Leucemia, un nuovo farmaco nella lotta contro la malattia

Salute e Benessere
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I risultati finali dello studio di fase III Elevate-Rr hanno dimostrato una sopravvivenza libera da progressione e un minor numero di eventi di fibrillazione atriale con l'uso di acalabrutinib rispetto all'ibrutinib, medicinale attualmente utilizzato

Nuove speranze nella lotta contro la Leucemia linfatica cronica (Llc), la forma più comune di leucemia negli adulti, con una stima di 191.000 nuovi casi a livello mondiale. I risultati finali della studio di fase III Elevate-Rr, condotto dall'azienda farmaceutica AstraZeneca, hanno dimostrato una sopravvivenza libera da progressione e un minor numero di eventi di fibrillazione atriale con l'uso del nuovo farmaco acalabrutinib rispetto all'ibrutinib, medicinale attualmente utilizzato.

Risultati dello studio Elevate-Tn

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Allo stesso tempo, come precisa l'azienda, i risultati aggiornati a quattro anni di follow-up dello studio di Fase III Elevate-Tn hanno continuato a mostrare un significativo beneficio in termini di sopravvivenza libera da progressione per acalabrutinib come terapia di combinazione o come monoterapia in pazienti con LLC non precedentemente trattati.
I risultati di entrambi gli studi sono stati presentati in occasione dell’appuntamento annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO).

Il potenziale di acalabrutinib in termini di controllo della malattia

"Uno dei maggiori ostacoli al trattamento dei pazienti con leucemia linfatica cronica, pazienti che in genere ricevono la diagnosi dopo i 70 anni e spesso presentano una o più comorbidità, è trovare opzioni terapeutiche efficaci e tollerate per la gestione della malattia nel lungo termine, senza dover interrompere il percorso terapeutico", ha spiegato Paolo Ghia, docente di Oncologia Medica presso l'Università Vita-Salute San Raffaele, per poi precisare: "I risultati dello studio Elevate-Rr confermano il potenziale di acalabrutinib in termini di controllo della malattia per i pazienti con leucemia linfatica cronica che hanno già affrontato una prima linea di trattamento". "Disporre di un'opzione terapeutica efficace e meglio tollerata rappresenta un'ottima notizia per i clinici e per gli oltre 3.000 pazienti in Italia che ogni anno ricevono questo tipo di diagnosi", ha concluso il ricercatore.

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