Proteste Iran, Reza Pahlavi si dice “pronto a tornare”. Chi è l’erede dello scià deposto
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Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto dalla Rivoluzione del 1979, si prepara a tornare in Iran per unirsi alle proteste contro il regime che vanno avanti da giorni. Lo ha annunciato lo stesso Pahlavi con un post su X. "Avete ispirato l'ammirazione del mondo con il vostro coraggio e la vostra fermezza", ha scritto rivolgendosi ai manifestanti, "la vostra, ancora una volta, gloriosa presenza nelle strade dell'Iran venerdì sera è stata una risposta schiacciante alle minacce del leader traditore e criminale della Repubblica Islamica". Ecco chi è
Quello che devi sapere
Le proteste
Per Pahlavi jr, l'ayatollah Alì Khamenei avrà visto le immagini "dal suo nascondiglio e tremato di paura". Ora, servono "una presenza nelle strade più mirata e, allo stesso tempo, bisogna tagliare i canali finanziari" della repubblica islamica. L'erede al trono ha dunque chiesto ai "lavoratori e gli impiegati dei settori chiave dell'economia, in particolare dei trasporti, del petrolio, del gas e dell'energia, di iniziare uno sciopero a livello nazionale". Non solo. Ha invitato i dimostranti "a scendere in piazza sabato e domenica 10 e 11 gennaio, a partire dalle 18:00". Ora l'obiettivo non è più solo manifestare ma "prepararci a conquistare e difendere i centri cittadini" e dunque bisogna prepararsi a rimanere in strada". E Pahlavi assicura che farà la sua parte. "Mi sto preparando a tornare in patria per stare con voi, la grande nazione dell'Iran, quando la nostra rivoluzione nazionale sarà vittoriosa. Credo che quel giorno sia molto vicino", ha detto.
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Una figura divisiva in Iran
La figura di Pahlavi, tuttavia, è ancora divisiva in Iran. I monarchici hanno indicato la grande partecipazione come la prova del sostegno al principe. Tuttavia, molti osservatori continuano a sottolineare la mancanza di una "vera leadership" da parte dell'opposizione e la difficoltà di pesare il reale sostegno dei manifestanti all'idea di un "ritorno dello scià" come possibile scenario post-Repubblica islamica.
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Chi è Reza Pahlavi
Figlio primogenito di Farah Diba e di Mohamed Reza Pahlavi, lo scià detronizzato dalla Rivoluzione islamica del 1979, preparato fin dalla nascita a ereditare il Trono del Pavone, il sessantacinquenne Reza vive in un sobborgo vicino a Washington DC. Frequentatore abituale dei caffè locali, spesso accompagnato dalla moglie Yasmine, senza guardie del corpo visibili, è da decenni in esilio negli Stati Uniti.
La figura di Pahlavi per gli iraniani
Questa sua distanza dal Paese reale lo rende una figura controversa: oppositore fin da subito della Repubblica islamica, è amato da quella fetta di iraniani, in patria come nella diaspora, che ha vissuto l'era Pahlavi come un periodo di progresso e stabilità, interrotto dalla Rivoluzione khomeinista del 1979, e che vede in lui un simbolo di unità nazionale e una potenziale alternativa al regime degli ayatollah.
Perché è inviso
Allo stesso tempo, è fortemente inviso da una fetta importante della società iraniana, soprattutto le giovani generazioni, che vede con sospetto il suo nazionalismo, i suoi rapporti con Israele e che considererebbe un suo eventuale rientro in patria come un'operazione imposta dall'esterno per creare un governo "fantoccio". Negli ultimi anni, l'ex principe ha cercato di presentarsi come l'unico candidato valido per guidare una transizione dalla Repubblica islamica. Ma per molti iraniani, Reza non è altro che uno straniero che non conosce il Paese e non padroneggia neppure il farsi.
La chiamata alle proteste
Dopo i raid aerei israeliani di giugno sull'Iran, in cui morirono diversi generali iraniani di alto rango, Pahlavi ha intensificato gli sforzi per intestarsi una leadership dell'opposizione dentro e fuori il Paese. Da Parigi, allora, aveva dichiarato di essere pronto a contribuire alla guida di un governo di transizione pacifica, in caso di crollo della Repubblica Islamica. Sulla scia di queste ultime due settimane di proteste, Pahlavi è tornato a farsi sentire con insistenza: martedì scorso, ha invitato gli iraniani a protestare uniti per due sere consecutive contro la leadership del Paese. "Questo giovedì e venerdì, 8 e 9 gennaio, a partire dalle 20 in punto, ovunque vi troviate, per strada o anche dalle vostre case, vi invito a iniziare a intonare slogan esattamente a quest'ora. In base alla vostra risposta, annuncerò i prossimi inviti all'azione", era stato l'appello.
La risposta della popolazione
Nella serata del 9 gennaio, un ingente numero di manifestanti hanno marciato attraverso la capitale iraniana e altre città, in quella che è considerata la più grande dimostrazione di forza da parte degli oppositori dell'establishment clericale degli ultimi anni. Secondo diversi analisti, per molteplici ragioni, da reali posizioni monarchiche di sostegno ai Pahlavi fino ad altri motivi come la necessità di unirsi per superare la Repubblica islamica, è possibile che le piazze abbiano deciso di rispondere positivamente alle parole del principe.
Le ragioni
Reza non è stato mai una figura chiave per i manifestanti in Iran, ma in queste ultime proteste, accanto a grida antiregime, "Morte al dittatore" e "Questo è un anno sanguinoso, Seyyed Ali Khamenei sarà rovesciato", si sono sentiti con più forza anche slogan come "Questa è la battaglia finale, Pahlavi sta tornando". Difficile stabilire se le proteste e gli slogan pro-monarchici possano essere interpretati come un maggiore consenso verso il figlio dello scià oppure come il risultato di costrizioni imposte dalle circostanze e dalla disperazione. In Iran, molti auspicano che la risposta a questa domanda possa arrivare, in un futuro non troppo lontano, con delle elezioni e un referendum liberi.
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