Mahmoud Ahmadinejad, chi è l'ex presidente che Usa e Israele vogliono come leader in Iran
Mondo ©GettyPrima dell’attacco del 28 febbraio, pare che fosse stato individuato come sostituto della Guida Suprema ma i piani non sono andati come previsto e oggi, come scrive il New York Times, sono in molti a chiedersi perché Stati Uniti e Israele abbiano scelto proprio lui, una figura politica molto controversa e discussa sia a Teheran che all’estero
Infiltrare la società civile per poi attaccare via aria, far crollare il regime teocratico, sostituire la Guida Suprema con un personaggio politico interno ma deciso a tavolino: era questo il piano messo a punto da Stati Uniti e Israele, concordato mesi prima dell’attacco del 28 febbraio. L’identità dell’interlocutore scelto dagli occidentali è rimasta segreta per mesi, almeno fino a quando il New York Times ne ha rivelato le generalità. Le ragioni della scelta sono almeno due: la prima è legata al fallimento delle operazioni israelo-americane a livello strategico perché - banalmente - il regime non è caduto, la seconda è legata alle condizioni di salute dell’interlocutore che è stato scelto, Mahmoud Ahmadinejad, la cui abitazione è stata colpita dagli stessi statunitensi a marzo. Ahmadinejad ha alle spalle una lunga carriera politica e sono diversi gli analisti che lo ritengono una figura molto controversa per via dei suoi ideali, dei suoi convincimenti religiosi e del brusco "cambio di bandiera” che ha caratterizzato il suo percorso politico.
Chi è Mahmoud Ahmadinejad e perché è una figura controversa
Ahmadinejad è nato nel 1956 ad Aradan, nella provincia di Semnan in Iran ma la sua famiglia si è trasferita a Teheran quando aveva un anno. Figlio di un fabbro, nel 1976 si è iscritto all'Università iraniana di Scienza e Tecnologia (IUST) per studiare ingegneria civile e dopo la laurea ha conseguito un dottorato in ingegneria dei trasporti. Attivo durante la Rivoluzione iraniana del 1978–79 e veterano della Guerra Iran-Iraq, ha scalato i ranghi politici diventando prima governatore dell'Ardabil nel 1993, poi sindaco di Teheran nel maggio 2003, fino alla storica elezione a presidente nel 2005, tra l’altro il primo non-clerico in 24 anni. Oggi sono in molti a chiedersi perché Stati Uniti e Israele avrebbero scelto lui come successore di Khamenei. I suoi due mandati come presidente, infatti, sono stati segnati da una politica estera molto aggressiva e anti-occidentale, dalla difesa del programma nucleare iraniano, da dichiarazioni negazioniste sull'Olocausto, da una grave crisi economica che è stata aggravata dalle sanzioni internazionali, fino alle contestate elezioni del 2009 seguite da violente proteste. Dopo aver lasciato la presidenza nel 2013, ha tentato per tre volte di ricandidarsi, nel 2017, 2021, 2024 senza successo, bloccato ogni volta dal Consiglio dei Guardiani.
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Il raid israeliano sulla sua casa a febbraio
Nel febbraio 2026, durante la guerra tra Iran, USA e Israele, la sua abitazione a Teheran è stata colpita da un raid israeliano. “Un attacco che era stato concepito per uccidere le guardie che lo sorvegliavano e liberarlo dagli arresti domiciliari”, si legge sul New York Times. “È sopravvissuto ma dopo lo scampato pericolo si è disilluso riguardo al piano di cambio di regime. Da allora non è più stato visto in pubblico e non si conoscono né dove si trovi attualmente né le sue condizioni di salute”. In generale, dalla prima guerra contro Israele nel giugno 2025, l’ex presidente ha mantenuto un silenzio assordante, comparendo solo in criptiche apparizioni in patria e in opachi viaggi all'estero. È stata la sua reticenza ad alimentare speculazioni tra iraniani e osservatori sul fatto che l'ex leader abbia ricalibrato le sue lealtà o sia impegnato in manovre politiche che restano lontane dai riflettori.
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Perché è importante la rottura con Khamenei nel 2011
Durante la sua ultima presidenza, Ahmadinejad ha iniziato a prendere posizioni contro i vertici iraniani. C’è stata una decisione di Ahmadinejad alla base della rottura iniziale del rapporto tra i due, ovvero, il licenziamento del ministro dell'Intelligence Heydar Moslehi. La Guida Suprema, l'Ayatollah Ali Khamenei, intervenne per bocciare la rimozione, reintegrando Moslehi nel suo incarico. Lo scontro tra i due proseguì il mese dopo, quando Khamenei gli impedì di autoproclamarsi ministro del petrolio ad interim. Da quel momento Ahmadinejad ha affrontato una crescente opposizione da parte dei conservatori vicini alla Guida Suprema, fino a essere convocato nel marzo 2012 davanti al Majles, evento senza precedenti nella storia della Repubblica islamica, per rispondere delle sue politiche, incluso il blocco dei fondi alla metropolitana di Teheran per una rivalità personale con il sindaco Ghalibaf. Il suo ultimo mandato si è concluso nell’agosto del 2013 con la successione di Hassan Rouhani.
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La “libertà vigilata" dal 2017
Durante una visita a Bushehr, nel dicembre 2017, Ahmadinejad affermò che "alcuni tra gli attuali leader vivono separati dai problemi e dalle preoccupazioni della gente e non sanno nulla della realtà sociale”. Queste dichiarazioni, percepite come un attacco diretto a Khamenei, infiammarono l’opinione pubblica. Le autorità iraniane indicarono come uno dei responsabili e istigatori delle proteste che ne seguirono, proprio Ahmadinejad. I Guardiani della Rivoluzione lo fermarono a Shiraz con l'accusa di "incitamento alla rivolta" e, dopo qualche ora di fermo, venne relegato agli arresti domiciliari. Da protagonista attivo è, dunque, diventato un personaggio scomodo per i vertici della Repubblica Islamica. La situazione di Ahmadinejad è però più sfumata di una vera e propria detenzione domiciliare in senso stretto. Viveva nel quartiere Narmak di Teheran, dove riceveva sostenitori e giornalisti, e le guardie di sicurezza all'ingresso della sua abitazione ufficialmente lo proteggevano, ma in realtà lo sorvegliavano. Si trattava quindi di una libertà vigilata, non di una reclusione formale, tant’è che tra il 2023 e il 2025 ha effettuato visite in Guatemala e Ungheria.
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Una strategia già vista? L’operazione TP Ajax
Quello che avrebbe dovuto coinvolgere Ahmadinejad non è il primo piano per un cambio di regime in Iran a guida statunitense. Nei primi anni Cinquanta il Primo Ministro democraticamente eletto Mohammad Mosaddeq decise di nazionalizzare il petrolio iraniano prendendo posizione contro la Anglo Iraninan Oil Company, oggi British Petroleum, che nel frattempo aveva realizzato profitti strabilianti in Iran. Questa operazione non venne ben vista dalla Gran Bretagna di Churchill che chiese supporto agli Stati Uniti i cui vertici, all’inizio, si dimostrano titubanti fino all’elezione del presidente Eisenhower, che decise di fornire aiuto agli alleati, anche per paura dell’influenza comunista. Così CIA e MI6 organizzano un operazione denominata TP Ajax per deporre Mossadeq. Tra i libri che raccontano nel dettaglio l’operazione Patriot of Persia: Muhammad Mossadegh and a Very British Coup di Christopher De Bellaigue. I vertici occidentali individuarono in Mohammad Reza Pahlavi (figlio dello Scia Reza Shah eletto nel 1925 e deposto nel 1941) che aveva a sua volta abdicato ed era fuggito dal Paese nel 1944, una possibile alternativa. Forte del supporto angloamericano nel 1953 Phalavi figlio decise di tornare in Iran, destituì il primo ministro e nominò al suo posto il generale Zahedi, tra l’altro ben visto dalla CIA.