Tumore dell’ovaio, con il Pap test è possibile la diagnosi precoce

Salute e Benessere

Di norma le pazienti non presentano sintomi specifici e la diagnosi del tumore avviene in fase tardiva. Una nuova ricerca dà speranza

È possibile utilizzare il Pap test per diagnosticare i tumori dell'ovaio in fase precoce. I ricercatori dell'Istituto Mario Negri lo hanno dimostrato con uno studio che ha permesso di identificare nei Pap test di pazienti che in anni successivi avrebbero sviluppato un tumore ovarico, tracce della proteina P53 alterata, con la stessa mutazione che si ritrova nella malattia.

Una speranza concreta per la prevenzione

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Sviluppato nuovo test di precisione contro il tumore ovarico

Lo studio, realizzato in collaborazione con l'Ospedale San Gerardo di Monza e l'Università di Milano-Bicocca, è stato pubblicato sulla rivista scientifica Jama Network Open. Per la prima volta è stata messa a punto una procedura per la diagnosi precoce del carcinoma dell'ovaio. Questo aumenta la speranza concreta di intervento visto che, di norma, le pazienti non presentano sintomi specifici e la diagnosi della malattia avviene in fase tardiva. Il carcinoma ovarico è il sesto tumore più diffuso tra le donne e rientra fra le prime cinque cause di morte per tumore tra quelle in età tra 50 e 69 anni. Se viene diagnosticato in stadio iniziale la sopravvivenza a 5 anni è del 75-95 per cento.

Il ruolo della proteina p53

In alcuni casi in cui erano disponibili diversi Pap test eseguiti 6 e 4 anni prima alla stessa paziente, è stata identificata in modo inequivocabile la stessa mutazione clonale della proteina p53 che si ritrova nel tumore, e questo rafforza l'idea che si tratti di alterazioni molecolari specifiche che sono alla base dello sviluppo della malattia. "Si tratta di uno studio retrospettivo che, oltretutto, ha potuto verificare un numero di casi limitato”, dice Maurizio D'Incalci, che dirige il Dipartimento di Oncologia dell'Istituto Mario Negri e ha guidato queste indagini. “È ancora presto per cantare vittoria, aggiunge, ma l'idea sembra quella giusta e abbiamo già ricevuto proposte per condurre studi più approfonditi". “Ovviamente - conferma Sergio Marchini, che dirige l'Unità di Genomica Translazionale del Dipartimento di Oncologia dell’istituto -, c'è tantissimo lavoro da fare per ottimizzare il test, estenderlo a grandi casistiche e valutare la sua sensibilità e la sua specificità”.

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