Demografia ed economia. Perché la questione femminile non è soltanto femminile

Politica

Veronica de Romanis, Docente di European Economics - Luiss School of Government

Gente passeggio estate

Il divario di genere è una delle questioni cruciali per il futuro dello sviluppo economico italiano. Considerata la situazione demografica del nostro Paese, tra record di denatalità e di invecchiamento, la questione femminile non è ascrivibile al dominio del “politicamente corretto”. All’opposto, riequilibrare il rapporto tra giovani e anziani, e lasciare che più donne entrino nel mercato del lavoro, sono strade obbligate per sostenere lo sviluppo economico complessivo e garantire la tenuta dei conti pubblici

La Presidenza italiana del G20 ha organizzato negli scorsi giorni la prima conferenza sull’uguaglianza di genere nell'ambito del forum che riunisce le 20 principali potenze mondiali. Da quella sede è emersa ufficialmente “l’urgenza di promuovere l’empowerment delle donne attraverso una strategia integrata e condivisa che coinvolga tutti i settori della società civile, le istituzioni, il mondo della cultura e del lavoro", oltre al proposito di "rendere strutturale nell'ambito del G20 uno specifico incontro ministeriale" sulle donne. Un segnale forte e non scontato, capitato al momento giusto sia tanto per gli sviluppi in Afghanistan e che per la situazione dell'uguaglianza di genere durante e dopo la pandemia. Tuttavia i dati sul divario di genere in Italia rimangono allarmanti, né si può essere troppo ottimisti nel giudicare le prime mosse dell’attuale Governo sull’utilizzo dei fondi di Next Generation EU per diminuire tale divario.

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Quando l’Unione europea ha lanciato il programma straordinario di aiuti all’economia chiamato Next Generation EU, ha indicato almeno tre grandi priorità per gli Stati membri: la transizione verde e la transizione digitale, di cui tutti parlano in abbondanza, e poi anche l’applicazione delle Raccomandazione annuali della Commissione europea ai singoli Stati membri. In quest’ultimo capitolo, di cui nel nostro Paese si discute molto meno, rientra soprattutto la lotta alla disuguaglianza generazionale (su cui già è intervenuto il professore Luciano Monti in vari Policy Brief) e di genere. Rispetto al divario di genere, l’Italia è decisamente indietro. Basti dire che nel nostro Paese il tasso di occupazione femminile è poco al di sotto del 50%, agli ultimi posti in Europa e addirittura 18 punti percentuali sotto il 68% del tasso di occupazione maschile.

Proviamo a capire se Roma ha preso sul serio le indicazioni di Bruxelles. Nei prossimi anni, i fondi pubblici aggiuntivi che affluiranno in Italia dai programmi comunitari Next Generation EU e ReactEU ammontano a circa 235 miliardi di euro. Di questa somma, secondo uno studio della stessa Ragioneria generale dello Stato, soltanto 7,6 miliardi di euro finanzieranno “misure dirette” per favorire l’occupazione femminile. Parliamo dunque del 3,2% di tutti i nuovi fondi. Nella lista degli interventi “diretti” finanziati, peraltro, figurano: il sostegno ai percorsi formativi nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), per 1,3 miliardi di euro; gli aiuti alle carriere universitarie delle ricercatrici, per 1,6 miliardi; aiuti all’imprenditoria femminile, per 400 milioni; certificazione della parità di genere, per 10 milioni; soprattutto la fiscalità di vantaggio per le assunzioni al Sud, per 4,4 miliardi. Peccato che quest’ultima misura non riguardi in realtà le sole donne, essendo indirizzata a giovani (di entrambi i sessi) e donne. Se poi restringiamo il calcolo al solo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), in cui si stabilisce l’utilizzo delle risorse di Next Generation EU, allora gli interventi diretti per le donne ricevono 3 miliardi, cioè l’1,61% dei 191 miliardi complessivi. In breve, parliamo di cifre bassissime.

Si sente dire però che altri interventi potrebbero avere un impatto positivo soprattutto per le donne. A questo proposito, si citano per esempio i 4,6 miliardi di euro stanziati

nell’ambito del PNRR per potenziare gli asili nido. Vero. Eppure l’obiettivo dichiarato dal Governo, quello di raggiungere una copertura del 33% dei bambini a fronte dell’attuale 25%, è tutt’altro che ambizioso, è quello che chiedeva l’Unione europea ormai una decina di anni fa. Basti notare che la scorsa estate la Task force guidata da Vittorio Colao presentò un piano che puntava a una copertura del 60%. Per altri interventi, entriamo nel regno dell’imponderabile, come quando si argomenta che le misure di sostegno ai trasporti pubblici aiuterebbero di più le donne che vi ricorrono in un numero maggiore di casi. Oppure che le misure per la transizione digitale della Pubblica Amministrazione dovrebbero facilitare la conciliazione tra vita professionale e vita familiare delle donne.

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L’Italia è il Paese più vecchio d’Europa, con il 23% di over 65 sul totale della popolazione. Se negli anni 60 c’era un anziano per ogni bambino, oggi siamo a cinque anziani per ogni bambino. Allo stesso tempo abbiamo il tasso di fecondità tra i più bassi del continente: 1,28 figli per donna a fronte di 1,51 figli per donna nella media dell’Eurozona, 1,56 figli in Germania e 1,87 in Francia. Pertanto, nei prossimi dieci anni il numero di persone in età lavorativa è atteso scendere di oltre il 5%. A fronte di ciò, il tasso di occupazione femminile – come visto - è fermo al 50%. Davvero possiamo permettercelo?

La situazione demografica italiana, da record (negativo) sotto molti punti di vista, compromette già oggi le possibilità di sviluppo economico del Paese e la sostenibilità del sistema di welfare pubblico. Ecco perché affrontare la questione femminile – avendo per obiettivi una maggiore occupazione oggi e una maggiore natalità in futuro – non è tanto un tema di “politicamente corretto”, quanto una questione di sostenibilità della stessa economia nazionale.

Diffidiamo di chi dice che la battaglia è improba. Alcune esperienze internazionali, di recente in particolare quella della vicina Germania, dimostrano come la curva demografica possa essere invertita (anche in tempi relativamente brevi) attraverso il potenziamento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Sicuramente occorre cambiare rotta rispetto all’oggi.

Della limitatezza dei fondi per la questione femminile nel PNRR abbiamo già detto; aggiungiamo che il documento, per altri versi molto dettagliato, non fissa nemmeno un obiettivo in termini di tasso di occupazione femminile che si intende raggiungere. Quanto invece alle risorse desinate per gli asili nido, sarà bene specificare che strutture simili non sono finanziabili una tantum; il loro mantenimento nel tempo, così come la spesa per il personale docente e non, renderanno necessario reperire risorse nelle pieghe del bilancio pubblico anche per gli anni a venire. La politica dovrebbe tenerne conto fin da oggi.

Allo stesso tempo sarà bene dismettere definitivamente la politica dei bonus che negli ultimi tempi ha raggiunto aspetti surreali, come quando il Governo nel 2019 annunciò che per il terzo figlio si sarebbe ricevuto un terreno coltivabile in comodato d’uso per 20 anni. Al di là

di questi risvolti quasi comici, il punto è che storicamente i bonus una tantum non si sono dimostrati efficaci nel sostenere la natalità. Da questo punto di vista, si possono nutrire dubbi anche rispetto all’assegno unico universale per i figli, visto che destinare risorse alle famiglie a prescindere dal loro reddito è probabilmente una scelta subottimale in un Paese con forti vincoli di finanza pubblica.

Per il medio periodo, poi, si potrebbero iniziare a discutere diverse possibili policy, tutte comunque mirate a creare condizioni lavorative più semplici per le donne. Tra le proposte, segnalo quella di Andrea Ichino e Alberto Alesina per una cosiddetta “fiscalità di genere”, una forma di incentivo al lavoro del secondo genere1.

Nel lungo periodo, infine, sarà efficace un discorso culturale che può essere avviato già qui e ora. Non si può infatti sottovalutare la spinta per gli altri che viene dall’esempio di donne in posizioni di responsabilità in vari settori della società. Un esempio? In Germania il candidato per il ruolo di cancelliere dell’SPD, Olaf Scholz, è in testa ai sondaggi, e uno dei suoi slogan più di successo è “Er kann Kanzlerin”, tradotto “Lui può fare la Cancelliera”. Un modo esplicito per mettersi in scia della cancelliera più celebre della storia contemporanea, Angela Merkel, che dopo 16 anni ai vertici del Paese, per molti cittadini tedeschi è sinonimo (al femminile) di equilibrio e successo.

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