Covid, negli ospedali dell’Umbria sospese le attività programmate

Salute e Benessere
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La decisione è valida fino al 21 febbraio e rientra nell’ambito di “una serie di misure per evitare la diffusione del virus negli ospedali e preservare il sistema sanitario”, hanno spiegato le autorità locali. Attualmente, i pazienti ricoverati per Covid in Umbria sono 500. Si tratta di un record negativo per la Regione, per due terzi, proprio da oggi, diventata zona rossa

Dopo il primo weekend con zone gialle in quasi tutta Italia, alcuni comuni o province del Paese sono passati in zona rossa per l’aumento dei nuovi casi legati al coronavirus. L’Umbria, in particolare, è la regione con le restrizioni maggiori: la provincia di Perugia e sei comuni del Ternano sono diventate zona rossa, al pari dell'Alto Adige. La decisione era arrivata dopo un'ordinanza che la presidente della Regione, Donatella Tesei, aveva firmato nella serata di sabato. In questo contesto sono state anche sospese, fino al 21 febbraio e negli ospedali regionali umbri, le attività chirurgiche di ricovero "programmate procrastinabili" e quelle di specialistica ambulatoriale "procrastinabili". Lo hanno comunicato con una lettera ai direttori generali delle Aziende sanitarie e ospedaliere, il commissario regionale per l'emergenza Covid, Massimo D'Angelo e il direttore alla Salute della Regione Umbria, Claudio Dario.

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La situazione, secondo le autorità locali, "ha imposto di adottare una serie di misure per evitare la diffusione del virus negli ospedali e preservare il sistema sanitario". La decisione, infatti, è arrivata anche osservando i numeri: attualmente, i pazienti ricoverati per Covid in Umbria sono 500. Si tratta di un record negativo per la Regione, mai colpita dal virus in queste proporzioni, per due terzi proprio da oggi colorata di rosso, con scuole chiuse, partendo dagli asili nido e sino alle superiori in provincia di Perugia e, come detto, in sei comuni della provincia di Terni. Ad influire anche la scoperta della presenza delle varianti inglese e brasiliana, certificata dall'Istituto Superiore di Sanità, cui è seguita in poco tempo anche la pressione ospedaliera. Ad oggi, il 59% del totale dei posti letto di terapia intensiva è infatti occupato da pazienti positivi al Covid, quasi il doppio della soglia di attenzione fissata dal Ministero della Salute, che si attesta al 30%.

I focolai nelle strutture ospedaliere

Tra le situazioni più delicate, quella dell'ospedale di Perugia, dove attualmente sono presenti dei cluster di variante brasiliana, come confermato anche dalla professoressa Antonella Mencacci, direttrice della Scuola di specializzazione in Microbiologia e virologia. "Difficile dire con precisione quanti siano, 5 o 6 al momento, ma i focolai si accendono e si spengono. In alcuni casi siamo riusciti a capire da dove è originato il cluster, in altri no", ha sottolineato l’esperta, spiegando nel dettaglio come è nata l’emergenza. "Questa variante circola intorno all'ospedale, nel nostro territorio ed entra con chi alberga il virus nelle vie respiratorie, spesso in forma asintomatica". Al Santa Maria della Misericordia di Perugia, ha precisato, vengono testati all'ingresso tutti i pazienti che entrano per ricoveri programmati o d'urgenza e i loro assistenti oltre che, una volta a settimana, tutti gli operatori sanitari. Secondo l’esperta, è probabile che "alcune persone siano diventate positive pochi giorni dopo questo screening iniziale e che siano entrate con il virus già in incubazione". Attualmente, all'ospedale di Perugia i test "vengono effettuati molto più frequentemente, ogni due giorni", ha confermato Mencacci.

La variante brasiliana in Umbria

Ma per quale motivo la variante brasiliana è arrivata sino in Umbria? "E' stato dimostrato che una volta che le varianti si generano, nel giro di 15 giorni o un mese diventano globali”, ha affermato l’esperta. “Può averla portata qui qualcuno che è passato dal Brasile, qualcuno che è arrivato all'aeroporto ed è stato in viaggio a contatto con qualcuno che veniva dal Brasile. Non lo sappiamo". Obiettivo dei sanitari, adesso, è quello di impedire "la circolazione subdola del virus”. Secondo Mencacci, in conclusione “è stato dimostrato che prima si interviene bloccando la trasmissione del virus e più efficacemente si interviene in termini di numero di pazienti infetti e numero di pazienti deceduti".

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