti prolungati con antibiotici, che favoriscono la proliferazione del microrganismo. L’infezione rappresenta una delle principali cause di diarrea associata all’assistenza sanitaria e, in particolare, di colite pseudomembranosa dopo una terapia antibiotica. È più frequente negli anziani, nei pazienti ricoverati e nelle persone con patologie croniche o un sistema immunitario indebolito. Il batterio è inoltre ampiamente diffuso nell’ambiente e può essere presente, senza dare sintomi, anche in una parte della popolazione sana.

 

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Come avviene il contagio

Il Clostridium difficile si trasmette principalmente per via oro-fecale. Essendo eliminato con le feci, il contagio può verificarsi quando si toccano superfici o oggetti contaminati e successivamente ci si porta le mani alla bocca, al naso o agli occhi. Le spore del batterio sono particolarmente resistenti e possono sopravvivere a lungo nell’ambiente, caratteristica che ne facilita la diffusione soprattutto negli ospedali e nelle strutture assistenziali. Il periodo di incubazione è variabile e può andare da uno o due giorni fino a dodici settimane. Le persone con diarrea sono le più contagiose, mentre il rischio di trasmissione diminuisce sensibilmente una volta scomparsi i sintomi. Per ridurre le probabilità di infezione è fondamentale lavarsi accuratamente le mani dopo l’utilizzo dei servizi igienici e prima dei pasti, oltre a mantenere puliti e disinfettati gli ambienti, in particolare i bagni utilizzati da persone con episodi di diarrea.

 

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Chi è più esposto al rischio

Il principale fattore di rischio è rappresentato dall'assunzione di antibiotici, soprattutto se a largo spettro, protratta nel tempo o effettuata con più farmaci contemporaneamente. Tra le classi maggiormente coinvolte figurano cefalosporine, fluorochinoloni, penicilline e clindamicina, che possono alterare profondamente la flora intestinale. Aumentano inoltre la probabilità di sviluppare l'infezione l'età superiore ai 65 anni, una degenza ospedaliera o in strutture residenziali superiore a una settimana, l'impiego di inibitori della pompa protonica o antagonisti dei recettori H2, precedenti interventi di chirurgia gastrointestinale, la presenza di sondino nasogastrico o gastrostomia, gravi malattie di base, stati di immunodepressione e una precedente infezione da Clostridium difficile, che espone a un rischio maggiore di nuove ricadute.

Sintomi e possibili complicanze

La manifestazione più comune è la diarrea, generalmente acquosa e frequente, con almeno tre scariche nell'arco di 24 ore per due o più giorni. Possono comparire anche febbre, perdita dell'appetito, nausea, dolori e crampi addominali. In alcuni casi la diarrea può presentare tracce di sangue, mentre vomito e nausea sono meno frequenti. Se non trattata, l'infezione può evolvere verso forme più severe come la colite, la colite pseudomembranosa, il megacolon tossico o, nei casi più gravi, la perforazione del colon e la sepsi, condizioni che richiedono un intervento medico urgente.

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Diagnosi e trattamento

La diagnosi viene sospettata nei pazienti che sviluppano diarrea dopo una terapia antibiotica o durante il ricovero ospedaliero. In genere si considera significativo l'insorgere di almeno tre scariche di feci non formate nell'arco di 24 ore entro due mesi dall'assunzione di antibiotici oppure dopo almeno 72 ore di degenza. La conferma arriva attraverso la ricerca delle tossine del batterio nelle feci; nelle situazioni più complesse possono essere necessari ulteriori accertamenti, come la sigmoidoscopia o esami radiologici. La terapia varia in base alla gravità dell'infezione e prevede antibiotici specifici, tra cui metronidazolo nelle forme più lievi, vancomicina o fidaxomicina. Il trattamento viene somministrato per via orale e prosegue generalmente per almeno dieci giorni. Quando possibile, è consigliabile interrompere gli antibiotici che hanno favorito lo squilibrio della flora intestinale.

Il problema delle recidive

Uno degli aspetti più complessi dell'infezione è rappresentato dalle recidive, che possono verificarsi anche dopo una terapia apparentemente efficace. Humanitas sottolinea l'importanza di affrontare il problema delle ricadute: secondo l'istituto, l'infezione può ripresentarsi in circa un paziente su cinque, rendendo fondamentale un attento monitoraggio clinico anche dopo la conclusione della terapia antibiotica. 

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Le possibili soluzioni

Come sottolinea la Fondazione Veronesi per limitare questo problema sono allo studio strategie che puntano a ristabilire l'equilibrio del microbiota intestinale. Per questa ragione viene ricordato come il trapianto fecale abbia dimostrato di poter ridurre le recidive nei casi selezionati, pur trattandosi di una procedura complessa. Sempre la Fondazione Veronesi segnala inoltre i risultati ottenuti con SER-109, un farmaco a base di microbioma costituito da spore batteriche selezionate da donatori sani. Secondo uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, l'associazione della terapia antibiotica con SER-109 ha ridotto sensibilmente il rischio di nuove infezioni rispetto ai soli antibiotici, portando la FDA ad approvare il primo farmaco al mondo basato sul microbioma per la prevenzione delle recidive.

 

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