Legge elettorale, cosa succede ora al governo: elezioni anticipate o correzione al Senato?
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La bocciatura dell'emendamento sulle preferenze alla Camera, per un solo voto e a scrutinio segreto, apre una fase di incertezza per la maggioranza. Giorgia Meloni parla di "riflessione" necessaria, mentre nel centrodestra è partita la conta dei franchi tiratori. Formalmente non si è consumata una sconfitta del governo e la prassi non prevede alcuna crisi automatica, ma diversi scenari restano aperti: dalla prosecuzione dell'iter parlamentare alla correzione del testo al Senato, fino all'ipotesi di elezioni anticipate. Ecco il quadro delle possibili strade.
Quello che devi sapere
Il voto alla Camera e la reazione di Meloni
Poco dopo le 19 del 14 luglio l'Aula di Montecitorio ha respinto per un solo voto, 188 contrari contro 187 favorevoli, l'emendamento a prima firma FdI, Noi moderati e Udc che introduceva un sistema misto di capilista bloccati e preferenze. Il voto si è svolto a scrutinio segreto, come richiesto dalle opposizioni. La premier ha affidato ai social la sua reazione: "Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude, abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate". E ha aggiunto: "anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione".
Perché non è una crisi automatica
Sul piano formale la sconfitta non è del governo ma della maggioranza, e la prassi parlamentare non prevede in automatico l'apertura di una crisi. Un esecutivo può restare in carica anche dopo essere andato sotto su un emendamento, per quanto qualificante. Lo ha ricordato Maurizio Lupi, leader di Noi moderati: "La mia esperienza mi porta a ricordare numerosi casi in cui il Governo e la maggioranza dell'epoca sono stati battuti su emendamenti significativi, come quello relativo alle preferenze. Ciò non ha impedito a quei governi di proseguire il proprio lavoro". Lo stesso Lupi riconosce però che "ogni volta che una maggioranza va sotto su un provvedimento, ciò assume un significato politico rilevante".
La caccia ai franchi tiratori
Subito dopo il voto è cominciata nel centrodestra la conta dei voti mancanti. I primi calcoli approssimativi indicano una trentina di assenze dall'appello, con stime che oscillano tra 30 e 40. È questo il dato che ha innescato l'irritazione della presidente del Consiglio, che secondo quanto riferito vorrebbe conoscere i nomi uno per uno. Nel mirino dei parlamentari di Fratelli d'Italia ci sono gli alleati di Forza Italia e Lega, che fino al compromesso raggiunto alla vigilia avevano espresso riserve sul nodo delle preferenze. Riccardo Molinari, capogruppo del Carroccio alla Camera, ha respinto le accuse: "Secondo i nostri calcoli i franchi tiratori sono stati circa 31, nessuno è della Lega".
Il "partito del pareggio"
Tra le ipotesi che circolano nel centrodestra, secondo quanto scrive Repubblica, c'è il sospetto dell'esistenza di un "partito del pareggio": una componente trasversale che punterebbe a conservare l'attuale legge elettorale, il Rosatellum, nella prospettiva di una legislatura senza maggioranze politiche definite. Sempre secondo il quotidiano, ai vertici di FdI ci sarebbe risentimento anche verso i leghisti del Nord, contrari alle preferenze, e verso l'area di Forza Italia che il segretario Antonio Tajani non controllerebbe direttamente. Una tesi che resta al momento nel campo dei sospetti interni, non delle evidenze.
Lo scenario elezioni anticipate
Secondo quanto riporta Repubblica, nella video call d'emergenza convocata due giorni prima del voto la premier aveva messo in guardia i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani con un avvertimento netto: "Ve lo dico chiaramente: se l'emendamento sulle preferenze non passa, si va al voto". Fonti di governo citate dall'ANSA riferiscono di un messaggio analogo fatto pervenire agli alleati alla vigilia, con il riferimento a una possibile salita al Quirinale in caso di sconfitta. Resta da capire se si trattasse di una forma estrema di pressione per tenere compatta la maggioranza o di un'intenzione reale.
Il countdown verso ottobre
Secondo i ragionamenti che circolano nell'esecutivo e che l'ANSA riferisce, il voto di Montecitorio avrebbe di fatto avviato un conto alla rovescia che potrebbe condurre a elezioni in autunno, con ottobre come possibile finestra. Nella cerchia della premier, sempre secondo Repubblica, si starebbero valutando pro e contro di uno strappo: tra i vantaggi indicati da un esponente di peso di FdI il fatto che il partito di Roberto Vannacci non abbia ancora completato la propria organizzazione e che le opposizioni abbiano perso la spinta successiva al referendum. La stessa fonte invita però alla cautela: "è presto".
"Prevale la responsabilità di governare"
Quando intorno alle 21:30 la premier ha lasciato Palazzo Chigi, il suo entourage ha escluso che l'ipotesi di un passaggio al Quirinale fosse sul tavolo, indicando come prevalente "la responsabilità di governare il Paese". Secondo quanto scrive Repubblica, nella notte Meloni ha invitato i suoi alla prudenza, escludendo una salita al Colle per un singolo emendamento e rinviando ogni valutazione alle settimane successive. Nessun indizio, al momento, di una scelta drastica imminente.
La correzione al Senato: l'ipotesi La Russa
La strada per recuperare il testo passa da Palazzo Madama. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha ricordato che "nel bicameralismo esiste la concreta possibilità di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera". Il punto decisivo è procedurale: al Senato il regolamento non consente il voto segreto sulla materia, rendendo così pubbliche le posizioni dei singoli senatori. La Russa ha però circoscritto la portata dell'ipotesi poco dopo: "Se si è trattato di un infortunio, è facile recuperare al Senato, se invece le ragioni fossero diverse, ha ragione Meloni e si apre un momento di riflessione seria che tocca al governo".
Il futuro della legge elettorale
L'iter del provvedimento non si arresta: il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami ha annunciato dai banchi che sulla legge elettorale si va avanti. Nel governo è però diffusa la consapevolezza che il passo falso possa compromettere il percorso dell'intera riforma. La reintroduzione delle preferenze era uno degli obiettivi dichiarati del centrodestra e un cavallo di battaglia storico della premier, perseguito anche a costo di un lungo confronto con gli alleati. La battuta d'arresto si somma a quella sul referendum per la separazione delle carriere e allo stallo del premierato.
La posizione degli alleati
Antonio Tajani ha ridimensionato la portata politica del voto, ribadendo la linea espressa già prima dello scrutinio: "Non è a rischio la maggioranza, le preferenze sono un dettaglio della legge, la loro bocciatura non ha alcuna conseguenza sulla stabilità del governo". Sul fronte leghista, Molinari ha spiegato che al momento del voto erano assenti quattro deputati del gruppo e altri quattro in missione. Roberto Vannacci ha affidato a un video sui social la sua replica alle accuse di doppio gioco: "Una cosa è quello che dicono davanti alle telecamere... altro è quello che fanno. L'unico a volere veramente le preferenze è Futuro nazionale, che vuole ridare la sovranità al popolo".
Il Quirinale osserva in silenzio
Dal Colle, riferisce l'ANSA, la situazione viene seguita con preoccupazione ma a distanza, senza interventi pubblici. È la conseguenza del quadro formale: non essendosi consumata una sconfitta del governo in senso tecnico, non si attivano automatismi istituzionali. Ogni scenario resta comunque aperto, dalle elezioni anticipate a un chiarimento in Parlamento.
Le matite del Viminale, ma è routine
E infine una curiosità: nei giorni scorsi il Viminale ha ordinato 90mila boccette di inchiostro nero oleoso per timbri metallici e 135mila matite copiative "in vista delle prossime consultazioni elettorali". Il dettaglio, riportato dall'ANSA, non va letto come un indizio: si tratta di una fornitura che il ministero dell'Interno dispone con cadenza regolare, ogni sei o sette mesi, indipendentemente dal calendario politico.