Lo speciale di Sky TG24 sulla guerra in Iran
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Stretto di Hormuz, ecco perché è difficile tenerlo aperto

Mondo
©Ansa

Introduzione

Dopo due settimane di operazioni militari, Furia Epica americana e Ruggito del Leone israeliano, emergono diversi punti critici: dallo Stretto di Hormuz sempre più vulnerabile al dossier nucleare iraniano irrisolto. Alcuni erano stati previsti, e forse sottovalutati, dall'amministrazione Trump, altri derivano dalle variabili inevitabili di ogni conflitto. (SEGUI LA LIVE PER TUTTI GLI AGGIORNAMENTI)

Quello che devi sapere

Il nodo dello Stretto: un passaggio sempre più vulnerabile

Il presidente statunitense Donald Trump deve affrontare un problema cruciale: mantenere aperto lo Stretto di Hormuz. Al momento, sono gli iraniani a poter decidere chi transita indenne. Non servono armi sofisticate per bloccare un corridoio così ristretto: droni, mine, missili, razzi e persino barchini possono creare un imbuto. In certi casi basta la minaccia. Washington invoca una coalizione di alleati, ma la risposta è fatta di rifiuti o cautele: partecipare significherebbe esporsi direttamente al conflitto. Gli esperti ricordano che, oltre a bonificare il mare dagli ordigni, il Pentagono dovrebbe neutralizzare le unità iraniane lungo la costa meridionale e nell'immediato retroterra. Il comando americano replica citando l'affondamento di navi nemiche e oltre cento vedette. Riemerge anche l'ipotesi di uno sbarco per occupare l'isola di Kharg, principale terminale petrolifero iraniano. Una manovra considerata tecnicamente possibile, ma con costi elevati in termini di perdite e tempi di bonifica, come dimostrano i precedenti degli anni '90.

Il dossier nucleare

Alcuni impianti del programma atomico iraniano risultano danneggiati, ma resta aperta la questione dei quasi 400 chilogrammi di uranio arricchito necessari per arrivare alla Bomba. Secondo l'Aiea, il materiale sarebbe custodito nel bunker di Isfahan, la cui accessibilità è oggi oggetto di discussione. L'area è devastata e per recuperare l'uranio servirebbe un'operazione di forze speciali affiancate da tecnici in grado di maneggiare il materiale. Gli esperti non dubitano delle capacità dei militari, ma avvertono sulle incognite di un blitz in profondità e sul rischio di sottovalutare i pasdaran. L'uranio, inoltre, è solo una parte del problema: nonostante gli omicidi mirati degli scienziati, gli attacchi cyber e i sabotaggi, il sapere non è scomparso. Tra gli analisti circola un'ipotesi inquietante: l'offensiva di marzo potrebbe spingere Teheran ad accelerare ulteriormente i propri programmi.

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L'arsenale iraniano: colpito ma non neutralizzato

Israele sostiene che gli strike potrebbero proseguire per altre tre o quattro settimane, il tempo necessario a smantellare l'industria militare iraniana, già duramente colpita. Le basi sono importanti, ma lo sono ancora di più le fabbriche che producono droni-kamikaze, vettori a lungo raggio, combustibile solido e lanciatori. Una parte di queste infrastrutture era già stata colpita nella campagna dei dodici giorni di giugno, ma ciò non ha impedito ai pasdaran di reagire. Continuano, infatti, a lanciare missili, seppur con minore frequenza, e fanno ampio ricorso agli Shahed. La degradazione dell'apparato bellico è un risultato significativo, ma secondo molti critici non si traduce in un successo politico immediato. Teheran ha infatti ampliato i fronti, sfruttando le milizie alleate per alimentare una vera e propria strategia del caos. Preoccupa l'espansione della manovra terrestre israeliana in Libano e resta la minaccia degli Houthi nel Mar Rosso. Per tutti i contendenti emerge il tema delle scorte: munizioni antiaeree per Usa, Israele e alleati arabi,  missili per i pasdaran.

Vedi anche: Guerra droni, come gli ucraini abbattono gli Shahed iraniani

I rapporti con gli alleati del Golfo

La rappresaglia iraniana ha sconvolto la vita e le economie dei regni sunniti del Golfo. I pasdaran non hanno colpito solo Israele, ma anche i vicini, in particolare gli Emirati Arabi e Dubai. La presenza delle basi statunitensi, invece di rappresentare uno scudo, si è trasformata in un bersaglio e non ha garantito protezione. Nei Paesi del Golfo è già in corso un dibattito sul futuro dell'alleanza con Washington: i monarchi devono ridefinire il proprio modello di difesa, il rapporto con gli Stati Uniti e la gestione dei rapporti con Teheran. Alcuni, come Oman e Qatar, hanno mantenuto un dialogo con gli ayatollah. Arabia Saudita ed Emirati hanno ammorbidito i toni, pur continuando a considerare l'Iran un rivale pericoloso. Anche Teheran, però, non può ignorare le conseguenze delle proprie azioni: Dubai rappresenta un nodo economico cruciale, e colpirlo significa mettere a rischio una parte significativa degli stessi interessi iraniani.

Leggi anche: Stretto di Hormuz, l’Iran lascia passare alcune navi. Macron convoca Consiglio di difesa

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