Brasile, la sfida di fuoco alla presidenza tra Lula e Bolsonaro

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Il 2 ottobre, milioni di brasiliani saranno chiamati alle urne. Secondo i sondaggi, l’ex presidente sarebbe in netto vantaggio rispetto al capo di Stato uscente. Il primo potrebbe addirittura aggiudicarsi la vittoria già al primo turno e il secondo potrebbe non accettare una sua sconfitta

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Domenica 2 ottobre 2022, milioni di brasiliani saranno chiamati alle urne per scegliere il prossimo presidente della Repubblica. A sfidarsi nella corsa elettorale, stavolta, ci saranno due big indiscussi della politica del Paese: Luiz Inácio Lula da Silva e Jair Bolsonaro. Il primo, 76 anni, ex sindacalista, vecchio leader del Partito dei Lavoratori, ha già guidato il Brasile nei primi anni del terzo millennio: Lula ha mantenuto il potere dal 2003 fino al 2011, quando ha passato poi il testimone alla sua compagna di partito, Dilma Rousseff. Il secondo, Jair Bolsonaro, 67 anni, è invece l’attuale presidente del Paese sudamericano. Il cognome tradisce le sue origini: la famiglia del nonno paterno proveniva da un piccolo comune in provincia di Padova. Bolsonaro appartiene al Partido Social Liberal, di orientamento nazionalista e conservatore. Nel 2018, la sua vittoria al secondo turno era stata schiacciante: aveva stracciato con un amplissimo margine di vantaggio il suo avversario, Fernando Haddad (del partito di Lula).

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Quattro anni dopo, però, le cose sembrano essere molto cambiate. I sondaggi, che già da settimane imperversano nelle tv e nei giornali del Paese (la sfida è molto sentita in Brasile e appassiona parecchio i cittadini), danno quasi per certa la vittoria del vecchio, ex presidente. Addirittura, la forbice sarebbe così importante da fare pensare a un’elezione diretta di Lula al primo turno, senza passare nemmeno per il ballottaggio programmato per il 30 ottobre (alcuni analisti parlano di un vantaggio di 15 punti percentuali). Quella tra Lula e Bolsonaro si preannuncia come una vera guerra personale: gli occhi sono puntati solo su loro due. Degli altri candidati, in Brasile, quasi non si parla: il progressista Ciro Gomes e l'esponente del Movimento Democratico Brasiliano Simone Tebet, ad esempio, non compaiono quasi mai nei dibattiti elettorali. Già scivolati nel buio del dimenticatoio: troppo forte la luce che emanano gli altri due grandi leader.

 

Una sfida di fuoco

La campagna elettorale dei due big è stata molto violenta, soprattutto per la polarizzazione e la tensione che si è creata intorno. I confronti, televisivi e non, tra i due si sono sempre consumati a raffiche di insulti. Più volte Bolsonaro ha indirizzato epiteti e insulti nei confronti del suo avversario. “La sua presidenza è stata la più corrotta della storia dl Brasile”, ha detto tuonando contro Lula. Il capo di Stato uscente non ha nemmeno avuto remore nel chiamare il suo avversario “ladro”, alludendo alle vicende giudiziarie che negli anni hanno effettivamente travolto Lula (vedi lo scandalo delle tangenti Petrobras nel 2016, per il quale l’ex sindacalista è stato in carcere tra il 2018 e il 2019). Dal canto suo, Lula ha sempre risposto criticando le politiche del suo avversario, colpevole – secondo lui - di un intervento sconsiderato nei temi ambientali (per la deforestazione e l’incenerimento dell’Amazzonia, in primis) e di una cattiva organizzazione delle scelte in ambito sanitario nel periodo più duro del Covid in Brasile.

La paura dei brogli

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In vista delle elezioni, è alta l’attenzione per evitare che il voto sia manipolato. In Brasile, già dal lontano 1996, vengono utilizzate urne elettroniche a cui vengono applicati sigilli di sicurezza: ciò dovrebbe garantire la massima fiducia sull’espressione del consenso. Bolsonaro, tuttavia, ha più volte avanzato dubbi circa l’affidabilità di questi strumenti per l’espressione del voto. In una nota, il suo partito ha evidenziato il sospetto sui dipendenti del governo, colpevoli di “avere il potenziale potere assoluto di manipolare il voto, senza lasciare alcuna traccia”. Il presidente uscente, tuttavia, non è mai riuscito a portare prove concrete a sostengo della sua tesi. In ogni caso, l’escalation dei toni e delle provocazioni della corsa elettorale ha acceso le attenzioni internazionali su queste elezioni. L’Ong “Human Rights Watch” ha promosso un appello affinché il diritto di voto in Brasile sia espresso «liberamente e in sicurezza».

Bolsonaro potrebbe non accettare la sua sconfitta

Anche se i sondaggi parlano chiaro, il presidente uscente sembra non essere così pronto a cedere il suo potere. In più occasioni, durante le settimane di campagna elettorale, Bolsonaro ha fatto intendere che potrebbe non riconoscere una sua sconfitta nella battaglia del voto. Un atteggiamento che, da molti, è stato paragonato a quello tenuto da Donald Trump durante l’ultima sfida alle presidenziali americane contro Joe Biden. La paura è che un eventuale débâcle di Bolsonaro possa far scoppiare qualcosa di simile all’attacco del Congresso del 2021, ma con conseguenze ancora più gravi. Il timore di un colpo di Stato è sempre dietro l’angolo, specie in un Paese , come il Brasile, che non può certo vantare la solidità delle strutture democratiche degli stati europei e nordamericani. Preoccupa, poi, il rapporto stretto che il Capo di Stato uscente intrattiene da sempre con l’esercito. E non è chiaro quale posto possano occupare i militari brasiliani nel caso dovessero scoppiar disordini nei giorni post-voto.

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