Afghanistan, stretta a Kabul: le donne non tornano al lavoro. Il sindaco: “State a casa”

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Il primo cittadino della capitale: necessario l'isolamento finché la situazione non si normalizzerà. L'obbligo resterà in vigore a tempo indefinito e sono state fatte delle eccezioni soltanto per coloro che non possono essere sostituite dagli uomini. Una decina di donne hanno organizzato una protesta

Le donne sono sempre più ai margini nel nuovo Afghanistan dei talebani. Dove aver riaperto le scuole soltanto a studenti e insegnanti maschi, i nuovi capi del Paese hanno deciso che anche le dipendenti pubbliche a Kabul dovranno restare a casa fino a nuovo ordine. Un'ennesima stretta all'insegna della sharia mascherata da motivi di sicurezza. Il divieto di rientrare al lavoro per le donne è stato comunicato dal sindaco ad interim della capitale afghana, Molavi Hamdullah Nomani, nella sua prima conferenza stampa dal suo insediamento sotto il nuovo regime. "Abbiamo chiesto alle donne di rimanere a casa fino a quando la situazione non sarà normalizzata. I loro stipendi saranno pagati", ha spiegato. L'obbligo resterà in vigore a tempo indefinito e sono state fatte delle eccezioni soltanto per le donne che non possono essere sostituite dagli uomini, come le impiegate nei dipartimenti di progettazione e ingegneria e le inservienti dei bagni pubblici femminili. 

Diversi decreti già emessi

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La decisione di impedire alla maggior parte delle lavoratrici di tornare al lavoro - a Kabul sono almeno un terzo dei 3mila impiegati comunali - è un altro segno che i talebani stanno imponendo la più aspra lettura possibile dell'Islam nonostante le promesse iniziali di essere tolleranti e inclusivi. Finora il nuovo governo ha emesso diversi decreti che annullano i diritti delle donne. Oltre al divieto di rientrare nelle scuole medie e superiori, anche all'università le studentesse potranno seguire le lezioni solo in ambienti separati, e velate. Sotto il governo precedente i corsi universitari erano per la maggior parte misti. 

La protesta a Kabul

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A Kabul un gruppo di donne, poco più di una decina, ha deciso di protestare davanti al ministero degli affari femminili, sostituito dai talebani con il ministero "per il rispetto della virtù". Chiedendo di poter partecipare alla vita pubblica. Solo una decina di minuti, prima di uno scontro verbale con un uomo che le ha convinte ad andarsene, per evitare rappresaglie. A dispetto delle restrizioni i talebani continuano a lanciare messaggi rassicuranti alla popolazione. Il capo dei guardiani della moralità di Kandahar, Mawlawi Mohammad Shebani, in un'intervista al britannico Observer ha spiegato che il regime ha dato delle regole scritte di condotta, per evitare che i propri agenti facciano di testa loro, commettendo abusi. La sharia sarà fatta rispettare "con la persuasione e non con la violenza", non ci saranno in giro le famigerate pattuglie e non si potrà entrare nelle case delle persone per verificare la presenza di stereo o tv, ma solo "scoraggiarne" l'utilizzo, ha assicurato l'alto funzionario, invitando gli afghani "a non avere paura". Tuttavia, nelle linee guida analizzate dall'Observer ci sono regole che ricordano gli aspetti più duri degli anni '90, come l'obbligo per le donne di lasciare la casa solo se accompagnate da un tutore maschio, il divieto di contatti con uomini a parte i parenti stretti, la preghiera obbligatoria e le clausole sulla lunghezza della barba. Inoltre, la violenza contro i "trasgressori" non viene esclusa. Prima vanno "educati", poi bisogna fare "pressione affinché cambino il loro comportamento". E "se sono ancora recalcitranti, la forza potrebbe essere un'opzione".

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