La Crisi di Sigonella, quando Craxi disse no a Reagan. La storia dell’Achille Lauro

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Introduzione

La base militare di Sigonella è una delle infrastrutture presenti sul suolo italiano utilizzate dall’esercito statunitense. A regolamentare la presenza a stelle e strisce in queste basi, e in particolare il modo in cui possono essere usate, sono in vigore accordi che risalgono ai primi anni dopo la Seconda guerra mondiale: il Nato Sofa del 1951, poi il Bilateral infrastructure agreement del 1954 aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d'intesa Italia-Usa del 1995.

 

Il 31 marzo 2026 la base in provincia di Catania è tornata alla ribalta per il rifiuto del ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, all’uso della struttura ad aerei americani privi della necessaria autorizzazione preventiva. Ma Sigonella è nota soprattutto per una crisi diplomatica che si è consumata tra Roma e Washington nell’ottobre del 1985, che è poi passata alla storia come ‘Crisi di Sigonella’ tra il governo di Bettino Craxi e l’amministrazione americana guidata da Ronald Reagan.

Quello che devi sapere

Il dirottamento dell’Achille Lauro

Per capire cosa accadde nelle ore più tese dei rapporti tra Italia e Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale è necessario prima parlare del dirottamento dell’Achille Lauro. Il 7 ottobre 1985 un commando di militanti del Fronte per la Liberazione della Palestina dirotta la nave da crociera, salpata da Genova con oltre 500 persone a bordo (tra cui gli stessi dirottatori) e battente bandiera italiana, mentre si trova vicina alle coste dell’Egitto.

 

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La richiesta dei dirottatori

La richiesta dei dirottatori è di liberare 50 detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, minacciando di uccidere i passeggeri a bordo se non fossero state accolte le loro domande. Già in questa fase la tensione inizia ad accumularsi: l’Italia, in qualità di Paese di bandiera della nave e avendo dunque giurisdizione a bordo, si attiva per risolvere la crisi mentre gli Stati Uniti rivendicano il diritto di intervenire per proteggere i loro cittadini a bordo.

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L’omicidio di Leon Klinghoffer

In quelle ore concitate il governo italiano, guidato in quel periodo da Bettino Craxi, chiede al leader dell’OLP Yasser Arafat di fare da intermediario. Il capo palestinese indica come mediatori Abu Abbas e Hani al-Hassan, ma mentre ci si muove per vie diplomatiche viene anche preparata un’opzione militare nel caso in cui le trattative fallissero. Tuttavia a bordo la situazione degenera e i dirottatori uccidono e gettano in mare Leon Klinghoffer, cittadino statunitense di religione ebraica costretto su una sedia a rotelle per problemi di salute.

L’intervento degli Stati Uniti

La mediazione però va avanti e il 10 ottobre i dirottatori accettano di liberare la nave, conducendola verso Port Said in Egitto. Come parte dell’accordo si decide che i quattro vengano trasferiti in Tunisia, dove all’epoca aveva sede l’OLP, e quindi un volo parte dal Cairo la sera stessa con a bordo i dirottatori, alcuni ufficiali militari e i due negoziatori. Tuttavia gli Stati Uniti non rimangono a guardare: intercettata la posizione del volo, l’aereo viene dirottato da caccia americani e costretto ad atterrare presso la base di Sigonella, in Sicilia.

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La crisi di Sigonella

Ed è proprio presso la base militare di Sigonella che si consuma la più grave crisi diplomatica tra Italia e Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Appena atterrato il Boeing che trasporta i dirottatori e i mediatori viene circondato dai carabinieri italiani, perché le autorità di Roma rivendicano il diritto a processare i quattro dirottatori. Le stesse forze italiane sono però circondate dai militari americani, con gli Stati Uniti che chiedono non solo di consegnare i 4 ma anche il negoziatore Abu Abbas: Washington infatti sospetta che sia lui l’organizzatore del dirottamento.

La risoluzione della crisi

Le trattative tra Roma e Washington proseguono frenetiche e tesissime per tutta la notte, finché alle prime luci dell’alba dell’11 ottobre i militari americani si ritirano. I quattro dirottatori vengono consegnati alle autorità italiane mentre Abu Abbas, su cui viene aperta un’indagine, viene lasciato libero di partire: sarà poi condannato all’ergastolo in contumacia, mentre i 4 riceveranno pene tra i 15 e i 30 anni di carcere. La gestione della situazione, così come la libertà lasciata ad Abu Abbas, creano una incrinatura nei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti causando perfino una breve crisi di governo a Roma.

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La morte di Abu Abbas

La storia, però, non termina qui. La prima tappa del viaggio di Abu Abbas dopo aver lasciato Roma è in Jugoslavia, e dopo alcuni passaggi trova rifugio in Iraq. Il Paese, come noto, viene invaso dagli Stati Uniti nel 2003 e il 14 aprile dello stesso anno Abbas viene catturato dall’esercito americano. La sua storia si conclude il 10 marzo 2004, quando muore in custodia statunitense all’età di 55 anni: secondo le autorità il decesso è arrivato per cause naturali.


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