La Giunta di Myanmar decide la liberazione di 5mila prigionieri arrestati durante il golpe

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Gianluca Ales

Nell’ex Birmania la Giunta decide la scarcerazione degli oppositori incarcerati durante le manifestazioni seguite al golpe militare che ha portato agli arresti del Nobel Aung San Suu Kiy

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Una piccola crepa, seppure con molte contraddizioni. Ma del resto la Giunta Militare alla guida dell’ex Birmania ha abituato la comunità internazionale alla sua strategia di un passo in avanti e due indietro. La piccola apertura decisa dai militari che sono saliti al potere con un golpe il primo febbraio di quest’anno, è la liberazione di 5mila prigionieri politici arrestati nel corso delle manifestazioni di protesta. L’occasione è il festival delle luci di Thadingyut che inizia martedì. L’annuncio è stato fatto dal capo della Giunta Militare, il generale Min Aung Hlaing.

Un’apertura obbligata

Una piccola crepa, appunto, perché giunge al termine di un braccio di ferro con la comunità internazionale – con la sola eccezione della Cina, considerata il burattinaio dell’ex Birmania - che ha condannato il golpe e ha esercitato pressioni sempre più forti. Ultima mossa, l’esclusione al prossimo vertice Asean, l'Associazione dei Paesi del sud-est asiatico.

Una mossa che aveva provocato la reazione risentita da parte della Giunta, che si era detta "molto delusa" dall'Associazione delle nazioni del sudest asiatico di non invitare il suo leader Min Aung Hlaing. "Myanmar è molto delusa e protesta con forza per il risultato dell'incontro d'emergenza dei ministri degli Esteri dell’Organizzazione, dal momento che le discussioni e la decisione sulla rappresentanza di Myanmar sono state fatte senza un consenso e in senso contrario rispetto agli obiettivi dell'Asean". Questo il commento del ministero degli Esteri di Yangon in un comunicato.

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Ma, appunto, un passo avanti con la grazia, e due indietro. Il primo sul fronte del processo al Nobel Aung San Suu Kyi, ora agli arresti domiciliari, ma impossibilitata ad avere contatti col mondo esterno.

Il principale avvocato del team di difesa, ora, non ha più il diritto di parlare con il mondo esterno. Lo ha denunciato lui stesso. Il regime militare ha infatti emesso un'ordinanza che il legale ha riportato sulla sua pagina Facebook. "A partire dal 14 ottobre, a Khin Maung Zaw è vietato comunicare, incontrare e parlare con media stranieri e locali, diplomatici stranieri, organizzazioni internazionali, rappresentanti di governi stranieri o qualsiasi altra organizzazione esterna, direttamente o indirettamente", perché tali comunicazioni possono "provocare disordine pubblico". Questo è il contenuto dell'ordinanza.

Fino ad ora la squadra di legali di Aung San Suu Kyi era stata l'unica fonte di informazioni sul processo a porte chiuse nei confronti del premio Nobel per la pace. Suu Kyi è stata perseguita per una serie di reati: importazione illegale di walkie-talkie, violazione delle restrizioni relative al Covid-19, sedizione, corruzione, incitamento a disordini pubblici. Agli arresti domiciliari e in isolamento, può comunicare con il mondo esterno solo attraverso i suoi avvocati, che incontra solo in tribunale. Rischia decenni di carcere.

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La macchina persecutoria però non si ferma qui. Anche l'ex presidente di Myanmar, Win Myint, deposto dal colpo di stato, ha denunciato di aver ricevuto minacce dai militari prima del golpe, perché si dimettesse. La dichiarazione, la prima resa in pubblico dalla deposizione, fatta nel processo che lo vede imputato di “sedizione” insieme alla ex leader di fatto Aung San Suu Kyi, smentisce la tesi sostenuta dalla giunta militare, secondo cui non ci sarebbe stato alcun colpo di stato ma una pacifica transizione di poteri assicurata dall'allora presidente in carica.

Secondo Win Myint, i militari lo avrebbero invitato a lasciare a causa della sua salute "cagionevole". "Il presidente ha respinto il loro invito, obiettando di essere in buona salute", ha dichiarato l'avvocato Khin Maung Zaw che assiste l'ex capo di Stato.

In tutto questo, l’esclusione dal tavolo dell’Asean, è una mossa che penalizza fortemente l’ex Birmania, già in difficoltà sul fronte commerciale a seguito delle diverse sanzioni da parte della maggioranza della comunità internazionale. Piccola, povera e isolata, con il cordone ombelicale sempre più stretto con la Cina, Myanmar è quindi costretta al difficile bilanciamento di piccole concessioni e giri di vite, in un’operazione di equilibrismo che difficilmente potrà mantenere a lungo. 

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