Il generale serbo-bosniaco, condannato per genocidio e crimini di guerra in Bosnia è deceduto in un ospedale penitenziario a seguito di diversi ictus. Aveva 84 anni. Con Karadzic e l'ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, formò un triumvirato nazionalista che scatenò un'ondata di massacri etnici nel tentativo di ridisegnare la mappa della regione
Il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic è morto oggi in carcere. La notizia è stata diffusa dall'emittente statale serba RTS. L'ex leader militare, condannato per genocidio e crimini di guerra e contro l'umanità e detenuto all'Aia, è deceduto in un ospedale penitenziario a seguito di diversi ictus. Mladic, 84 anni, generale dell'esercito jugoslavo, durante la dissoluzione della Jugoslavia comandò inizialmente unità impegnate in Croazia e nel maggio 1992 divenne comandante dell'Esercito della Republika Srpska, braccio militare della leadership serbo-bosniaca guidata politicamente da Radovan Karadzic. Era soprannominato il "Macellaio della Bosnia" per il suo ruolo nel massacro di Srebrenica del 1995, durante la guerra nei Balcani, uno degli episodi più drammatici della guerra in Bosnia e considerato il peggior spargimento di sangue in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. Lidija Pavicevic, sottosegretaria di Stato presso il Ministero dei Diritti Umani e delle Minoranze della Serbia, ha confermato la notizia spiegando di aver ricevuto l'informazione dal figlio dell'ex comandante, Darko Mladic, citato da Tanjug.
Condannato all'ergasto dal tribunale Onu nel 2017
Mladic è stato condannato all'ergastolo nel 2017 da un tribunale delle Nazioni Unite per genocidio e crimini di guerra commessi durante la guerra in Bosnia negli anni '90. Dal 2024 era detenuto in un ospedale psichiatrico all'Aia, dove era costretto a letto da un anno e mezzo. Negli ultimi mesi funzionari statali serbi e la famiglia di Mladic avevano chiesto il rilascio umanitario per motivi di salute, in quanto malato terminale e vittima di ictus, ma il Meccanismo per i tribunali penali dell'Aia ha respinto le richieste, affermando che in carcere riceveva le cure (palliative) necessarie.
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Il rapporto con Karadzic e Milosevic
Mladic era il volto militare di un brutale trio, guidato sul piano politico dall'ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic e dall'ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic, mentre l'ex Jugoslavia sprofondava nella carneficina seguita alla caduta del comunismo. Mentre Karadzic era l'ideologo e Milosevic l'astuto politico, Mladic era il soldato e la sua vocazione era la guerra. Il conflitto balcanico del 1992-1995 causò circa 100.000 morti e 2,2 milioni di sfollati. L'atrocità più infame fu commessa a Srebrenica, dove le forze serbe al comando di Mladic giustiziarono 8.000 uomini e ragazzi musulmani bosniaci che avevano cercato rifugio in quella che avrebbe dovuto essere un'enclave protetta dalle Nazioni Unite, evento considerato genocidio dalla giustizia internazionale. "Eccoci qui, l'11 luglio dell'anno 1995, nella Srebrenica serba", dichiarò Mladic entrando nella città, affermando di offrirla "in dono alla nazione serba" e che era arrivato il momento di "vendicarci dei turchi in questo luogo". A favore di telecamera, mentre distribuiva caramelle ai bambini, rassicurò invece i civili: "Non abbiate paura di nulla, state tranquilli. Lasciate andare prima le donne e i bambini... Nessuno vi farà niente". Poco dopo, donne e bambini furono separati dagli uomini e dai ragazzi destinati alle esecuzioni di massa.
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L'iter giudiziario: la condanna, la latitanza e l'incarcerazione
Mladic fu riconosciuto colpevole di genocidio per Srebrenica, mentre venne assolto da quella specifica accusa per i crimini commessi in altre municipalità bosniache nel 1992, per i quali fu comunque condannato per crimini contro l'umanità. Tra le altre responsabilità accertate figurano la campagna di terrore contro i civili di Sarajevo, condotta attraverso bombardamenti e cecchini, e la presa in ostaggio di caschi blu dell'Onu nel 1995 per ostacolare gli attacchi della Nato. Incriminato nel 1995 dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia, Mladic rimase latitante per 16 anni, protetto per parte di quel periodo da una rete di fedelissimi, fino all'arresto in Serbia nel 2011 e alla successiva estradizione all'Aja. Nel 2017 fu condannato all'ergastolo, sentenza confermata definitivamente in appello nel 2021.
Si era sempre definito "un uomo semplice"
Mladic diceva di essere stato scelto dal "destino" per difendere il popolo serbo dall'attacco dell'Occidente corrotto, ma il tribunale dell'Aia lo definì semplicemente "uno dei criminali più efferati" che l'umanità avesse conosciuto. Eppure la maggior parte dei serbi continuava a venerarlo. Si era sempre presentato come "un uomo semplice" scelto per proteggere il suo popolo. "Il destino mi ha messo nella posizione di difendere il mio Paese, che voi potenze occidentali avete devastato con l'aiuto del Vaticano e della mafia occidentale", dichiarò durante l'udienza d'appello nel 2020.
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Una vita nell'esercito jugoslavo
Nato durante la Seconda Guerra Mondiale a Kalinovic, nella Bosnia orientale - la maggior parte delle fonti indica il 1942, ma Mladic dichiarò al tribunale di essere nato nel 1943 - rimase orfano alla fine del conflitto, quando suo padre morì combattendo per il Maresciallo Tito, il leader destinato a unificare lo stato multietnico della Jugoslavia e a reprimere le ostilità latenti. A detta di molti, Mladic aveva sempre desiderato fare il soldato. Partito per l'addestramento militare a Belgrado all'inizio degli anni '60, divenne ufficiale a 22 anni e arrivò a comandare le forze serbo-bosniache durante la guerra nei Balcani. Sebbene fosse venerato dai suoi uomini, l'ex portavoce dell'esercito jugoslavo Ljubodrag Stojadinovic lo descrisse una volta come "narcisista, presuntuoso, vanitoso e arrogante". Durante la guerra, confuse i negoziatori internazionali con divagazioni sconclusionate sulla storia serba. Negli ultimi giorni di guerra, gli alleati più stretti misero in dubbio le sue facoltà mentali. "Rispettavo il generale Mladic come soldato e come uomo", dichiarò l'ex presidente montenegrino Momir Bulatovic in un documentario della Bbc degli anni '90. "Ma dopo tre anni di guerra, aveva perso il contatto con la realtà".
Nella Republika Srpska è ancora considerato una leggenda
Mladic fu rimosso dal suo incarico dopo essere stato incriminato nel 1995, ma riuscì a sfuggire alla cattura per altri 16 anni. Inizialmente, condusse una vita di lusso, viziato dall'esercito serbo, ma la pressione su di lui aumentò dopo la caduta di Milosevic nel 2000. Fu infine arrestato nel maggio 2011 nella casa di campagna di suo cugino, nel nord della Serbia. Sua figlia Ana si suicidò nel 1994 all'età di 23 anni: secondo alcune fonti, non riusciva a sopportare la vergogna dei crimini commessi dal padre. L'ultima richiesta di Mladic prima di essere trasferito in tribunale fu di poter visitare la tomba della figlia. La sua reputazione non ha mai smesso di crescere e la sua leadership in tempo di guerra fu immortalata in murales sparsi per la Republika Srpska, l'entità serba all'interno della Bosnia. "Credo che questa sentenza abbia proiettato il generale Mladic direttamente nella leggenda", dichiarò il leader della Republika Srpska, Milorad Dodik, dopo la conferma della condanna all'ergastolo. "I serbi sanno che senza di lui il nostro popolo avrebbe sofferto molto di più". "Ovunque sia arrivato il loro esercito, ovunque abbiano messo piede, hanno commesso un genocidio", ha affermato Munira Subasic, presidente di una delle associazioni delle Madri di Srebrenica.
Madri di Srebrenica: "La morte di Mladic non chiude la storia"
L'Associazione delle vittime e dei testimoni del genocidio e l'Associazione 'Movimento delle madri delle enclavi di Srebrenica e Žepa' hanno dichiarato che, prima di tutto, dopo la morte di Mladić "dobbiamo parlare delle sue vittime e dei crimini per i quali è stato legalmente condannato". "Non si può parlare di lui al di fuori del contesto dei crimini per i quali è stato legalmente condannato. Dietro il suo nome rimangono migliaia di persone assassinate, espulse, imprigionate e torturate, città e villaggi distrutti, l'assedio di Sarajevo, la persecuzione sistematica della popolazione non serba e, soprattutto, il genocidio di Srebrenica, in cui sono stati uccisi oltre ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi", hanno dichiarato le Madri di Srebrenica. Hanno sottolineato che non si tratta di qualificazioni politiche, ma di fatti accertati dai tribunali internazionali. Hanno ricordato che nel 2021 il Meccanismo Internazionale Residuo per i Tribunali Penali ha confermato la condanna di Ratko Mladić per genocidio, crimini contro l'umanità e violazioni delle leggi e delle consuetudini di guerra, e all'ergastolo. "La morte di Ratko Mladić non rappresenta quindi la fine della storia. La sua morte non diminuisce la responsabilità per i crimini commessi, né può cambiare i fatti accertati dal tribunale", hanno affermato le Madri di Srebrenica. Hanno aggiunto che il suo nome rimarrà impresso nella storia internazionale come quello di un uomo la cui responsabilità, sia a livello di comando che individuale, per i crimini più gravi è stata legalmente accertata. "Belgrado non lo ha semplicemente considerato un fuggitivo solitario. Mladić era il prodotto della struttura militare, politica e istituzionale che gli ha permesso di operare per anni e, dopo la guerra, di sottrarsi alla giustizia per lungo tempo", hanno concluso le Madri di Srebrenica.