Esplora Sky TG24, Sky Sport, Sky Video

Mafia, Catania: oltre 200 anni di carcere a 18 imputati del clan Laudani

i titoli di sky tg24 delle ore 13 del 25/03

2' di lettura

Questa la sentenza del processo, svoltosi con rito abbreviato e davanti al gup Loredana Pezzino, che ha coinvolto una frangia di Paternò dell’organizzazione. Il boss della cosca, secondo l’accusa, avrebbe dato ordini agli altri individui dalla prigione in cui è detenuto 

Oltre 200 anni di carcere per 18 imputati, con pene comprese tra quattro anni e otto mesi e 20 anni di reclusione. Questa è la sentenza del processo, celebrato con rito abbreviato e davanti al Gup di Catania, Loredana Pezzino, che ha coinvolto una frangia di Paternò (nel Catanese) del clan mafioso Laudani, guidata dal boss detenuto S.R., condannato a sei anni per la continuazione del reato, che, secondo l'accusa, avrebbe dato ordini dal carcere. A quanto sostenuto dal Pm Antonella Barrera, basandosi su indagini dei carabinieri, l’uomo lo avrebbe fatto grazie al suo luogotenente A.G.F. (condannato a 20 anni), che si avvaleva della collaborazione di sua moglie, V.M. (12 anni e un mese), di suo suocero, A.M. (12 anni e un mese) e di suo nipote E.F. (13 anni).

Le indagini

L'inchiesta rappresenta il proseguo dell'operazione “En Plein” del maggio del 2015 e prende il nome di “En Plein 2”, con 19 ordinanze cautelari eseguite da carabinieri il 19 giugno del 2018. Le indagini sono state eseguite dai carabinieri del comando provinciale di Catania e della compagnia di Paternò, nell'ambito di un'operazione del gruppo della Dda, coordinata dal procuratore aggiunto Ignazio Fonzo.

L'inchiesta

L'inchiesta svolta dalle forze dell'ordine ha permesso di controllare il clan e confermare il ruolo di vertice del boss S.R., che, nonostante la detenzione (e come sostiene l'accusa) avrebbe conferito l'incarico di responsabile ad interim per il territorio di Paternò al nipote V.M., condannato a 20 anni di reclusione, il quale avrebbe gestito le "piazze di spaccio" e la cassa comune della cosca, assicurando il mantenimento degli associati detenuti. Attraverso i colloqui con i familiari, le persone in carcere sarebbero state a loro volta informate dei problemi associativi da risolvere, primo fra tutti quello degli stipendi agli affiliati, e sarebbero intervenute dando specifiche disposizioni da far pervenire all'esterno dell'istituto penitenziario. Uno degli strumenti di finanziamento dell'associazione mafiosa sarebbe stato il traffico di cocaina e di marijuana a Paternò e Santa Maria di Licodia. Le dichiarazioni di collaboratori di giustizia, riscontrate da attività di indagine tecnica e tradizionale, hanno permesso di ricostruire le attività criminali e l'organigramma dei gruppi Morabito e Rapisarda, operativi nei Comuni di Paternò, Santa Maria di Licodia e Belpasso. 

Data ultima modifica 25 marzo 2020 ore 19:16

Leggi tutto
Prossimo articolo
Segui Sky TG24 sui social:

SCELTI PER TE

    Aggiungi Sky TG24 al tuo Homescreen

    Clicca l'icona e seleziona

    "Aggiungi a Schermata Home"

    Aggiungi Sky TG24 al tuo Homescreen

    Clicca l'icona e seleziona

    "Aggiungi a Home"